Per ridare senso alla rappresentanza, ripartire dal proporzionale

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Si è appena costituito un anomalo governo di “salvezza nazionale” sostenuto dalla grande maggioranza delle forze politiche e si ricomincia, giustamente, a parlare, di riforma della legge elettorale.

Non peraltro – come si era promesso nella campagna referendaria per la riduzione del numero dei parlamentari – in senso proporzionale ma insistendo nel riproporre soluzioni maggioritarie, già oggi rivelatesi inadeguate e pericolose.

È necessario e urgente ridare senso a una rappresentanza politica plurale, che pretende il confronto tra prospettive e programmi tra loro diversi. Altrimenti perché votare? È, dunque, tempo di mettere mano alle condizioni per il corretto funzionamento della dialettica democratica e delle istituzioni, gravemente compromesso dalla crisi della rappresentanza che coinvolge entrambi i lati del rapporto: i rappresentati non meno dei rappresentanti. È alla costruzione di una società strutturata e vitale che si deve lavorare, dando piena dignità e ruolo adeguato all’associazionismo culturale e politico in tutte le sue diverse forme ed espressioni. Se non può farsi affidamento sulla capacità dei partiti di autoriformarsi, non si può neppure confidare sulla spontaneità dei soggetti sociali di farsi autonomamente valere. Senza partiti, o altre forme organizzate, la società civile è condannata a perdere forza ed efficacia politica.

Per perseguire un recupero del rapporto tra rappresentanti e rappresentati e per assicurare un corretto governo delle dinamiche sempre più delicate e conflittuali che attraversano il Paese, la strada da percorrere è un’altra.

Il primo passo è prevedere un sistema elettorale che eviti distorsioni, favorendo artificialmente alcune forze politiche a scapito di altre. Una legge elettorale pienamente proporzionale e che permetta a elettori ed elettrici di scegliere i propri rappresentanti non è la soluzione alla crisi della politica, ma ne rappresenta il presupposto.

L’approvazione di una legge siffatta toglierebbe ogni alibi a coloro che, da decenni ormai, sono stati portati a orientare l’intera propria azione politica al solo fine di governare senza rappresentare. L’ossessione di sapere “il giorno stesso delle elezioni” il nome dell’unico vincitore ha indotto diverse maggioranze parlamentari ad approvare leggi elettorali truccate, le quali alteravano a tal punto i risultati che alla fine è dovuta intervenire la Consulta per riportare un po’ d’ordine. C’è voluto il giudice delle leggi per ricordare a tutti e tutte come la composizione delle Camere si deve fondare sul principio della rappresentanza democratica, la quale non può subire alcuna «alterazione profonda», poiché è su di essa che «si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente». Ma oggi si ricomincia come se nulla fosse accaduto.

L’essenza del voto nella nostra democrazia costituzionale non è la certezza dell’esito, bensì quello di permettere al popolo di scegliere i/le parlamentari affinché rappresentino, senza vincolo di mandato, la nazione nelle sue molteplici e complesse articolazioni. I partiti e i movimenti a forza di guardare solo a se stessi lo hanno dimenticato. Nessuna delle forze politiche, sempre alla ricerca di alleanze preelettorali insincere, strumentali a vincere ma non a governare, ha più curato con perseveranza e passione le necessarie alleanze sociali. Ma sono queste ultime che danno forza e sostanza all’azione politica dei diversi partiti, che si pongono tra loro in lotta per affermare ciascuno la propria visione del mondo attraverso le regole della democrazia parlamentare.

La retorica mainstream ha ripetuto per anni una palese falsità: bisogna costringere i partiti ad allearsi tra loro prima delle elezioni al fine di assicurare una mitica governabilità evitando la troppo breve durata dei Governi. È un’invenzione che non ha retto alla prova della realtà: è la litigiosità delle coalizioni – formate prima o dopo le elezioni – che ha continuato a rendere deboli i governi e breve la loro durata. Quel che è mancato, allora, è altro. In Italia i governi sono deboli perché debole è la loro capacità di elaborare coerenti strategie e solidi programmi politici e ideali. Per questo un sistema elettorale proporzionale appare il più idoneo anche per cercare di ottenere il risultato di una maggiore stabilità dell’intera forma di governo.

Un sistema proporzionale è condizione necessaria, sebbene non sufficiente, per dare la possibilità ai conflitti che attraversano la società di trovare una rappresentanza reale in Parlamento. È poi al Parlamento che compete ‒ per Costituzione e per storia ‒ il compito di definire il compromesso politico e sociale tra forze realmente rappresentative, conferire la fiducia al governo, dare vita a un indirizzo politico condiviso ed espressione della sovranità popolare.

Sappiamo bene che il sistema elettorale non basta e che è necessario un rinnovamento profondo delle forze politiche in direzione delle persone e non del Palazzo, ma senza la sua adozione viene meno anche la speranza del cambiamento.

Per questo occorre aprire nel Paese un’ampia mobilitazione in favore di una riforma del sistema elettorale in senso autenticamente proporzionale.

Gaetano Azzariti Maria Luisa Boccia Luigi Ferrajoli Franco Ippolito Livio Pepino
L’articolo è pubblicato anche su il manifesto

(volerelaluna)

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