Nel Pd giornata di passione. Zingaretti minaccia di lasciare

112

Il dilemma del leader. Lo sfogo dopo l’ennesima lite sui sottosegretari.

«Ma ora serve un chiarimento vero». Verso le primarie in autunno. Bonaccini si scalda

 

Una giornata nera, da dimenticare, per Nicola Zingaretti. Di prima mattina la lettura delle interviste dei sindaci Pd Giorgio Gori (Bergamo) e soprattutto di Antonio Decaro (Bari), grondanti critica verso la gestione del Pd.

Con parole come «il Pd è ostaggio delle correnti e rischia di sparire», «vocazione minoritaria» e altre carezze all’indirizzo del quartier generale del Nazareno.

Poi l’ennesimo estenuante braccio di ferro sulla lista dei sottosegretari – solo 6 superstiti contro i 13 del Conte bis- con Zingaretti fermo nel difendere la prevalenza di donne (5 su 6 alla fine) e tutti gli altri furiosi per essere stati fatti fuori. Ex viceministri e sottosegretari di tutte le correnti, comprese quelle più vicine al segretario.

UNA TENSIONE TALE che a un certo punto, nel pomeriggio, la rabbia di Zingaretti è tracimata fuori dalle mura dal Nazareno. E con essa la voce della minaccia di dimissioni che è circolata per ore anche tra esponenti vicini alla segreteria.

Non una polpetta avvelenata messa in giro dai nemici interni, ma uno sfogo reale, figlio dell’esasperazione. Che ha gettato nel panico i dirigenti a lui più vicini, che lo hanno pressato per fargli cambiare idea. In serata la smentita dall’ufficio stampa del Pd: «Non ci sono dimissioni».

E tuttavia chi ha parlato con Zingaretti lo descrive «deluso», «amareggiato» per le continue critiche che da settimane gli piovono addosso da dentro il partito. Un fuoco amico che arriva dopo che tutti i passaggi chiave della crisi sono stati approvati in direzione «all’unanimità». Coltellate a freddo, che rendono ancora più urgente quel «chiarimento» che Zingaretti ha annunciato per le prossime settimane.

DOPO LA GIORNATA NERA di ieri – e salvo sorprese – Zingaretti si è convinto che ci deve essere un congresso vero, non appena la pandemia lo permetterà. Sul calendario sono stati segnati i mesi di ottobre e novembre, dopo la grande tornata amministrativa in oltre 1000 Comuni, che si terrà in settembre. Il segretario non ha ancora deciso se fare come gli consiglia lo stratega Goffredo Bettini, e dunque ricandidarsi portando i risultati di due anni di lavoro e una proposta chiara sul futuro e sulle alleanze con M5S e Leu. O se passare la mano.

Nel 2009 Veltroni, dopo mesi di fuoco amico, e nonostante i consigli di Bettini, decise di passare la mano evitando il congresso contro Bersani. Questa volta le cose potrebbero andare diversamente, e sono in tanti nella cerchia più ristretta che spingono Zingaretti a combattere. Una resa dei conti con gli avversari interni non è nel suo stile, lui ha chiesto un confronto «schietto ma senza astio», ma questa è senza dubbio l’occasione per affermare la sua linea. Anche mettendosi i guantoni.

MA LA DECISIONE NON È ancora presa. L’unica cosa chiara è che -pandemia permettendo – entro fine anno ci saranno le primarie per scegliere il leader del Pd, con quasi due anni di anticipo sulla scadenza naturale che sarebbe nel 2023. La decisione sarà presa all’assemblea nazionale del 13 e 14 marzo.

SUL FRONTE OPPOSTO, Stefano Bonaccini è pronto a lanciare la corsa alla segreteria. La sua piattaforma sarà diversa da quella attuale (se Zingaretti non si ricandidasse al suo posto potrebbe esserci Andrea Orlando): coalizione di centrosinistra largo, dalla sinistra fino a Calenda, stop al matrimonio con il M5S, sguardo rivolto ai ceti produttivi, alle imprese, ai non garantiti.

Chi gli ha parlato spiega che «l’idea che lui possa essere il candidato di Renzi o di una corrente è fuori dal mondo». «Se Stefano correrà lo farà in prima persona, con il suo bagaglio di esperienza e la sua leadership». E con il progetto di «tornare alle origini del Pd del Lingotto (Veltroni 2007), alla vocazione maggioritaria che «prescinde dalla legge elettorale». L’idea di fondo è quella di cui ha spesso parlato: «Il Pd non può pensare di restare al 20%, altrimenti non vince».

OGGI LA DIREZIONE DEM si occuperà della «questione femminile», «l’affermazione di un partito di donne e di uomini», dopo la rivolta delle donne a seguito dell’assenza di ministre nel governo Draghi. Zingaretti porterà un risultato pesante sui sottosegretari. Ma il clima resta di burrasca. Appesantito anche dallo scivolone di un tweet del segretario in soccorso di Barbara D’Urso, che rischia la chiusura del suo programma su Canale 5: «Hai portato la voce della politica vicino alle persone. Ce n’è bisogno!». Sui social pioggia di critiche e sfottò

(Il Manifesto)

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui