Bartolo: “È stata una strage annunciata. Non sarà l’ultima. L’Italia e l’Europa si vergognino”

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Un possente, drammatico j’accuse rivolto a quanti, in Europa e in Italia, hanno contribuito a spingere in fondo al mare o a ricacciare nei lager libici, migliaia di persone.

Ha la voce incrinata dalla commozione. E dalla rabbia. “Quella di cui stiamo parlando è una strage annunciata E la più grande vergogna è che continuiamo a riempire di soldi quei delinquenti della cosiddetta Guardia costiera libica. Finanziarli significa diventarne complici”.

Se c’è un uomo simbolo di una Italia solidale, generosa, impegnata in una solidarietà fattiva, quotidiana, nei confronti di migranti e rifugiati che in questi anni sono sbarcati sulle coste siciliane, quest’uomo è Pietro Bartolo, 65 anni, il “medico dei migranti”, una vita a salvare vite umane a Lampedusa, reso famoso dal film “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi, vincitore nel 2016 dell’Orso d’oro a Berlino. Eletto con una marea di voti, Bartolo è dal 2019 parlamentare europeo.

Definirla una intervista, quella che Bartolo ha concesso a Globalist, è in qualche modo diminuirne la dimensione politica e umana. Il suo è un possente, drammatico j’accuse rivolto a quanti, in Europa e in Italia, hanno contribuito a spingere in fondo al mare o a ricacciare nei lager libici, migliaia di persone. La scrittura non può dar conto dei toni dell’intervistato: l’indignazione interrotta dalle lacrime, un coinvolgimento che viene dal profondo del cuore.

Di fronte all’ennesima, drammatica strage in mare, c’è chi ha parlato e scritto di una “strage di Stati”, chiamando in causa gli Stati europei che non hanno fatto nulla per salvare quei disperati.

Quella di cui stiamo parlando non è la prima né sarà l’ultima strage in mare. La cosiddetta Guardia costiera libica non ha mai, mai agito per salvare queste persone. Lo abbiamo visto in passato più e più volte. Quando è intervenuta è solo perché non ne poteva fare a meno, perché chiamata da altri, come Frontex. Chiamata soprattutto per riportare indietro quei disperati. Questa cosa non si chiama salvataggio. Si chiama cattura. E sappiamo bene come queste persone vengono trattate, non solo quando vengono rinchiuse di nuovo in quei lager in Libia ma anche durante il recupero: vengono picchiati, portati a rimorchio. Cose disumane, perché questa è gentaglia, sono dei criminali, e i dispiace che noi ancora continuiamo ad avere rapporti con questi figuri. Non solo li continuiamo a riempire di soldi ma abbiamo anche creato una zona Sar per dare una possibilità a questi di avere mano libera per portare avanti la loro azione disumana. Questa gente ha terreno libero per portare avanti un grande business, perché prendono soldi dall’Italia attraverso lo sciagurato memorandum, attraverso le motovedette che gli abbiamo fornito, attraverso l’addestramento. Prendono soldi dall’Unione europea. E oltre a questo, prendono soldi anche da questi poveri disgraziati che spremono fino all’osso. Altro che droga. Oggi il traffico di esseri umani è il più grande business per le organizzazioni criminali. E’ un meccanismo infernale quello realizzato da tempo…

Vale a dire?

Questi criminali, spesso in divisa, prendono direttamente da questa moltitudine di disperati: migliaia di persone che vengono costrette a lavorare, li comprano, li vendono, dopo di che tutto il resto. E noi ancora ci affidiamo a questi delinquenti della peggior specie, perché tali sono. Quando vengono riportati indietro, quando non vengono gettati in mare per liberarsene, sappiamo dove vengono messi e non credere che vi sia distinzione tra i campi che loro chiamano di accoglienza, ma sono dei veri e propri lager, governativi e quelli che non lo sono. Sono la stessa cosa. E in tutto questo c’è una grande responsabilità dell’Europa. E quando parlo di Europa, mi riferisco a tutte le sue istituzioni, Consiglio, Commissione e Parlamento. Qualcuno cerca di difendere il Parlamento di cui faccio parte anch’io. Difesa di ufficio, perché anche il Parlamento europeo ha le sue responsabilità. Vi sono gruppi parlamentari che sul tema mostrano maggiore sensibilità, ma ciò non toglie un deficit pesante di responsabilità. 

Puoi fare un esempio di questo?

