Addio a Marina Garbesi, storica firma della Cronaca di Repubblica

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La nostra collega ci ha lasciati ieri. Aveva 62 anni ed era entrata giovanissima nella redazione di Piazza Indipendenza. Dalle inchieste sui misteri d’Italia alla “macchina” del giornale ha raccontato la nostra storia con curiosità, passione e il gusto della scrittura.

 Firma storica della Cronaca nazionale, è morta ieri a Roma, a 62 anni. Dopo la scomparsa di Luca Villoresi un altro grande lutto per tutti noi di Repubblica.

“Ho bisogno di voi, di tutti voi, siete la mia forza”. Quando nel luglio scorso aveva scoperto di essere gravemente malata, Marina aveva deciso di condividere con noi la sua battaglia. “Mancherò per un po’, devo curarmi, ho la pelle dura, non mi arrendo, tornerò presto”. Oggi che l’abbiamo perduta, alla fine di una indomita resistenza per guadagnare anche un solo giorno di vita, questi nove mesi di infinite conversazioni durante i ricoveri in clinica, di pranzi al ristorante di Via della Lungara e di passeggiate per Trastevere, restano il suo ultimo dono di amicizia e condivisione. Marina non aveva mai disattivato la “chat” della Cronaca nazionale, formidabile contenitore di battute, perché, diceva, “leggere quello che vi scrivete mi mette allegria, mi fa sentire vicina al giornale”.

E c’è tutta la vita di Marina Garbesi a Repubblica in questa frase, “il giornale”, pensiero costante, passione, quasi ossessione di una generazione approdata a Piazza Indipendenza alla fine degli Anni Ottanta e diventata adulta nell’irripetibile esperienza  della “scuola” di Eugenio Scalfari. Marina è morta ieri, a 62 anni, nella quiete della sua casa romana accanto all’orto botanico, mano nella mano al padre di suo figlio.

E’ stata una delle più brave croniste di Repubblica, Marina, in quella Cronaca nazionale diretta da Nando Ceccarini (Nandooo con due o, per la sua propensione all’urlo contro chi consegnava tardi, ruvido maestro di molti di noi), in cui era arrivata dalla redazione di Bologna nel 1989. Tenace, determinatissima, sorretta da una scrittura alta, colta, quanto affilata nel dettaglio, Marina quando seguiva un servizio giocava per vincere. L’Anonima sarda dei rapimenti che terrorizzavano la Costa Smeralda o la massoneria deviata, l’omicidio di Marta Russo o il giallo di via Poma, le stragi di mafia o la camera ardente di Federico Fellini, il processo contro Vincenzo Muccioli o i misteri del mostro di Firenze, non c’è grande fatto di cronaca che non porti in quegli anni la firma di Marina Garbesi. Poteva essere uno scoop, l’intervista a Silvia Olivetti, unica superstite di tre amiche aggredite sulla Maiella da un pastore macedone (“mi ero chiusa in un bagno dell’ospedale”, mi raccontò), il colloquio con un pentito o il racconto dell’alba nella villa del piccolo Farouk Kassam appena liberato, lei sola e il bimbo cui avevano tagliato un orecchio, Marina “portava a casa” (così diceva Ceccarini ) qualcosa in più. E il “buco” per la concorrenza era probabile, anzi sicuro.

Nello stanzone della Cronaca, al terzo piano di Piazza Indipendenza, la prima sede di Repubblica, perennemente invaso da una nube tossica di nicotina, Marina era seduta accanto ad Alessandra Longo (sua carissima amica) e a me. All’appello, in quella stanza che si sfolla, mancano Fabio Corridori e Giuseppe D’Avanzo, scomparsi assurdamente presto, Nando Ceccarini, “il capo” che ci ha lasciati l’anno scorso. E Luca Villoresi, scomparso solo due giorni fa. Da ieri sera abbiamo detto addio anche a Marina Garbesi.

“Garbo”, cosi la chiamavamo, era nata a Imola ed era sempre rimasta vicina alle sue radici, legatissima alla mamma e al papà che era stato un comandante partigiano. All’amico di sempre, Alfredo. Poi i trasferimenti a Bologna, a Roma, la passione per la Puglia, dove aveva comprato una piccola casa di pietra bianca e la Sardegna, dove pensava, chissà, di andare a vivere una volta arrivata alla pensione. Amava viaggiare Marina, Iran, Turchia, Yemen, Egitto: tornava carica di racconti, di stoffe, di indirizzi preziosi. E di pietre scovate nei bazar con cui costruiva gioielli che regalava a tutte noi.

Coltivava il ragionamento, lo sguardo che s’allunga dietro le cose, nei fatti cercava la trama nascosta, il risvolto oltre l’apparenza, studiava testardamente il doppiofondo opaco dei misteri d’Italia. C’è un pezzo, del 1994, “E il giornalista scomodo tacque per sempre” in cui “Garbo” riscostruisce l’omicidio di Mino Pecorelli, dipanando con un racconto esemplare la ragnatela di trame dietro quella morte, in cui si mescolavano pezzi della Dc e Tommaso Buscetta, la Banda della Magliana e i servizi deviati. Bisogna rileggerlo per capire.

Anni di lavoro totalizzante che si mescolavano alla vita privata, in giornate che iniziavano con la riunione del mattino (perché non si poteva non andare a sentire il Direttore, cioè Scalfari) e finivano magari con una cena fuori orario insieme ai colleghi dopo il turno di notte in qualche locale di San Lorenzo. Nel 1998 nasce Ludovico, il suo amore più grande. Per Ludovico detto “Ico” Marina nel 2001 fa una scelta sofferta: lascia la scrittura e passa al desk. Ico ha bisogno di lei e i ritmi di un bambino non si conciliano con la cronaca militante. Il desk è stata per lei una lunga stagione non sempre fatta di giornate di sole, ma di cui non si era mai pentita. Eletta nel comitato di redazione si era dedicata, intensamente, anche alle battaglie sindacali.

Accuratissima nel passare i pezzi, ti faceva sempre capire se quel giorno avevi scritto la cosa giusta o come diceva, un po’ seria, un po’ ironica, calcando l’accento romagnolo: “Ci sei andata giù con la pala oggi”.  In questi mesi di malattia, il puzzle della vita di Marina si era ricomposto, in una riconciliazione inaspettata e intensa di amori e amicizie. Cara, carissima Garbo, ci mancherai. Con te tramonta anche un pezzo della nostra storia.

(La Repubblica)

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