Perché è necessaria una iniziativa per rimuovere il blocco commerciale contro Cuba

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Nel piano della pandemia i medici cubani sono arrivati in Italia per curare e guarire malati. Molti sono vivi anche grazie a loro. Ma l’Italia ha votato a favore dell’embargo. Serve un cambio

“Una bella notizia. Ieri a Torino è arrivata la task force proveniente da Cuba, composta da 21 medici e 16 infermieri,  per aiutare le nostre forze bianche che stanno faticando da settimane senza sosta nei nostri ospedali”.

Così scriveva su Facebook il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Era il 21 marzo 2020. “Epidemiologi, anestesisti, rianimatori, medici di medicina generale e infermieri specializzati in terapia intensiva. Tutti insieme potranno dare supporto alle strutture sanitarie piemontesi. Grazie Cuba”.

I medici cubani erano partiti dall’aeroporto Jose Marti dell’Havana avvolti dal calore di un lungo e caldo abbraccio. La loro preparazione è nota in tutto il mondo. Sono intervenuti ad Haiti, sconvolta dal terremoto e poi dal colera. Hanno lavorato in Sierra Leone per aiutare chi lottava contro l’ebola.  Sono pronti a rifarlo ancora una volta qui da noi, a Crema. La brigata, composta da 52 medici e infermieri specializzati nel trattamento di pazienti colpiti da virus, quindi virologi e immunologi, è atterrata a Milano per poi spostarsi nellospedale da campo della cittadina lombarda creato dagli uomini del Terzo reparto sanità di Bellinzago Novarese in collaborazione con la Protezione civile. Gli “hermanos de Cuba”, come i lombardi li chiamarono affettuosamente per mesi, operarono presso l’ospedale da campo allestito dall’Esercito Italiano, dando man forte al personale sanitario nella gestione dei molti pazienti affetti da Covid-19 e le loro competenze, maturate in contesti come l’epidemia di Ebola, si rivelarono estremamente preziose per i colleghi italiani e soprattutto per i tanti pazienti affetti da Covid-19. Non è un caso che otto giorni fa, a un anno dal loro arrivo, la sindaca di Crema Stefania Bonaldi ha ricordato quei mesi difficili: “La presenza a Crema dell’Esercito Italiano e dei nostri Hermanos de Cuba ci consentì di realizzare che non eravamo soli, restituendo alla nostra comunità coraggio e speranza”.

L’alta prestazione medica della sanità cubana è nota in tutto il mondo. I suoi scienziati hanno messo punto un farmaco, un interferone Alfa 2B,introvabile negli ospedali comuni. Con il materiale che la brigata porta con sé anche delle scorte di questo medicinale che a parere di molti esperti, anche italiani, usato in combinazione con un antiretrovirale simile a quelli messi in campo per l’HIV, risulta essere finora il più efficace nel trattamento del Covid-19. È stato utilizzato con successo in questo periodo sia in Cina e in Corea del Sud.

Novembre 2020. Sicilia chiama Cuba: la Regione chiede 60 medici e infermieri da impegnare negli ospedali Covid siciliani a corto di personale. Come è accaduto nel corso della prima ondata in Lombardia, la Regione ha lanciato una richiesta ai cubani attraverso l’ambasciata.
Una corsa contro il tempo per accaparrarsi i professionisti d’oltreoceano, prima che lo facciano altre regioni. Fra i pontieri dell’operazione Renato Costa, che oltre ad essere stato per anni segretario regionale della Cgil medici (carica lasciata in seguito alla nomina a commissario) vanta una lunga militanza nell’area di sinistra: “Il governo cubano – dice Costa – ha delle squadre di medici e infermieri che sono disposti a spostarsi. E abbiamo chiesto il loro aiuto. Sappiamo che anche altre Regioni lo hanno fatto, speriamo di essere arrivati per primi. Sono in stretto contatto con l’ambasciata che pare abbia accolto positivamente il nostro sos”. 

