Nell’inferno dell’omofobia l’epidemia delle coscienze 

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Serial. Ambientati nella Londra anni ’80 i cinque episodi di «It’s a Sin» che raccontano l’avvento dell’Aids nel Regno unito. Prossimamente su Starzplay

Sonorità sintetiche, giacche con le spalline, maglioncini in mohair, trucco e capigliature eccessive: ci sono tutti gli ingredienti iconici della Londra anni Ottanta in It’s a Sin, miniserie in 5 puntate scritta e prodotta da Russel T Davies per Channel 4/HBO Max, presentata alla Berlinale 2021, il cui arrivo in Italia è stato infine annunciato da Starzplay. Ma c’è molto di più in questo lussureggiante period drama perché Davies, affermatosi con prodotti televisivi briosi su personaggi GLBT come Queer As Folk, questa volta ha applicato la sua verve creativa a una narrazione corale e accorata sull’avvento dell’Aids nel Regno Unito. La storia comincia nell’autunno del 1981 a Londra e ruota attorno a un gruppo di cinque diciottenni squattrinati che stringono amicizia e vanno a vivere in una casa che ribattezzano Pink Palace. Tutti cercano di farsi strada tra studi, primi impieghi, ambizioni artistiche, conflitti famigliari, effervescenza erotica e voglia di libertà quando la piaga irrompe nelle loro esistenze cambiandole per sempre.
«Quando scrivi una serie tv sulla morte, quello è il punto finale ma la cosa più importante è tutto il lungo discorso che viene prima» ha dichiarato Davies che, senza rinunciare alla sua tipica scrittura brillante, affronta il lutto, e la vergogna come sentimento personale ma di origine sociale. Il titolo It’s a Sin è ripreso dall’ormai classica hit dei Pet Shop Boys, atto d’accusa nei confronti di un cattolicesimo bigotto che reprime l’omosessualità consegnandola a un inferno di colpa e vergogna.

IL VIDEOCLIP fu girato da Derek Jarman nel 1987 e la musica teatrale e parossistica del pezzo ha incontrato il cinema almeno in un’altra occasione: la scena del ballo dei matti in Bronson di Nicolas Winding Refn. La musica è in effetti un ingrediente fondamentale della serie, tra Blondie, Kate Bush, Barry Manilow, Culture Club e Soft Cell, ma la title track risuona in una sola occasione e in modo antiretorico, poche note soltanto che preludono a una sequenza via via più drammatica.
Ciascuno dei personaggi principali è a suo modo un soggetto minoritario, queer, “fuori legge” di genere, di sesso o “razziale”. Anche se It’s a sin è più interessata alle psicologie e alle relazioni interpersonali che al versante politico della lotta all’epidemia rispetto a film come Pride o 120 Battiti al minuto, ciascun personaggio mette in luce un aspetto del contesto storico: l’omofobia istituzionale, i reparti-prigione in cui certi ospedali isolarono i primi malati.

E ANCORA: l’impossibilità per compagni e amanti di essere riconosciuti come famigliari, l’assurdità di certi provvedimenti securitari delle forze dell’ordine. C’è Colin (Callum Scott Howells), il gallese ingenuo che trova impiego in una sartoria di Savile Row dove conoscerà il meglio e il peggio dell’esistenza, la solidarietà intergenerazionale e le molestie vendicative. C’è Ash (Nathaniel Curtis) che diventa insegnante proprio nel momento in cui entra in vigore il famigerato “articolo 28” con cui Margareth Thatcher obbligava le autorità locali a vigilare su una pretesa “promozione dell’omosessualità” nelle scuole e nella vita pubblica introducendo di fatto un clima di sorveglianza e panico omofobo durato fino all’abrogazione nei primi anni 2000.
C’è Roscoe (Omari Douglas) che fugge dalla famiglia patriarcale e, vagando di letto in letto, conosce un parlamentare Tory e razzista interpretato da Stephen Fry in un ruolo per lui insolito. Altro cameo cinematografico nell’ultima puntata lo fa Ruth Sheen, attrice per Mike Leigh da High Hopes (1988) a Turner (2014). Ma la vedette della serie è Ritchie, interpretato dal cantante e attore Olly Alexander, tipico smalltown boy che nella grande città scopre l’arte e il sesso libero, lasciatesi alle spalle l’isoletta natia e una famiglia conservatrice all’oscuro della sua omosessualità. Partito con l’idea di studiare Legge, si ritrova a fare la gavetta come cantante e attore insieme a Jill (Lydia West), l’unica ragazza del gruppo e vero collante di questa “famiglia elettiva” che oltre ai giovani man mano ingloberà anche i genitori più affettuosi. È lei che, mentre Ritchie crede che l’Aids sia solo una montatura giornalistica, prenderà sul serio le iniziative dei primi gruppi gay di prevenzione e sensibilizzazione. E quando gli stessi amici inizieranno ad ammalarsi sarà lei ad occuparsene portando cure e tessendo una rete di assistenza e lotta contro il silenzio colpevole delle istituzioni.

LA SUA FIGURA, ispirata a una persona reale che nella serie interpreta il ruolo di sua madre, rappresenta quelle donne che durante l’epidemia supplirono alle carenze del sistema sanitario e furono vicine ai malati ripudiati dalle famiglie. Donne lesbiche o no, interne alla comunità gay o solo amiche disposte ad atti di solidarietà umana e politica. David Weissman ne parlava nel documentario We were here(2010) sulla crisi epidemica a San Francisco ma il fenomeno meriterebbe ulteriore attenzione perché permette di pensare il senso politico dell’alleanza tra donne e maschi gay. Jill, che qualcuno accusa di non avere una vita propria e una causa personale per cui lottare solo perché è capace di empatia, è anche la depositaria di una memoria, testimone di tutta la gioia e la vitalità di una generazione flagellata tanto dalla malattia quanto dalle case farmaceutiche a caccia di profitti e dalle autorità ignave o complici.
It’s a Sin è un prodotto televisivo scritto con accortezza, dosando con regolarità quasi geometrica picchi tragici e colpi di scena. Ma questa sua artificialità non toglie nulla al merito di riportare all’attenzione del pubblico la storia di un’epidemia mentre stiamo facendo i conti con un’altra epidemia. Inoltre, l’Aids è un fenomeno ancora presente: del virus dell’Hiv si parla poco e così resta lo stigma verso la sieropositività e una scarsa consapevolezza generale dello stato attuale delle cose, come se Aids e Hiv riguardassero una comunità ristretta di persone e non una società nel suo complesso.

(Silvia Nugara, Il Manifesto)

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