Coronavirus. La parabola discendente dei tamponi: il tracciamento è saltato così

42

Ormai la catena di trasmissione è ricostruita solo in 3 casi su 10. L’appello di oltre mille virologi al nuovo governo per un lockdown «chirurgico» e la mascherina Fpp2 obbligatoria in tutti

Il vulnus è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno vuol vederlo. Un po’ perché i numeri lo giustificano: troppi i contagi, ripetono gli esperti, facendo riferimento all’ormai famoso limite dei 50 casi su 100mila oltre cui è matematicamente impossibile ricostruire le reti del contagio (e il nostro Paese è a 135,46 secondo l’ultimo monitoraggio dell’Istituto superiore di sanità). Un po’ perché l’attenzione del sistema sanitario e delle istituzioni è tutta concentrata sui vaccini.

E allora, ecco che sul tracciamento l’Italia arranca. O, meglio sarebbe dire, latita. A migliaia i casi non riconducibili a focolai noti (29.196 per l’esattezza, sempre secondo il monitoraggio), a centinaia i focolai la cui origine resta avvolta nel mistero più assoluto. L’attività di ricostruzione delle catene di trasmissione si ferma al momento al 29,8% dei casi: cioè a meno di 3 su 10 rilevati. Quella di identificazione dei contagi nel 33,7% dei casi passa attraverso la comparsa dei sintomi: cioè troppo tardi, quando la malattia si è già fatta largo nel corpo dei pazienti, con i rischi che ormai sappiamo esservi correlati.

Per non parlare delle varianti, che sbucano come funghi da Nord a Sud senza che si possa al momento far nulla per prevenirle: quella inglese che impazza tra Abruzzo e Umbria, quella sudafricana che compare in un asilo alla periferia di Milano, quella (rarissima) nigeriana che spunta all’improvviso a Napoli. Cosa sta succedendo? «È semplice: al tracciamento abbiamo rinunciato e il virus è libero di circolare». Il giudizio categorico arriva dal microbiologo dell’Università Bicocca di Milano, Francesco Broccolo, uno che dall’inizio dell’epidemia proprio sul fronte dei tamponi è impegnato giorno e notte col suo laboratorio Cerba, tra i più importanti della Lombardia. L’inizio della fine va fatto risalire ai primi di novembre, quando la seconda ondata dell’epidemia ha cominciato a infrangersi sulla (già fragile) macchina dei tamponi: una rarità le giornate in cui si riuscivano a sfiorare i 200mila tamponi molecolari processati – quando sulla carta avremmo dovuto raggiungere i 400mila di altri Paesi “vicini” come Germania e Gran Bretagna –, mentre i nuovi contagi salivano e salivano, prima ai 30mila al giorno, poi fino ai quasi 40mila.

«Ma il colpo di grazia – spiega Broccolo – è arrivato a gennaio, con la decisione ufficiale di inserire i tamponi antigenici rapidi nel conteggio del Bollettino». Ovvero quei test che sono meno affidabili dei molecolari classici (questi ultimi richiedono almeno una giornata per essere processati, oltre che un’analisi di laboratorio), ma anche più versatili e quindi più utili sul piano dello screening: «E infatti in questo modo dovrebbero essere utilizzati: in grandi comunità come le scuole, le aziende, i porti, per scremare per così dire e controllare la situazione».

1 Numeri bassi

In Italia si sono sempre fatti, anche nei periodi di massimo impegno, troppo pochi tamponi rispetto ai principali Paesi del resto d’Europa: in Germania si ‘traccia’ a ritmo doppio.

2 Calcoli artificiali

L’inserimento dei test antigenici rapidi nel conteggio del Bollettino quotidiano sui contagi per Covid ha fatto fittiziamente crollare il tasso di positività. Eppure si tratta di tamponi meno affidabili dei molecolari.

3 Varianti da capire

È tutto da dimostrare il fatto che i test rapidi possano riconoscere la presenza del Sars-Cov-2 in presenza di mutazioni sulla proteina Spike o altre. Per questo, le varianti sono pericolose.

Da quando sono entrati nel computo invece, e le Regioni sono state libere di utilizzarli nelle quantità che meglio cre- devano (oltre che nelle più disparate tipologie: sia quelli di terza generazione, precisissimi, sia quelli di seconda e addirittura di prima, un po’ meno), «i tamponi rapidi hanno invece sostituito i molecolari, diventando strumenti diagnostici a tutti gli effetti: equiparati ai molecolari e tuttavia incapaci in una certa percentuale di casi di rilevare la presenza del virus». Col risultato che il tasso di positività è fittiziamente crollato al 4 o 5%, «una percentuale assolutamente irrealistica, tant’è vero che sulla carta ci direbbe che possiamo riprendere a tracciare e nella realtà invece non possiamo farlo». Il problema, in particolare, si pone proprio con le varianti: «Perché – continua Broccolo – gli antigenici riconoscono la presenza del Sars-Cov-2 attraverso la proteina Spike, ma è tutto da capire se lo facciano anche in presenza di mutazioni su quella proteina o su altre». E le mutazioni invece adesso andrebbero individuate subito, per agire con più tempestività: «Come fa il test che ho creato e che è al vaglio delle autorità sanitarie proprio in questo momento: in due ore permette di riconoscere la presenza delle tre mutazioni attualmente più diffuse, dando la possibilità di intervenire tempestivamente con le misure appropriate».

Lo stanno già usando a Pavia e in Veneto, si vedrà cosa ne dirà il ministero della Salute. Ma, test a parte, la firma di Broccolo si aggiunge a quella di oltre mille virologi di spicco nella scena scientifica nazionale riuniti nell’Italian Renaissance Team contro il Covid- 19 – dall’attuale responsabile della task force vaccini dell’Ema Marco Cavaleri all’ex direttore esecutivo della stessa agenzia Giulio Rasi, dal genetista Giuseppe Novelli all’epidemiologo Massimo Ciccozzi, fino al presidente della Società europea di Microbiologia clinica e malattie infettive Maurizio Sanguinetti – che questa settimana hanno scritto una lettera allarmata al premier Mario Draghi per chiedere un cambio di rotta repentino del governo proprio sul fronte del tracciamento e del contenimento del virus: incremento dei test molecolari (che devono tornare la maggioranza di quelli effettuati sul territorio), indagini approfondite su almeno il 20% dei tamponi risultati positivi per individuare la presenza di varianti, misure restrittive immediate a livello nazionale (non un lockdowngeneralizzato, ma sicuramente chiusure chirurgiche ben calibrate), obbligo della mascherina Fpp2 in tutti gli ambienti chiusi e somministrazione di tutti e tre i vaccini attualmente disponibili anche agli ultrasettantenni e alle persone a rischio. Prima di quella dei vaccini c’è un’altra sfida da affrontare, e di corsa: «I contagi stanno tornando ad aumentare, il rischio della terza ondata è all’orizzonte ». Tracciare serve, adesso più che mai.

(Avvenire)

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui