Monica Benicio, vedova di Marielle Franco: «In Brasile il potere uccide nella totale impunità»

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Compagna di Marielle Franco, militante del Partito Socialismo e Libertà (PSOL) uccisa il 14 marzo 2018, Monica Benicio è stata recentemente eletta consigliera per lo stesso partito a Rio de Janeiro.

L’intervista è stata realizzata pochi giorni dopo l’attentato contro Carolina Iara, militante LGBTI, e un mese dopo il terzo anniversario dall’omicidio di Marielle, anche lei consigliera nella capitale carioca

Marielle Franco e Anderson Gomes, l’autista dell’auto di rappresentanza sulla quale viaggiava, sono stati giustiziati il 14 marzo 2018 a Estacio, quartiere centrale di Rio de Janeiro, in un “reato su commissione” che portava direttamente alle milizie legate al presidente Jair Bolsonaro. Marielle aveva 39 anni, era un’attivista nera, nata e cresciuta nella favela di Maré, dove godeva di grande stima. Nelle elezioni municipali del 2016, è stata la quinta consigliera per numero di voti e al momento del suo assassinio stava esercitando il suo primo mandato.

Giorni prima della sua esecuzione, aveva criticato la violenza delle azioni del 41° Battaglione della Polizia Militare contro gli abitanti di Acarí, favela alla periferia di Rio. Marielle si opponeva esplicitamente e tenacemente all’intervento militare a Rio de Janeiro (approvato infine dal Parlamento) perché riteneva che avrebbe colpito principalmente i settori poveri ed emarginati della città.

Grazie alle indagini della polizia civile, i sospetti sui responsabili non hanno tardato a portare verso il presidente Bolsonaro e il suo clan familiare, seminando indignazione in ampi settori della società.

All’alba del 12 marzo 2019, due ex membri della Polizia Militare (PM), Ronnie Lessa ed Elcio Vieira de Queiroz, sono stati arrestati. Secondo gli inquirenti, il primo sarebbe stato l’autore materiale dei 13 colpi da arma da fuoco che hanno messo fine alle vite di Marielle e Anderson, mentre Vieira de Queiroz era alla guida dell’autovettura con la quale è stato compiuto l’attacco. Entrambi avevano un forte legame con Bolsonaro e la sua famiglia.

Dal momento della sua esecuzione a oggi, il potere militare, paramilitare e parapoliziesco in Brasile denunciato da Marielle Franco non ha fatto altro che aumentare e le temute milizie, originarie di Rio de Janeiro, costituiscono oggi un fenomeno di stato, con un radicamento profondo che arriva persino ai poteri centrali, come denunciato dall’intervistata.

Monica Benicio, compagna di Marielle Franco, è nata e cresciuta nella favela di Maré. Fino all’omicidio della partner, non si era impegnata attivamente in politica.

Dopo l’attentato, ha accettato di candidarsi alle elezioni del novembre 2020 ed è stata eletta consigliera per il partito di sinistra, il Partito Socialismo e Libertà [fondato nel 2004 da parlamentari espulsi dal Partito dei Lavoratori per non aver votato la riforma delle pensioni durante il governo Lula – ndt].

Oggi rende esplicito il proprio impegno nei confronti delle donne, dei gruppi LGBTI, della popolazione nera e indigena e degli esclusi, denunciando come il potere giudiziario brasiliano non solo non sia riuscito a scoprire chi fossero i responsabili dell’omicidio di Marielle, ma che sta venendo manipolato per impedire che i principali sospettati siano processati.

La casa dell’assessore Carolina Iara, di proprietà del collettivo trans, è stata attaccata il 27 gennaio. Cosa rappresenta questo gesto nell’attuale situazione politica brasiliana?

È di forte impatto, per via della violenza esercitata. In Brasile il potere uccide nella totale impunità. Siamo in un paese dove l’esecuzione di una consigliera democraticamente eletta è ancora avvolta nell’ombra. Con questa omissione, lo Stato dà carta bianca a questo gruppo che compie omicidi come forma di azione politica.

Questo messaggio legittima la violenza subita non solo da Carolina Iara, ma anche dalle consigliere Érika Hilton e Samara Sosthenes, del collettivo Quilombo Periférico [aggressione in casa per la prima, colpi di arma da fuoco contro l’abitazione della seconda – ndt]. Questa violenza viene esercitata sulle donne, sui gruppi LGBTI, sulla popolazione nera, indigena, dei quilombos [comunità costituite dagli schiavi liberati e che oggi reclamano autonomia – ndt] e sui poveri in generale, rimarcando questo “non luogo” in cui sono stati relegati questi segmenti di popolazione.

