Se creassimo delle “camere di ascolto”? di Paola Scarsi

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Desidero offrire al dibattito il mio contributo, seppure limitato alla mia esperienza di giornalista esperta di economia sociale.

In tale veste ho spesso raccontato storie di vita vissuta di immigrati in Italia, in qualche modo già “arrivati” in cima alla scala sociale: persone che avevano avviato una loro impresa, concluso percorsi professionali, al punto talvolta da vincere premi internazionali, sostenuti da relazioni consolidate, strutture famigliari solide, linee operative ben delineate.

Persone, insomma, da lungo tempo accolte ed integrate nel nostro Paese.

Ovviamente anche queste persone, erano e sono oggetto – senza distinguo alcuno – del radicato e ingiustificato luogo comune “ci rubano il lavoro”.

Una frase che mi ha sempre irritato (al contrario del tema che mi ha sempre appassionato) al punto da scrivere un e-book gratuito dal titolo volutamente polemico “Noi creiamo lavoro: storie di imprenditori immigrati”, proprio con l’obiettivo di contribuire a sfatare quel luogo comune.

Tralasciando l’ovvietà, nessuno di loro ha mai rubato lavoro a un italiano, mentre è vero il contrario, cioè che molti di loro hanno offerto opportunità di impiego anche a nostri connazionali, una frase ripetuta da tanti intervistati mi aveva particolarmente colpito “Mi sento metà della mia nazione e metà italiano: quando sono qui mi manca la mia nazione e quando ci torno mi manca l’Italia”.

Questo mi sembra il vero positivo risultato della parola integrazione, quello di accogliere totalmente gli aspetti peculiari sino a far convivere intimamente le due nazioni.

Un percorso che noi italiani, gli “accoglienti”, non facciamo minimamente. Offriamo – e siamo bravissimi a farlo, molto meglio di tante altre Nazioni – la prima, la seconda, la terza accoglienza, e poi ci fermiamo.

Siamo buoni, altruisti, generosi, ma non attiviamo una relazione, un interscambio.

In realtà non ci interessa chi sia l’altro, che cosa possa portare di buono o di innovativo… e ciò in qualsiasi campo.

Dalla burocrazia (ai nostri burocrati interessa sapere se e come in alcune nazioni una srl si apre in un giorno?) alle attività manuali (in altre nazioni i sistemi di riscaldamento sono talvolta più funzionali, i muri si erigono in maniere differenti) per fare qualche esempio limitato agli aspetti più semplici della vita quotidiana e non allargarsi a comparti più complessi e articolati.

L’interrogativo rimane lo stesso: queste cose uno straniero a chi le dice? E soprattutto, dall’altra parte chi c’è ad ascoltare?

Qualche interscambio esiste, ad esempio con l’alimentazione, che dalle cucine dei semplici ristoranti etnici o dei più lussuosi giapponesi, ha contaminato le nostre tavole, superando le fasi della sperimentazione di nuovi cibi o metodi di cottura.

Un altro comparto è quello della moda, che con stoffe e taglio diversi ha contaminato anche il nostro pret-a-porter.

Ma non mi pare ci sia alcuno spazio veramente strutturato dove “ascoltare” l’altro e dove imparare ad “ascoltarlo”.

Certo, ci sono tantissime associazioni che lavorano con i migranti, ma quasi sempre a senso unico, con lo stesso concetto – seppure assai positivo – di continuità di offerta, non di concreto ascolto ricettivo, unico effettivo modo per parlare di integrazione riuscita.

Al contrario ci sono associazioni di stranieri che operano per la reciproca conoscenza, nella convinzione che sia l’unica via percorribile per un’integrazione reale.

Porto ad esempio ANGI – Associazione Nuova Generazione Italo-Cinese che a Torino svolge un’intensa attività di promozione e integrazione culturale rivolgendosi alla comunità cinese e a quella italiana e favorendo rapporti di amicizia e di integrazione sociale. Quando alcuni giorni fa ho contattato il suo presidente, l’attivissimo Chen Ming, gli ho anche chiesto quali fossero state le reazioni nei confronti della comunità cinese nei primi tempi della pandemia. “Di grande diffidenza” mi ha risposto. “Alla quale – ha però aggiunto – siamo riusciti ad ovviare rafforzando ulteriormente la nostra attività di conoscenza e dialogo”. ANGI è nata per iniziativa della comunità cinese ed opera in numerosi settori tra cui cultura, lavoro, sport, turismo e commercio: per ciascuno di essi l’interscambio è attuato ai massimi livelli di relazione in entrambe le nazioni. ANGI ha trovato a Torino un terreno fertile di ascolto e dialogo, ma anche in questo caso l’iniziativa è partita dalla comunità accolta, non da quella che accogliente. Per inciso Angi è stata uno dei primi promotori del Manifesto dei giovani di seconda generazione.

Un altro luogo di dialogo, in campo imprenditoriale è CNA World, che pur relazionandosi con le imprese italiane, è più tesa a mettere in rete e rafforzare le imprese straniere presenti in Italia. Il suo presidente onorario Indra Pereira ha spesso sottolineato l’importanza di rappresentanti dell’imprenditoria straniera nelle Camere di Commercio. Una richiesta che se accolta, contribuirebbe al positivo percorso dell’integrazione, ponendo anche il mondo imprenditoriale in posizione di ascolto. Ecco, io credo che dovremmo istituire una sorta di “Camere di ascolto” a nostro favore, dove gli italiani dovrebbero essere i discenti o quantomeno gli ascoltatori.

Per concludere, noi italiani siamo fantastici nell’accoglienza, ma essa non basta. Dobbiamo essere non più umili, come qualcuno potrebbe pensare, ma più curiosi: gli immigrati ci portano un ricchissimo mondo da scoprire, e noi che cosa facciamo? Lo lasciamo li, inesplorato.

(Paola Scarsi, Cespi)

 

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