Il caso di Pablo Hasél accende la prima rivolta di massa nello Stato Spagnolo dall’inizio della pandemia

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L’arresto del rapper Pablo Hasél per i testi di alcuni tweet e canzoni, fa scoppiare la rivolta giovanile nelle piazze, getta ombre sulle basi della democrazia spagnola e mette in crisi gli equilibri istituzionali

“No me da pena tu tiro en la nuca, pepero. Me da pena el que muere en una patera. No me da pena tu tiro en la nuca, socialisto“. Per questo verso, in Spagna si va in carcere.

Policía Nazi-onal torturando hasta adelante de las cámaras” (30/03/2014).
El mafioso del Borbón de fiesta con la monarquía saudí, entre quienes financian el ISIS queda todo” (02/12/2015). Per questi tweet, in Spagna si va in carcere.

Continua l’attacco alla libertà di espressione in Spagna. L’ultimo a farne le spese è il rapper catalano Pablo Hasél, condannato a nove mesi di carcere, tre anni di interdizione dai pubblici uffici e 30 000 euro di multa per una canzone e qualche tweet, risalenti al periodo tra il 2014 e il 2016. I reati contestati sono esaltazione del terrorismo e ingiurie alla corona e alle istituzioni.

Anche questa volta l’obiettivo è stato un cantante, potremmo dire “qualunque”, della scena alternativa, come ad avvisare tutti i sudditi del regno, che il braccio della legge arriva a scovarti ovunque, che i suoi occhi e orecchie sono dappertutto, non importa quanta risonanza abbiano le tue azioni e parole.

In precedenza, la stessa sorte era toccata a Valtònyc, un altro rapper che per alcuni versi è stato condannato a tre anni di prigione.

Quattro anni fa, la “twittera” Cassandra Vera è stata condannata a un anno per dei tweet ironici su Carrero Blanco, gerarca fascista candidato alla successione a Franco e giustiziato dall’ETA. In generale, nel periodo compreso tra il 1981 ed il 2020, le condanne per reati legati alla liberà d’espressione sono 128. Un numero altissimo che non ha eguali nell’Unione Europea.

A differenza di Valtonyc, che ha scelto l’esilio in Belgio, Hasél ha voluto giocare attivamente la carta della resistenza passiva all’arresto. Dopo non essersi presentato volontariamente alle autorità, lunedì si è barricato nell’università di Lleida, la sua città, accompagnato da decine di amici e attivisti, quindi martedì mattina è stato arrestato dai “mossos d’esquadra” (la polizia catalana).

Secondo il rapper il suo ingresso in prigione può accendere i riflettori su alcune forti contraddizioni del sistema penale spagnolo.

La volontà di non fuggire all’estero e cercare di resistere all’arresto, come quella di non chiedere nessun indulto, è stata una decisione politica, l’esilio avrebbe favorito la macchina repressiva dello stato e avrebbe prodotto una riduzione del conflitto sociale, ha spiegato in varie interviste nei giorni prima della detenzione.

L’intuizione di Hasél sembra sia stata corretta. Un manifesto firmato da più di 200 artistə (tra i quali Juan Manuel Serrat, Pedro Almodovar e Javier Bardem) ne chiede la liberazione, la cancellazione dal codice penale dei reati di cui è accusato e fa appello alla comunità internazionale per denunciare la situazione anomala che mette la Spagna «al livello di paesi come Turchia e Marocco». Amnesty International considera preoccupante la situazione spagnola.

Manifestazioni sono state convocate in tutto lo stato spagnolo. Sia nelle grandi città, come Barcellona, Madrid, Saragozza, Siviglia, che nelle province, e cortei moltitudinari, i più grandi da quando è iniziata l’emergenza sanitaria, hanno sfilato per le vie del centro. Molti sono sfociati in disordini e riot. Soprattutto le e i giovanissimə sono protagonistə delle azioni, la rabbia è tanta e si somma al malessere nei confronti della mediocre gestione della pandemia.

A Barcellona, la risposta dei mossos ai primi tafferugli è stata violentissima.