Il governo di Jair Bolsonaro ha espresso la chiara volontà di rimuovere questi corpi dal dibattito e dalla politica istituzionale. Marielle e il suo autista Anderson Gomes sono stati assassinati alle 21:00 a Rio de Janeiro, una delle capitali più grandi del mondo, con un modus operandi che non lasciava dubbi sul fatto che si trattasse di un reato politico; quasi per non confonderlo con un tentativo di rapina, né il suo portafoglio né i suoi oggetti personali sono stati toccati. Questo travalica i limiti di un sistema democratico, la discussone qui è tra democrazia o barbarie.

L’anno 2018 è stato emblematico in termini di attacco ai diritti umani. A marzo, Marielle è stata uccisa come chiaro messaggio politico: un’esecuzione sommaria per avvertire che tutto ciò che questa donna rappresentava non troverà spazio nella politica istituzionale. Allo stesso tempo, Lula è stato trasformato in un prigioniero politico e nello stesso anno Bolsonaro è stato eletto alla Presidenza della Repubblica. In questa fase, nonostante il suo prestigio sia diminuito, a volte Bolsonaro dà l’impressione di essere più forte di prima.

Lei sottolinea che questa violenza serve a impedire a questi settori della società di accedere alla politica istituzionale. Non c’è anche qualcosa in più? Sono voci che protestano e avanzano richieste, perché esprimono segmenti significativi che soffrono una palese disuguaglianza.

Questo è esattamente il progetto politico. Queste persone non solo vengono private del diritto di prendere parte al dibattito istituzionale, ma anche del diritto alla vita stessa. Lo è a tal punto, che c’è una precisa volontà dietro al fatto che il governo abbia negato il dramma della pandemia, perché quali sono i settori che muoiono di più a causa della Covid-19? Proprio i corpi più fragili, quelli con meno risorse, quelli con le condizioni igienico-sanitarie più precarie.

È un crimine anche non garantire un reddito minimo a chi non può lavorare da casa durante la quarantena. Questa negligenza non è casuale o accidentale, è un progetto di potere. Bolsonaro non si preoccupa affatto della vita della popolazione, anzi tutto il contrario: quello che rappresenta è un progetto neoliberista di ultradestra, fascista. Non ha il minimo riguardo nei confronti della vita, ce l’ha solo verso il guadagno economico di pochi, di quelli che hanno sempre avuto il potere in questo Paese.

La violenza politica estrema è una costante in Brasile, ma le sue istituzioni non sono fatte solo di bolsonaristi. Perché il corpo istituzionale non reagisce a tale violenza?

C’è un filo di complicità tra i poteri, come appena confermato dall’elezione di Arthur Lira, alleato di Bolsonaro, a nuovo presidente della Camera Federale. A fare da contraltare, la società civile si organizza e lotta contro questo governo. Però le istituzioni continuano con il clientelismo caratteristico della nostra vita politica. Hanno le loro dispute di potere interne, certo, ma sono secondarie: quello che importa è che sono tutti al servizio di un progetto neoliberista, basato sul guadagno economico proprio del capitalismo.

Le dirigenze evangeliche hanno espresso un sostegno fondamentale per la vittoria alle elezioni di Bolsonaro e la successiva costruzione di quadro di legittimità. C’è stato qualche cambiamento in questo senso?

Nonostante il detto “peggio di così non può andare”, le cose possono sempre peggiorare. Una politica di complicità e scambio di favori, che all’inizio si intravedeva appena, si è consolidata, e adesso è conosciuta come “il banco BBB” [dall’acronimo degli interessi che rappresentano: Boi, Bala, Biblia, “Bue, Proiettile, Bibbia”: agroalimentare, milizie paramilitari e movimento evangelico – ndt].

In Brasile, Stato e religione non sono separati e non perché la società sia ingenua o ignorante, ma perché è coerente con il progetto di potere egemonico. La variabile economica pesa molto nella relazione tra il governo e il banco evangelico, che lavora a favore dei ricchi bianchi che comandano in Brasile. Ci sono aree con una forte influenza di religioni africane che subiscono roghi, invasioni e devastazioni dalle milizie. E perché? Perché quelli che vivono in quei territori sono neri e poveri che continuano a subire violenze sistematiche da parte dello Stato e di queste bande parapoliziesche e paramilitari. Tutto è collegato, niente è casuale.

I settori economici e politici potrebbero mettere in discussione l’opportunità di continuare con Bolsonaro al governo. Quale affidabilità e, soprattutto, quale consistenza attribuisce a queste voci?

Sono certa che, in fondo, gli imprenditori non vogliano mettere in dubbio l’opportunità di continuare con Bolsonaro al governo. Conviene che rimanga lì, nonostante, di fatto, debbano subirne anche le conseguenze, visto che è talmente disastroso che con la caduta del prestigio internazionale del Paese causa gravi danni anche a loro.