All’inizio di questa legislatura di cui faccio parte anch’io come vice presidente della Commissione LIBE (Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni), insieme ai miei colleghi di commissione, abbiamo portato avanti una risoluzione che chiedeva l’istituzione di un servizio europeo di ricerca e soccorso in mare. Dopo 6 mesi di lavoro l’abbiamo portata in plenaria ed è stata bocciata dal Parlamento. Non è che dobbiamo difendere a tutti i costi questo Parlamento, che certo ha molta più sensibilità del Consiglio europeo che di queste tematiche non vuole sapere niente, ma questo non ci assolve, come europarlamentari, dalle nostre responsabilità. Da tempo sappiamo cosa succede in Bosnia, in Croazia, in Grecia, in Turchia, e soprattutto quello che succede da tantissimi anni nel Mediterraneo centrale e nei campi libici. Succede di tutto e di più. Non mi stancherò di ripeterlo: quella avvenuta ieri, era una strage annunciata. Ma ti dico di più: domani succederà la stessa cosa, e poi ancora e ancora. Sono trent’anni che parliamo dell’emergenza sbarchi, dell’emergenza migranti. Ma di quale emergenza stiamo parlando! E non si può affrontare un fenomeno strutturale come è quello delle migrazioni delegando gli altri a fare il lavoro sporco. Perché questo facciamo. Il lavoro sporco che fa la Turchia, il lavoro sporco che fa la Libia, e il lavoro sporco che fanno pure quei Paesi terzi con cui, come Europa e Italia, cerchiamo di fare accordi, mettendo a disposizione soldi, e non pochi, non per migliorare le condizioni di vita della povera gente che in quei Paesi vive, ma per diventare i gendarmi delle nostre frontiere esterne. Gendarmi e carcerieri. Accordi che peraltro ci costano molto ma molto di più rispetto al fatto di poterli accogliere e integrarli. Prendiamo la Libia. Li paghiamo un mare di soldi, e ai soldi italiani si aggiungono quelli europei. Dopo di che, malgrado questi accordi, la gente arriva lo stesso. Questi ci stanno prendendo per i fondelli e non rispettano neanche i patti. Ma a parte i soldi, qua stiamo parlando di persone. Io mi sento male a parlarne. Io adesso sto parlando con te e mi viene da piangere. Sono persone, vivaddio. Ma è possibile dico io che nessuno si renda conto di questo. Se ne parla un giorno sui giornali, e poi non se ne parla più, è finita. Si sta portando avanti una politica per assuefare la gente, anche quella più sensibile. Una lacrima e via. E questo è qualcosa da criminali, che non possiamo assolutamente accettare. E non possiamo neanche continuare a comportarci come abbiamo fin qui fatto. E mi riferisco anche al governo…

E al presidente del Consiglio, Mario Draghi…

E’ giusto che si abbia rapporti con questi Paesi dirimpettai. Ovviamente non dobbiamo pensare che tutta la Libia sia popolata da criminali. E’ un Paese in guerra, con tante sofferenze, c’è un popolo di sfollati. E anche loro sono in mano a criminali che si fanno la guerra, con interessi anche di Stati terzi che cercano a tutti i costi di accaparrarsi le ricchezze energetiche della Libia. Noi abbiamo dato campo libero alla Turchia e alla Russia, e Draghi fa bene a cercare di riguadagnare terreno. Ma non a scapito dei diritti umani. Dobbiamo favorire un processo di stabilizzazione e, aggiungo io, di effettiva democratizzazione della Libia. Si cominci a farlo, chiudendo i lager. Si cominci a farlo vincolando la cooperazione alla ricostruzione, al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, e non limitando il tutto ad una dimensione securitaria, guidata dall’ossessione di una “invasione” di migranti che non c’è mai stata se non nella testa di chi sulla paura ha speculato politicamente ed elettoralmente. Questa cosa è vergognosa. E’ immorale. Stiamo parlando di diritti umani, di diritti fondamentali. Stiamo parlando di persone che non hanno alternative. Ti dirò di più: queste persone sapevano che potevano andare incontro alla morte, ma hanno scelto di correre questo rischio. Perché se restavano in quei campi dove venivano torturati, violentati, fino alla morte. Paradossalmente, morire in mare è quasi una liberazione per loro. Noi non possiamo permettere tutto questo.

E tutto questo avviene continuando la “guerra” alle Ong e intercettando giornalisti scomodi.

Adesso si è attenuata la ferocia di quei decreti sicurezza, i decreti Salvini, che sono stati in parte mitigati ma non cancellati, come sarebbe dovuto accadere. Dal Viminale non escono più proclami roboanti, come ai tempi di Salvini, ma la “guerra” alle Ong che operavano nel Mediterraneo continua come continua il tentativo di intimidire quei giornalisti che con coraggio civile e grande professionalità hanno cercato di raccontare la verità. Ieri, ma l’ho fatto anche in altre occasioni, mi sono sentito in dovere di scrivere una lettera, anche pesante, indirizzata alla Commissione europea, che renderò pubblica lunedì perché sto aspettando l’adesione di quanti più parlamentari possibile. E sono certo che ne avrò, perché in queste ore mi hanno telefonato dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Germania, dappertutto, parlamentari che vogliono sottoscrivere questa lettera in cui chiedo un intervento urgente perché quei campi siano evacuati in sicurezza e l’istituzione un servizio europeo di ricerca e soccorso in mare. Non possiamo continuare ad affidarci alla Guardia costiera libica, u’ accolita di incompetenti e delinquenti, per i quali le persone incarcerate o mandate a morire in mare sono solo merce da sfruttare, da spremere in tutti i modi e poi buttare. Vogliono solo i soldi. Guarda Erdogan: quando l’Europa finirà di riempirlo di miliardi, tornerà a minacciare usando milioni di profughi come arma di ricatto. Questa vergogna deve finire. E ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. A Bruxelles come a Roma.

(Globalist)

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