Alla faccia del “Grazie Cuba”

I fatti: l’Italia ha votato contro la mozione presentata il 23 marzo scorso al Consiglio per i Diritti umani dell’Onu sulle ripercussioni negative delle sanzioni economiche applicate da alcuni paesi contro altri. La mozione, presentata da Cina, Stato di Palestina e Azerbaigian, a nome del Movimento dei Paesi non allineati, è comunque passata con 30 voti a favore, 15 contrari e due astenuti. Tra le sanzioni condannate vi sono quelle che vengono imposte a Stati come Cuba, Venezuela, Siria, Iran. Paesi che si oppongono apertamente alla politica estera degli Usa. La relazione esprimeva, tra le altre cose, “grave preoccupazione per l’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sui diritti umani”. Nulla di rivoluzionario.

“Trovo incredibile che il governo italiano, in sede Onu, abbia votato contro una risoluzione che condannava l’impatto sui diritti umani di sanzioni economiche unilaterali ad alcuni Stati, fra cui Cuba. Una scelta incomprensibile”, scrive su Facebook il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni. E’ arrivato invece il momento – aggiunge il deputato di LeU  parlando con l’Adnkronos – che l’Italia si muova in ogni sede internazionale, attivamente, perché sia definitivamente rimosso un embargo unilaterale che da decenni penalizza la popolazione cubana e costringe quell’isola a una condizione di difficoltà estrema, che oggi naturalmente, durante la pandemia, è particolarmente accentuata”.

Anche l’ex deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista ha protestato: “Cuba, dal 1962, è sotto embargo. Cinquantanove anni di sanzioni durissime, che hanno colpito la popolazione più che il governo. Sanzioni oscene che diventano immorali in una fase pandemica. Cuba è sotto embargo non perché guidata da un principe che ordina di uccidere e fare a pezzi un giornalista. No, quella è l’Arabia Saudita. Cuba è sotto embargo perché Castro nazionalizzò le banche Usa che appartenevano ai Rockefeller, le raffinerie delle sorelle americane del petrolio, la West Indies Sugar di George Herbert Walker Jr. e altre imprese agricole statunitensi”.

“L’Italia vota ancora una volta contro l’abrogazione dell’embargo a Cuba: l’embargo lo paga il popolo. Sempre. In ogni dove. Poi parlano di diritti umani… Soprattutto in un momento come questo. Vergogna”, ha detto invece Fiorella Mannoia.

“Queste misure sono illegali e immorali. Affamano le persone da più di 60 anni”, ha affermato il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez.

In un’intervista rilasciata di recente a Fanpage.it l’Ambasciatore del paese latino-americano Josè Carlos Rodriguez Ruiz ha spiegato le conseguenze concrete del blocco economico imposto dagli Usa: “Tra marzo 2019 e aprile 2020 l’embargo è costato a Cuba 5 miliardi di dollari”. In campo sanitario è concreto il rischio di avere problemi nell’approvvigionamento di materiale farmaceutico: “Potrebbe mancare qualsiasi cosa – spiegava l’Ambasciatore -: un componente di un apparecchio sanitario, una tecnologia o un principio attivo che potremmo reperire negli Stati Uniti, ma che non può raggiungere Cuba a causa del blocco. In quel caso saremmo costretti a rivolgerci altrove a costi molto più alti ma con grandi difficoltà. Un esempio: se volessimo acquistare una macchina della multinazionale tedesca Siemens dotata di una porzione di tecnologia statunitense non potremmo farlo… Chiediamo da decenni, inascoltati, la fine dell’embargo. Con Trump il blocco è peggiorato e ora speriamo che l’amministrazione Biden voglia almeno modificarne le condizioni, come promesso in campagna elettorale”.

Cuba è al lavoro per sviluppare cinque vaccini contro il coronavirus: se verranno approvati verranno inviati anche ai paesi in via di sviluppo, quelli attualmente sono più indietro nell’approvvigionamento dei farmaci contro il Covid-19.

Annota Fabio Marcelli, Giurista internazionale, nel suo Blog sul fattoquotidiano.it: le sanzioni “Sono misure contrarie a numerose norme del diritto internazionale, dato che costituiscono lo strumento col quale gli Stati economicamente più forti vorrebbero piegare ai loro voleri gli Stati recalcitranti che si ostinano a voler avere una politica estera ed interna autonoma dalle loro indicazioni. Sono l’altra faccia dei bombardamenti e degli interventi armati. Confliggono in modo frontale con una concezione, l’unica ammissibile, del diritto internazionale come rapporto tra enti pari-ordinati che cooperano in buona fede per il raggiungimento di finalità comuni. Una concezione sempre più necessaria nell’attuale contesto internazionale segnato da sfide globali, dalla pandemia all’ambiente, dalla povertà alle migrazioni, che possono essere affrontate e vinte solo con un impegno comune di tutti gli Stati”.