Quello che vedo sono movimenti volti a garantire un ambiente nel quale privilegio e profitto rimangano intoccabili. Credo anche che siano conniventi con molte delle pratiche governative che ho già menzionato.

Con la sua disastrosa politica di gestione della pandemia, Bolsonaro avrebbe violato così tanti articoli costituzionali da poter essere già oggetto di messa in stato di accusa. Inoltre, ci sono state grandi manifestazioni di piazza. Perché lo stesso Congresso che non ha esitato ad approvare le indagini sull’Operazione Lava Jato, oggi si rifiuta di trattare anche solo una delle oltre 60 mozioni di impeachment che ha sul tavolo?

Quello che è successo a Dilma Rousseff è stato senza dubbio un colpo di stato, chiaramente misogino, per nulla dovuto a presunte irregolarità fiscali ma all’imperativo di rimuovere dalla presidenza una donna di sinistra. Visto il successivo sdoppiamento, con l’incarcerazione di Lula, era evidente che c’era una connessione tra questi procedimenti e il processo elettorale a venire.

Questa è la chiave per capire cosa è stato costruito politicamente in Brasile in questo periodo e che ha messo a nudo l’alleanza con il giudice Sérgio Moro [responsabile del processo contro Lula – nda], diventato magicamente “super” ministro del governo Bolsonaro.

L’operazione Lava Jato [indagine federale del 2014 sull’azienda petrolifera statale, Petrobras – ndt] nasceva dalla speranza del popolo nella lotta alla corruzione, ma ha portato alla luce una rete di favori e complicità tipica della politica brasiliana. Moro ha fatto trapelare ai media informazioni processuali riservate su Lula e Dilma, sapendo bene che sarebbero servite da carburante per infiammare la politica di odio che venne messa in campo da quel momento in poi. Hanno ribadito che la politica si colloca nella sfera “dello sporco e del corrotto” e, con un passaggio magico, si sono offerti come salvatori. Non a caso il giudice Moro è stato a un certo punto incoronato come “eroe”. Titolo che oggi, a causa dei successivi episodi che hanno messo a nudo questa trama, si è rivelato essere stato un errore.

Noi lo sapevamo che c’era una macchinazione tremenda, ma la gente no. A posteriori, quando il quotidiano “The Intercept” ha rivelato le conversazioni tra il giudice e altri elementi del potere, nelle quali proponeva di “mettersi d’accordo con tutti” [per rendere possibile la destituzione di Lula – nda], l’obiettivo politico delle loro azioni divenne palese. È chiaro che Dilma ha commesso molti errori, non la applaudirò ma nemmeno la metterò in discussione: né lei né Lula, non è l’obiettivo di questa intervista. Però dirò che entrambi hanno fatto molte cose positive per la maggioranza della popolazione, hanno sbagliato molto ma hanno anche avuto ragione e hanno portato cambiamenti positivi e significativi. Questo deve essere loro riconosciuto. Avevano una politica basata sull’inclusione e sul diritto alla vita e sono state vittime di una manovra che ha ordito subdolamente degli scandali politici.

Il Brasile è un paese nel quale dentro casa, fin dalla prima infanzia, la gente sente dire che tutti i politici sono corrotti e che non ci sarà mai una soluzione, che la politica è un lavoro sporco; e parlo dal punto di vista di una donna nata e cresciuta nella favela. Credo che questo sia il prodotto di un messaggio radicato profondamente razzista e dal profilo coloniale, che garantisce che la maggior parte della popolazione non si interessi alla politica. Questo è il motivo per il quale quei corpi di cui abbiamo parlato, donne, LGBTI, neri e indigeni, non aspirano a lottare per ottenere spazi di potere. Noi proviamo a mettere in discussione questo messaggio e quest’ordine, ma la risposta del potere è violenta e si affida allo strumento più facile per fare politica: la paura. La ricetta è pronta. Questo è il governo di Jair Bolsonaro.

Porti alla luce un dibattito che dall’arrivo di Podemos al Governo in Spagna è stato molto intenso: la politica si svolge solo nell’ambito istituzionale, o ci sono altre alternative di trasformazione che non passano per forza attraverso le istituzioni?

Non sono mai stata d’accordo con l’affermazione che fare politica sia solo fare politica istituzionale. Il nostro corpo è lo strumento più potente che abbiamo, ed è attraverso di esso che riusciamo a compiere le trasformazioni reali, quando lo mettiamo al servizio della lotta. E io, che sostengo una posizione femminista, anticapitalistica ed ecosocialista, lo faccio dalla mia condizione di donna lesbica; metto il mio corpo in strada facendomi carico di questo luogo, che è vulnerabile.