Camionette hanno cercato di disperdere la folla e ancora una volta si sono utilizzati proiettili “foam”: uno di questi ha colpito una giovane facendole perdere un occhio e così cresce la rabbia e si riapre il dibattito sul modello di forze dell’ordine. Lo slogan “aboliamo la polizia”, esploso l’anno scorso negli USA, è arrivato anche qui.

Per rendere più chiaro il contesto politico in cui si stanno sviluppando questi fatti, può essere utile fare un passo indietro. Come in Italia per il codice Rocco, la struttura del codice penale spagnolo risale ai primi anni della dittatura, con alcune modifiche successive alla transizione democratica dopo la morte di Franco nel 1975.

All’eredità fascista del codice penale, si deve aggiungere l’estrema politicizzazione, ancora pendente a destra, dei vertici della giustizia.

Un meccanismo piramidale mette nelle mani del governo le nomine del Consiglio Generale del Potere Giudiziario, istituzione che a sua volta nomina tutti i procuratori e giudici locali. Negli anni, una serie di coincidenze ha fatto in modo che quest’organo sia ormai emanazione diretta del Partito Popolare e di conseguenza, a cascata, lo stesso vale per buona parte degli incarichi su tutto il territorio spagnolo.

I veti del Partito Popolare stanno in questo momento impedendo qualsiasi riforma e nuove nomine nell’organismo. Infatti, molti degli attuali conflitti politici irrisolti sono esacerbati dalla politicizzazione della giustizia: gli attacchi alla libertà di espressione e la contemporanea impunità verso tutti i crimini di corruzione che vedono coinvolti il Partito Popolare e la famiglia reale (il re emerito Juan Carlos I è accusato per fondi neri in paradisi fiscali ed è fuggito ad Abu Dhabi).

È anche in questo clima di crisi senza apparente soluzione del “regime costituzionale del ‘78” che va letta l’esplosione di proteste degli ultimi giorni per ottenere la liberazione di Pablo Hasél. In Catalogna in particolare, il repubblicanesimo e l’indipendentismo sono ulteriori basi sulle quali si alimenta l’opposizione allo stato spagnolo e alle sue leggi.

Sono passati quattro giorni dall’arresto di Hasél e l’ondata di manifestazioni non accinge a smorzarsi.

Al contrario cresce in partecipazione e radicalità. Si tratta della prima mobilitazione massiva dall’inizio della pandemia, e in un certo senso marca l’inizio di un ciclo. Qui si intravede una nuova soggettività che potrebbe essere protagonista delle lotte contro la crisi.

La visibilità della protesta sta scuotendo anche lo scenario istituzionale. Innanzitutto a livello statale, mettendo alla prova la già fragile coesione del governo di coalizione tra PSOE e Podemos. Quest’ultimo ha presentato lunedì una proposta urgente di indulto per il rapper e una legge per riformare il codice penale.

Il Partito Socialista, in tutta risposta, temporeggia e sposta il focus del dibattito sulla condanna alle violenze dei manifestanti, continuando nella tendenza inspiegabile di farsi baluardo della difesa a oltranza delle istituzioni spagnole, compresa la monarchia e i residui fascisti.

La situazione è ancora più delicata in Catalogna, dove domenica scorsa si sono celebrate le elezioni e proprio in questi gironi si stano svolgendo le trattative per formare un governo.

L’aritmetica dei seggi parlamentari dipinge uno scenario a maggioranza indipendentista e di sinistra, incarnato dal partito Esquerra Repubblicana e gli anticapitalisti della CUP. Quest’ultimi, però, hanno posto come condizione inamovibile per appoggiare un esecutivo la fine della repressione e la dissoluzione della “Brimo” (una sorta di celere catalana). Una proposta che difficilmente potrà essere ritirata se la protesta continua. Ci troviamo in un punto di rottura che sembra inaugurare una nuova fase, ancora difficile da inquadrare nella sua totalità, ma che ha già avuto un impatto più che tangibile, nel politico come nel sociale.

(Globalist)

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