“Dai pm danno enorme per l’informazione”, dice il cronista intercettato sui migranti

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Nello Scavo, giornalista sotto tutela per le minacce dai trafficanti di esseri umani, spiega perché la Procura di Trapani, rendendo pubbliche le telefonate dei cronisti con gli avvocati e le fonti, potrebbe portare a un deficit dell’informazione sui migranti e la situazione in Nord Africa

​“L’enorme danno di aver reso pubbliche le intercettazioni dei giornalisti è che le fonti ora ci parleranno meno e l’opinione pubblica sarà meno informata su quello che accade ai migranti e in Nord Africa”. Lo dice all’AGI Nello Scavo, uno dei giornalisti intercettati dalla Procura di Trapani nell’inchiesta sulle attività di alcune Ong impegnate in mare per salvare i migranti che cercavano di raggiungere l’Europa dal Nord Africa.

L’indagine ipotizza a carico di alcuni membri delle Ong il reato di immigrazione clandestina. La vicenda ha destato molte proteste perché i pm siciliani hanno trascritto i contenuti delle conversazioni dei giornalisti con colleghi, fonti e avvocati, che non erano indagati e la legge tutela i rapporti confidenziali dei cronisti con chi gli può fornire informazioni utili  a esercitare il diritto di cronaca.

“Le mie telefonate sulle torture nei campi libici”

“Già diverse fonti mi hanno chiamato per chiedermi se fossero state intercettate anche loro – spiega Scavo, che è sotto tutela dal 2019 per avere ricevuto minacce  dal trafficante di esseri umani e miliziano affiliato al Governo di Accordo Nazionale libico, Bija -. Sono spaventate e, quando busseremo alle loro porte, saranno molto più accorte nonostante si faccia di tutto per proteggerle, utilizzando sistemi protetti di messaggistica come Signal o metodi tradizionali come l’incontro al bar. E anche altre fonti potenziali penseranno che è meglio stare alla larga da noi”. “

Ho letto solo un paio di intercettazioni che mi riguardano, per il momento – prosegue Scavo, autore di numerosi scoop sui respingimenti al largo delle coste europee e i rapporti tra i governi – Risalgono al primo luglio 2017 e sono telefonate fatte dal mio ufficio al sacerdote eritreo Mosé Zerai, che mi comunicava di possedere materiale sui campi profughi libici e testimonianze dirette sulle torture e sulla ‘pulizia etnica’ ai danni delle persone di colore che per anni hanno lavorato in Libia quando c’era Gheddafi”.Don Zerai era indagato e questo potrebbe spiegare perché l’intercettazione coinvolge anche il giornalista.

“Ci sono delle anomalie nelle intercettazioni”

Per Scavo però ci sono diverse “anomalie”: “Anzitutto il voto della Polizia alle telefonate. Una viene annotata come ‘positiva’ e l’altra, in cui ci accordiamo sul trasferimento di file non attinenti all’inchiesta, è catalogata come ‘importante’. Un magistrato di lungo corso come Armando Spataro spiega che non è nella prassi che chi trascrive le intercettazioni faccia delle valutazioni che sono in capo ai pm”.

L’altra ‘stranezza’, aggiunge, “è che questo materiale è rimasto tutto questo tempo nella disponibilità della Procura e le telefonate con Zerai non sono presenti nella richiesta di archiviazione per lui ma curiosamente finiscono come allegato all’informativa per la richiesta di rinvio a giudizio di una ventina di indagati”.
Il cronista non avanza una “lettura maliziosa” sul deposito delle conversazioni ma propende per un errore dei magistrati che hanno ereditato un ponderoso fascicolo passato più volte di mano e “hanno dovuto selezionare tra 300mila pagine il materiale ‘buttando dentro’ anche il filone ‘giornalisti’. Non posso credere che l’abbiano fatto apposta perché non avrebbe senso, sapevano che sarebbero finite in mano agli avvocati e quindi che si sarebbe venuto a sapere destando polemiche”.

(Agi)

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