Vaccini in azienda, si avvicina l’accordo con sindacati e imprese

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Martedì i ministri Orlando e Speranza tornano a incontrare le parti sociali, pressing di imprese e sindacati

Firmare il protocollo sui vaccini in azienda e l’aggiornamento del protocollo sicurezza di un anno fa. 

Martedì 6 il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, insieme al collega della Salute Speranza, torneranno a incontrare in streaming le parti sociali.

Dopo il primo tavolo in cui è stato manifestato l’impegno di tutti a rivedere l’accordo del 14 marzo 2020 (poi integrato il 24 aprile) e raccolto il consenso generale a vaccinare nei luoghi di lavoro, è seguita una riunione tecnica dove è stata illustrata una bozza di linee guida e sono state verificate le diverse posizioni. Sindacati e associazioni datoriali hanno quindi redatto le proprie proposte ed ora il ministro Orlando dovrebbe presentare una sintesi. Il ministro, affiancato anche dal generale Francesco Paolo Figliuolo, sta quindi lavorando per arrivare ad un accordo nazionale sulle vaccinazioni a cui datori lavoro e lavoratori potranno aderire su base volontaria.

Finora, sono state contate oltre 7.000 imprese che hanno dato la disponibilità dei propri spazi, oltre 10mila locali offerti anche per periodi superiori a 3 mesi. Si tratta di aziende situate per il 75% al Nord, 13% al Centro, 12% al Sud.

Naturalmente la campagna vaccinale aziendale potrà partire quando saranno disponibili i vaccini e sarà un canale parallelo ma non sostitutivo di quello sanitario territoriale.

L’obiettivo è velocizzare le somministrazioni, ricorrendo sia ai medici del lavoro interni alle aziende sia ai medici della rete Inail.

Resta da definire la proposta di aprire le vaccinazioni ai familiari: un’ipotesi bocciata tanto da Confapi quanto dalla Cgil.

Secondo il presidente della Confederazione della piccola e media industria, Maurizio Casasco (che per primo ha presentato al governo un progetto per le vaccinazioni in azienda) l’obiettivo è far le aziende una sorta di “bolla Covid free”, partendo dal presupposto che in ogni impresa è presente il medico del lavoro.

“Noi vogliamo – spiega – coniugare salute e attività produttiva. Per raggiungere questo risultato è indispensabile non creare commistioni all’interno dell’azienda tra il personale dipendente e altri soggetti che non siano tali. In questo modo, le aziende potrebbero assicurarsi l’opportunità di garantire ai propri clienti, sia italiani sia esteri, il pieno rispetto dei tempi di consegna degli ordini a costi certi. E’ una strada diversa rispetto agli Hub pubblici”.

A somministrare il vaccino deve essere il medico competente presente per legge in ogni azienda, che conosce l’anamnesi dei propri lavoratori. “Ma il medico del lavoro – fa notare Casasco – non è al corrente dell’anamnesi dei parenti”. Se in azienda venissero vaccinate persone esterne – prosegue – vi sarebbero inoltre due conseguenze: ne deriverebbe una diseguaglianza sociale e rischi di inficiare la sicurezza interna dell’azienda, raggiunta seguendo le rigide regole del protocollo”.

Opinione simile è espressa dalla Cgil: “Intanto vi è un problema di sicurezza sanitaria – spiega la segretaria confederale Rossana Dettori – visto che il protocollo prevedeva percorsi diversificati per i lavoratori e gli esterni come ad esempio i fornitori. Ma soprattutto non vorremmo che si creassero anche in questo caso nuove disuguaglianze”.

Altro punto che il nuovo accordo deve risolvere è l’armonizzazione di norme e circolari: “Il protocollo – spiega Dettori – chiedeva per rientrare al lavoro il tampone negativo ma una circolare successiva ha stabilito che si può ritornare in società dopo 21 giorni dalla positività al Covid, senza la necessità di un tampone negativo. E’ una contraddizione che va chiarita, per tutelare non solo i lavoratori ma tutti i cittadini”.Tra il Dpcm di dicembre e la circolare di Speranza – fa notare il presidente di Confapi – vi è una difformità tra uscire liberamente di casa e andare a lavoro: “Una commessa può andare nel suo negozio a fare acquisti ma non a lavorare”.

Altro tema da aggiornare è quella sulla distanza, prima fissata ad un metro: l’Istituto superiore di sanità ha recentemente indicato la necessità di 2 metri di distanza a seguito della contagiosità delle varianti del virus. “Bisogna compiere le opportune valutazioni nei posti di lavoro: dove non è possibile la distanza di 2 metri, occorre calcolare i fattori di rischio ed assicurare presidi di sicurezza adatti. Ad esempio, non può bastare la semplice mascherina chirurgica”.

(Agi)

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