“Così ho sconfitto il bullismo e ora lo spiego agli insegnanti”

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Fabrizio Venerdini aveva 15 anni quando è diventato bersaglio degli insulti dei compagni in una scuola di Sassari. Vittima di insulti perché sovrappeso e omosessuale, aveva lasciato gli studi per sfuggire a quei tormenti.

All’AGI racconta come adesso la sua esperienza possa essere utile ai professori per aiutarli a proteggere gli alunni  bullizzati

“Sulla lavagna c’era il mio nome accanto alla parola ‘Gay’: il professore si è limitato a girarla dall’altra parte, senza dire nulla. E ho capito che ero solo”. Allora Fabrizio Venerdini aveva 15 anni, era sovrappeso e omosessuale, ma ancora non si accettava e un gruppetto di bulli lo scherniva ogni giorno nella scuola di Sassari che frequentava: un tormento che l’ha spinto ad abbandonare gli studi una volta diventato maggiorenne. Oggi, a 28 anni, ormai uscito da quella spirale di sofferenza, l’ex vittima spiega ai docenti come aiutare gli alunni bullizzati. “La scuola, la ricreazione e il viaggio in autobus erano diventati un incubo”, racconta Venerdini all’AGI. Durante il primo anno di superiori gli insulti erano velati, mai diretti: “Bisbigliavano alle mie spalle ‘frocio’, durante la lezione e ho iniziato a capire che era riferito a me quando passavo tra i banchi per andare all’interrogazione e gli insulti continuavano”.

L’incubo della solitudine

Possibile che gli insegnanti non se ne accorgessero? “Come li sento io, li sentono anche loro, pensavo, ma quando vedevo che nessuno interveniva mi veniva il dubbio che a percepirli fossi solo io”, si diceva l’allora quindicenne bullizzato. “Riuscivo a reagire quando mi urlavano ‘grasso’, mentre rimanevo inerme quando mi dicevano ‘frocio’.Non mi accettavo”. I bulli non si fermavano, quell’adolescente sovrappeso che si sentiva diverso era solo. L’unica compagna di classe che lo difendeva durante il primo anno poi avrebbe cambiato istituto. “Ogni mattina non vedevo l’ora che finisse la scuola per tornare a casa. Era la sola cosa che avevo in mente. A casa mi sentivo protetto, ma non ho mai raccontato nulla ai miei. Semplicemente, quando non ero a scuola, lasciavo quegli insulti lì, per questo in famiglia non si sono mai accorti di nulla”. I professori non si interessavano del disagio che viveva quel quindicenne, forse non lo percepivano e lui non ne parlava: “Non avevo il coraggio, significava anche parlare della mia sessualità e non ero pronto”, riconosce Venerdini.

Gli insulti in coro sull’autobus

Ma quando quel giorno fatidico ha letto ‘gay’ sulla lavagna per un attimo ha sperato che qualcuno sarebbe intervenuto in sua difesa. Niente del genere. “Entrato in classe, il professore ha letto l’insulto riferito a me, mi ha guardato e poi ha spostato lo sguardo sugli altri compagni”, ricorda Fabrizio. “Poi, come se niente fosse capitato, ha girato la lavagna e cominciato la lezione. Allora ho capito che nessuno mi avrebbe aiutato”. I bulli hanno interpretato il silenzio del professore come un ‘via libera’, si sono sentiti autorizzati a continuare e gli insulti sono proseguiti con cori sull’autobus che portava la vittima da casa a scuola: “A bordo c’erano spesso anche alcuni miei insegnati e nessuno faceva nulla per bloccare quei cori: ‘Grasso, frocio, Platinette’. A 18 anni volevo solo scappare da quel luogo e ho deciso di lasciare gli studi”, senza spiegare agli insegnanti i veri motivi della scelta. “Ho capito che potevo uscirne quando mi son sentito meno solo e meno sbagliato”, prosegue Venerdini. “Ho scoperto il Mos (Movimento omosessuale sardo), facevano degli incontri e degli eventi e col tempo ho capito che non sono sbagliato”.

A 23 anni Fabrizio ha deciso di riprendere gli studi e si è iscritto nello stesso istituto da cui era fuggito: “Ero tranquillo, ero cresciuto e mi accettavo, ma quando ho varcato la soglia della scuola ho rivissuto tutte quelle paure, quelle insicurezze. Credevo di averle superate e, invece, erano lì dove le avevo lasciate”. La nuova esperienza scolastica, però, si è rivelata migliore della prima: “In classe sono stato accolto da tutti, sia dai compagni che dai professori. Gli insegnanti, tutti diversi, sono stati più aperti e accoglienti”. Fabrizio Venerdini si è diplomato e, col titolo di studio, ha raggiunto un altro traguardo: “Tornare nello stesso luogo mi ha pacificato con quell’esperienza. L’ho superata, ma mi ha segnato per sempre”. Oggi Fabrizio Venerdini racconta la sua testimonianza in un ciclo di seminari del Gruppo scuola del Mos, per i docenti nell’ambito del progetto ‘Bullismo e cyberbullismo omo/transfobico’, in collaborazione con il dipartimento di pedagogia, filosofia e sociologia dell’università di Cagliari e con l’Ordine degli Psicologi sardi. “Ho deciso di raccontare la mia esperienza perché ne sono uscito. Tanti si sentono soli e vorrei far arrivare loro il messaggio che non lo sono e non sono sbagliati, qualunque sia l’insulto che gli viene rivolto. Agli insegnanti dico che non c’è un modo univoco di intervenire, ma occorre farlo, soprattutto parlando a tutta la classe con lezioni sul fenomeno del bullismo“.

(Agi)

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