Magi: “Ora è necessario che il Parlamento indaghi sugli accordi della vergogna con la Libia”

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Parla il deputato di +Europa: “La richiesta è del 2019 ma oggi sicuramente si aggiungono delle motivazioni ulteriori che rafforzano quella domanda”.

Una richiesta da sostenere. Dentro e fuori i palazzi della politica. Da sostenere perché prende di petto vicende inquietanti come quella delle intercettazioni telefoniche a giornalisti impegnati sul fronte Libia-Italia-migranti, vicenda di cui Globalist ha dato nei giorni scorsi il dovuto risalto con articoli e interviste.

Ora Riccardo Magi, combattivo deputato di +Europa, porta la voce del mondo soldale a Montecitorio.

“La vicenda delle indagini condotte per anni su impulso della procura di Trapani e del Viminale nei confronti di alcune Ong che fanno salvataggio in mare, con i contorni inquietanti che stanno emergendo dallo scoop di Andrea Palladino sul Domani in merito alle intercettazioni a cui sono stati sottoposti alcuni tra i giornalisti che con coraggio e professionalità si sono impegnati per fornire informazioni essenziali ai cittadini, conferma che ormai non è più rinviabile l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sull’attuazione degli accordi Italia-Libia”, rimarca in una nota Magi. Globalist lo ha intervistato.

La tua richiesta di una commissione parlamentare d’inchiesta sugli accordi Italia-Libia incrocia temporalmente la visita a Tripoli del presidente del Consiglio Mario Draghi. Si parla di una “nuova Libia” ma si continua a tacere sul torbido passato.

In realtà la richiesta dell’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sull’attuazione degli accordi Italia-Libia, io l’ho avanzata all’inizio del 2019. Ma oggi sicuramente si aggiungono delle motivazioni ulteriori che rafforzano quella richiesta.

Andiamo per ordine temporale…

La firma di quegli accordi avvenne nel febbraio 2017 e furono conclusi in forma semplificata, cioè senza che sia mai avvenuto un passaggio parlamentare di ratifica di quegli accordi e questo è già di per sé un punto politicamente negativo, in quanto il Parlamento è sempre stato escluso da una valutazione approfondita del contenuto di quegli accordi. E a maggior ragione di come quegli accordi sono stati attuati. Io credo che quegli accordi, sia per il loro contenuto sia per l’attuazione fatta, siano una sorta di cancro che a distanza di tempo sta dispiegando tutte le sue metastasi soprattutto sotto il profilo dei danni inflitti allo Stato di diritto. Gli accordi nascono con il proposito dichiarato di rafforzare una cooperazione economia e politica del nostro paese e nello stesso tempo per determinare un controllo maggiore della immigrazione irregolare e clandestina. Già all’inizio del 2019 , cioè a distanza di due anni dal momento in cui furono stipulati, erano evidenti tutti i profili di criticità. Nel senso che l’Italia con quegli accordi aveva inaugurato una forma di cooperazione con dei poteri “politici” che in realtà erano poteri paramafiosi o poteri di milizie militari. Quegli accordi non hanno favorito una stabilizzazione della Libia, tanto meno l’avvio di una transizione verso forme via via sempre più stabili di democrazia. Al contrario, hanno rafforzato in Libia alcuni dei poteri peggiori. Ci furono all’epoca vari reportage giornalistici che raccontarono come fossero stati direttamente pagati con milioni di dollari alcuni capi miliziani che controllavano diversi parti del territorio. Ci fi un’illusione alla base di quell’accordo, una scommessa che venne fatta e che è stata persa…

Vale a dire?

Quella di dare a quelle istituzioni così fragili, inesistenti, così disgregate – nella Libia c’erano due governi, due parlamenti, tribù e milizie in armi che controllavano i territori – il compito di gestire una enorme crisi umanitaria che vedeva e vede tuttora nella Libia l’imbuto in cui si vanno a concentrare tutti quanti i disperati che dall’Africa provano ad arrivare in Europa. Quella scommessa lì è fallita. Ed ha avuto dei costi enormi in termini di ripercussioni sulla nostra di democrazia, sul nostro Stato di diritto. E questo perché è emerso in maniera chiara in tutti questi anni che il vero cortocircuito non era nella favoletta che ci hanno raccontato della collusione delle Ong che fanno salvataggio in mare e i trafficanti, piuttosto era tra la Guardia costiera libica, che noi abbiamo ampiamente sovvenzionato e che era il terminale di quei poteri miliziani presenti lì e i trafficanti. Tanto è vero che ci sono state sanzioni comminati ad esempio dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu nei confronti di alcuno di questi trafficanti che sono al contempo ufficiali delle varie guardie costiere che imperversano in Libia. Quell’accordo si è rivelato un duplice fallimento: in politica estera e nell’intervento specifico che aveva l’obiettivo di contenere l’afflusso di migranti ma anche di gestire una crisi umanitaria. Sappiamo tutti quello che succede. E’ ormai ampiamente documentato nei reiterati rapporti delle organizzazioni internazionali, a partire dall’Unhcr, condizioni di violazioni sistematiche e brutali dei diritti umani, con stupri di massa, torture, violenze su larga scala, e siamo arrivati ad oggi. E oggi ci accorgiamo, insisto su questo, che quel cancro ha prodotto serie metastasi sulle nostre istituzioni e sul nostro Stato di diritto. Prova ne è la vicenda dei giornalisti intercettati.

Questa vicenda racconta una storia politica su cui credo valga la pena riflettere. Quegli accordi nascono con il governo Gentiloni, quando al Viminale s’insedia Marco Minniti, e vanno avanti con i governi Conte I, con maggioranza gialloverde e Salvini ministro degli Interni, proseguono con il Conte II e la ministra Lamorgese al Viminale, e ora col governo Draghi non si profilano all’orizzonte elementi di discontinuità. Questo filo non certo virtuoso è destinato a protrarsi all’infinito?

Questa è una domanda cruciale. Chi quegli accordi aveva definito, in particolare il ministro Minniti, imputa il fallimento di quegli accordi ai successivi governi che avrebbero cambiato linea o, comunque, non sono stati in grado, come si presume avrebbe potuto fare lo stesso Minniti, di attuarli nel modo adeguato. Io, al contrario, ritengo che quegli accordi non potevano che produrre ciò che poi hanno prodotto, al di là degli interpreti e degli attuatori che negli anni si sono susseguiti. Adesso la situazione è molto cambiata in Libia. Ed è cambiata sicuramente non per merito della politica estera italiana, direi semmai che è cambiata nonostante la politica estera dell’Italia. Come sappiamo ci sono attori esterni molto pesanti che nel frattempo sono intervenuti e hanno trovato campo libero per intervenire, pensiamo in particolare alla Russia e alla Turchia. E ci sono attori interni che sembrano maggiormente intenzionati ad andare verso una stabilizzazione. Non sappiamo se così sarà. Sicuramente questa situazione di calma relativa va accolta e vanno fatti tutti i tentativi per implementarla, ma proprio per questo io credo che sia arrivato il momento di fare luce su questa stagione oscura ed estremamente negativa che va dal 2017 al 2021, marchiata da questi accordi. Non dimentichiamo che non c’è solo l’aspetto, per me importantissimo, dei diritti umani e del disastro in politica estera, ma sono stati buttati via  centinaia di milioni di euro sia di fondi europei sia di fondi nazionali che sono stati immessi in questo circuito criminale che ha provocato quella violazione sistematica dei diritti umani. Non è possibile che oggi si porti avanti un tentativo, che io spero vivamente che riesca, di stabilizzazione della Libia senza rivedere questo approccio e questa impostazione scellerati che vennero date con quegli accordi del 2017. Questo è il punto che va posto e la commissione d’inchiesta è l’unico modo che un Parlamento, una democrazia ha di fronte a uno scenario così torbido in cui diversi governi hanno portato avanti una politica così discutibile. A un certo punto il Parlamento si rende conto che qualcosa è sfuggito pesantemente di mano e si assume la responsabilità, attraverso dei poteri d’inchiesta, di fare luce su quel che è accaduto. Una sollecitazione che rivolgo innanzitutto al Partito democratico.

Perché?

In questi anni noi abbiamo sempre visto un grosso imbarazzo da parte del Pd. Poiché quegli accordi e tutti gli atti che poi ne hanno rappresentato l’attuazione – non dimentichiamo che collegato all’accordo c’è il decreto che dava le motovedette alla Guardia costiera libica, l’approvazione reiterata del finanziamento delle missioni legate a quegli accordi, l’addestramento in Italia di miliziani libici, uno dei quali è pure sparito  e non si sa che fine abbia fatto – ecco, in tutti questi passaggi il Pd, anche quando non era più al governo, ha vissuto anche un aspro dibattito interno ma comunque non ha mai rinnegato quella scelta. La mia richiesta è rivolta anche ai colleghi dem e al segretario Enrico Letta che ha guidato un governo precedente a quello Gentiloni-Minniti che a quegli accordi dette vita. Diversi colleghi parlamentari Pd hanno presentato in questi giorni delle interrogazioni sull’aspetto strettamente giudiziario sulle trascrizioni delle intercettazioni dei giornalisti nell’ambito dell’inchiesta aperta da anni della procura di Trapani. Va benissimo, ma non è quello lo strumento ficcante e necessario per far luce su una questione che tocca degli ambiti veramente complessi e molto più ampi  di quelli che si possono toccare con una interrogazione.

(Globalist)

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