lettera al direttore Marco Tarquinio: sul gioco d’azzardo

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Gentile direttore,
scrivo in riferimento alla rubrica ‘Press Party’ di Umberto Folena su ‘Avvenire’ del 18 febbraio 2021 dedicata al gioco d’azzardo e a chi, indirettamente, gli fa ancora pubblicità nonostante il divieto di legge.

La situazione è agghiacciante, in quanto il ‘fatturato’ di questo settore è di ben 107 miliardi l’anno, costituito dalle perdite al gioco di quei poveracci che vengono circuiti (fortunatamente la pubblicità è stata vietata, ma è stata una legge d’urgenza chiesta dal M5s nel 2018, a cui avrebbero dovuto seguire interventi più efficaci), tra cui si parla anche di 1,6 milioni di ludopatici. In Italia ci sono circa 8mila sale per l’«azzardo legale» distribuite in tutto il ter- ritorio, ma di solito proprio in mezzo alle zone abitate, così da costituire un richiamo continuo e difficile da contrastare, anche nei quartieri abitati da persone meno abbienti. La tassazione effettiva poi su questa ecatombe dei bilanci familiari è solo del 7% non giustificando quindi in nessun modo questo disastro per le famiglie. In Francia mi pare che siano state limitate a 200 in tutto le sale di questo tipo, principalmente in zone turistiche e non residenziali e per lo più prossime ai confini di Stato, e quindi l’impatto sulla cittadinanza è molto più contenuto. Dobbiamo sollecitare al più presto una regolamentazione più consona di questo settore. Grazie

Stefano Calà

Che devo dirle, gentile signor Calà? Benvenuto nel nostro ‘club’, che è aperto a tutti, ma disertato da troppi… Il club per nulla elitario di quelli che resistono all’azzardo. Sulle pagine di questo giornale ci battiamo da anni contro il fenomeno che abbiamo ribattezzato ‘Azzardopoli’ o ‘Stato biscazziere’ (visto che le concessioni dell’azzardo è sempre e solo lo Stato a darle e a deciderne le modalità), cioè contro il dilagare nel nostro Paese di slot machine, scommesse e altri meccanismi svuotaportafogli e soprattutto svuotavita. Un conto, infatti, è arginarlo, regolarlo e contenerlo, altro è incentivarlo e trasformarlo – come è stato in questo XXI secolo – in una delle grandi ‘attività imprenditoriali’ italiane: la terza per giro d’affari. Siamo da anni i primi in Europa (triste primato!). E l’azzardo non produce, ma distrugge: vita, benessere, serenità e coesione delle famiglie. In realtà, non fa ‘divertire’, ma fa ‘invertire’ il senso dell’esistenza, consegnandolo all’illusione della fortuna e alla dolorosa disillusione della dipendenza (come l’alcol, come una droga…) e ingenerando l’idea demotivante e persino abbrutente – non mi stanco di ripeterlo – che le nostre esistenze personali e comunitarie non possano cambiare grazie a dedizione, competenza e amore, ma per un semplice colpo di vento. Dà anche lavoro a un certo numero di persone e fa ricco qualcuno, ma a un prezzo ingiustamente salatissimo e sottraendo risorse ad altre sane attività e ad autentici divertimenti. Le cifre che lei cita, gentile signor Calà, i nostri lettori abituali le conoscono bene e anche meglio: i soldi buttati in questa voragine nel 2019 erano arrivati a 110,5 miliardi, e non voglio farla lunga, ma sulla tassazione dell’azzardo si potrebbero aggiungere molte altre cose. Certo, nel 2020 il mondo dell’azzardo ha subìto un serio colpo, e così sarà prevedibilmente anche nel 2021 perché nessuno ha osato attribuirgli qualifica e codici da attività essenziali… E meno male! È uno di quei casi di impresa anti-futuro in cui «cambiare» è necessario evocati dal presidente Draghi nel suo discorso al Parlamento, e sarebbe insensato e autolesionista tornare alla incivile e disastrosa situazione di prima. Comunque, ricordo a lei e a tutti che c’è una sezione del nostro sito online – https://www.avvenire.it/attualita/ azzardo – dove si può trovare gran parte delle informazioni, degli approfondimenti, delle iniziative sul territorio e delle proposte che andiamo offrendo e pubblicando su un tema che – particolare di non poco conto – vede impegnata in primissima linea anche la Chiesa italiana, la prima a soccorrere con le sue Fondazioni antiusura le persone vittime prima dell’azzardo e poi di strozzini e malavitosi. Le segnalo anche che Umberto Folena, amata ‘firma’ di questo giornale e autore della rubrica che l’ha colpita, ha scritto e pubblicato lo scorso ottobre assieme a Daniela Capitanucci un libro intitolato ‘Perché il gioco d’azzardo rovina l’Italia’ (edizioni Terra Santa). Quanto al divieto di pubblicità, misura effettivamente sostenuta con forza dai gruppi parlamentari del M5s, si tratta di una delle richieste tenacemente avanzate dalle associazioni e fondazioni riunite nel cartello ‘Insieme contro l’azzardo’ e infine, tra peripezie, rinvii e tentativi di disapplicazione che abbiamo denunciato con forza, divenuta norma. Purtroppo, a volte, ancora aggirata. Un’ultima cosa: proprio perché l’azzardo non è vero gioco, i giocatori d’azzardo compulsivi è meglio non chiamarli ‘ludopatici’ ma ‘azzardopatici’. Il termine ‘azzardopatia’, che personalmente uso da molti anni, è stato riconosciuto e segnalato, attribuendolo proprio ad ‘Avvenire’, dalla Treccani.
Marco Tarquinio

(Avvenire)

 

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