Questo è fare politica. Facciamo politica in tanti modi diversi e non solo attraverso le istituzioni. Al contrario, credo che la forza principale del nostro agire politico si manifesti nella quotidianità. Possiamo realizzare le trasformazioni solo attraverso l’organizzazione e un riscatto del protagonismo comunitario, capendo che è in gioco il diritto a una vita degna per tutti. Oggi, l’azione popolare e i movimenti sociali in Brasile hanno la responsabilità di garantire che questo paese non soccomba alle politiche del governo Bolsonaro, riuscendo a malapena a mitigare la tragedia che sta colpendo la maggioranza … [della cittadinanza – ndt]

Stai dicendo che, nonostante gli omicidi e la brutale repressione, i movimenti sociali non si sono fermati né hanno fatto marcia indietro?

Esatto, senza alcun dubbio. I movimenti sociali continuano a scendere in piazza per chiedere l’impeachment e a favore degli indigeni che hanno il diritto di abitare le terre che Bolsonaro cerca di rubargli, mentre i movimenti LGBTI non rinunciano a manifestare e rifiutano di “tornare nell’ombra”. Userò un esempio pratico, che ovviamente mi tocca personalmente, ovvero l’omicidio di Marielle.

Il suo omicidio significava che tutto quello che lei rappresentava doveva fare un passo indietro. Che le donne, il movimento nero, LGBTI, le favelas, la popolazione povera e tutte quelle variabili che attraversavano il corpo di Marielle facessero marcia indietro. Ma è successo esattamente il contrario: oltre al fatto che il suo omicidio ha suscitato una gigantesca risposta popolare, le donne di colore si sono fatte avanti per chiedere giustizia, così come la cittadinanza LGBTI e altri gruppi, opponendosi a questa politica autoritaria. Il messaggio non ha funzionato e la risposta è stata contraria a quello che il potere cercava di seminare.

È per questo che Marielle oggi è un simbolo di resistenza e lotta, anche internazionale, perché parla di una lotta che attraversa tanti corpi, ha un profilo intersezionale e ci sono identità multiple che ne fanno parte. I movimenti sociali si sono mossi con quella logica e sono gli unici che riescono, di fatto, a opporsi a questo governo non rispondendo con odio alla politica dell’odio emanata da quest’ultimo, ma con un’altra politica basata sul diritto alla vita.

I candidati delle milizie sono appena entrati nelle istituzioni per via elettorale. Inoltre, le alte sfere militari mettono la società costantemente in pericolo e sembrano scommettere sul potere persuasivo della memoria della dittatura militare. Come spiega l’arrivo di tali sinistri personaggi al potere politico e l’avanzata del fascismo e come si può fermare e sconfiggere questa offensiva?

Oggi le milizie sono arrivate fin dentro lo Stato, dispongono di un ampio radicamento istituzionale e hanno un proprio progetto. Purtroppo, rileviamo che sono un braccio economico e politico del governo. Scelgono i propri candidati, controllano il territorio e stanno cominciando a fissare l’agenda politica. Quello che sta accadendo in Brasile è della massima gravità e i prossimi anni possono essere molto più drammatici. Assomiglieranno ad altri che abbiamo già conosciuto durante la dittatura militare, anche se ora in qualche modo diversi, nei quali la violenza arriverà con tutta la sua crudeltà e simbolismo.

A volte mi chiedo, la maggioranza della popolazione brasiliana sa a cosa ci riferiamo quando parliamo di fascismo? Nel 2018 abbiamo sentito qualcuno dire “eleggeremo un fascista”: dubito che ci fosse una piena comprensione della gravità di quel gesto, perché non abbiamo vissuto, come ha fatto l’Europa, quel regime. E quando mi chiedono come fermarlo, penso che sia possibile solo organizzandoci, confrontandoci e comprendendo la portata di questa battaglia. Forse non si tratta soltanto di combattere contro il fascismo, ma piuttosto di difendere la democrazia e la vita.

Il dilemma che il Brasile deve affrontare oggi è tra la democrazia o la barbarie. Il mese prossimo sono tre anni dall’esecuzione di Marielle e continuiamo ad aspettare giustizia, senza che lo Stato abbia scoperto chi siano stati i mandanti e senza che i sospettati di essere gli esecutori materiali siano stati portati in giudizio. Stanno facendo in modo che la magistratura non compia il proprio dovere, ma è fondamentale che vengano processati.

Articolo pubblicato originariamente su El Salto Diario. Traduzione a cura di Michele Fazioli per DINAMOpress

Foto di copertina Mídia NINJA da Flickr.

(dinamopress)

 

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