Una proposta da rilanciare

Scrive Arturo Scotto, coordinatore nazionale di Articolo 1-Mdp: “Sono da sempre contro l’embargo a Cuba. Non ho mai cambiato idea. In generale penso che la politica delle sanzioni vada rivista.

Nel corso degli ultimi anni essa – quando non è stata aggirata dagli stessi stati occidentali che la propugnavano – ha spesso prodotto l’effetto opposto, contribuendo a suscitare fiammate nazionaliste e isolazioniste nei paesi colpiti da tali provvedimenti.

Dunque, se avessi una qualche responsabilità oggi nel governo del paese continuerei a votare per togliere il “bloqueo” e mi batterei per alleggerire ovunque la politica delle sanzioni. In questi giorni, ha fatto molto discutere il voto dell’Italia – assieme ai paesi principali dell’Ue – contro una risoluzione presentata da Cina, Azerbaijan e Territori Palestinesi per eliminare le sanzioni.

Una risoluzione presentata – attenzione – non nel Consiglio di Sicurezza o nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma in un organismo collaterale che è il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Questa risoluzione non interveniva sul caso specifico di Cuba, ma in generale su tutti i paesi oggetto di embarghi o politiche sanzionatorie.

Erga omnes, insomma.

Penso che innanzitutto andrebbe chiarito il contesto, gli attori e le conseguenze: l’Italia e l’Ue non hanno consumato alcun tradimento nei confronti di Cuba. Sarebbe sbagliato e controproducente affermare questo.

E sarebbe un errore tragico mettere Cuba nel calderone.

Cuba non è il Myanmar, così come non è la Siria, la Corea del Nord o il Venezuela.

Va affrontata e trattata in quanto Cuba, un paese autonomo con caratteristiche profondamente diverse da altri paesi in cui la democrazia e i diritti umani vengono sistematicamente colpiti.

Va ricordato – tra l’altro – che l’Assemblea Generale dell’Onu ha votato più di una risoluzione – l’ultima addirittura nel 2017 – per rimuovere l’embargo, con appena due voti contrari di Usa e Israele.

Insomma, la linea dell’Italia e dell’Ue è sempre stata questa e non è cambiata.

Possiamo dire che basta?

Ovviamente no.

Abbiamo sognato quando Barack Obama ha visitato Cuba, avviando una politica di dialogo e di distensione che avrebbe portato alla fine delle sanzioni.

L’avvento di Trump ha prodotto un arretramento significativo, interrompendo relazioni diplomatiche che si erano finalmente riaperte dopo decenni.

Oggi c’è Biden, ma la sua agenda su L’Havana non è ancora chiara.

Occorre tuttavia rilanciare un’iniziativa vera, del Parlamento, per riaprire la partita del “Bloqueo”.

Sarebbe bello se, innanzitutto dalle forze che hanno dato vita alla coalizione giallorossa, partisse un’iniziativa unitaria, una risoluzione parlamentare, per ribadire in tutte le sedi la necessità di rimuovere il blocco commerciale degli Stati Uniti.

Lo dobbiamo alla nostra fame di giustizia.

Lo dobbiamo a questa piccola e straordinaria isola”.

Una proposta che Globalist rilancia, dando conto di chi alla Camera e Senato la raccoglierà. O la lascerà cadere, in un silenzio complice. Quanto poi al governo, ci piacerebbe sapere cosa ne pensa il ministro Di Maio. E assieme al titolare della Farnesina, il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Erano informati del “no” italiano? E non ritengono che sia giunto il momento di cambiare rotta e affermare che le sanzioni sono sempre e comunque uno strumento che colpisce i popoli e non i regimi?

Una cosa è certa: il voltafaccia di Draghi e Di Maio non fa onore all’Italia e al “governo dei migliori”.

(Globalist)

 

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