Stati Uniti. Biden, svolta in Medio Oriente. L’Iran è la prossima tappa

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Multilateralismo, dialogo. Ma anche fermezza e discontinuità.

Tutte parole chiave della presidenza di Joe Biden che compie il primo mese di vita.

Come si comporterà nei confronti di Vladimir Putin, Kim Jong-un, Benjamin Netanyahu o del rampollo saudita Mohammed bin Salman? Resterà nel solco di “amicizia” a tutti i costi tracciato da Donald Trump o romperà? Fermezza o ricerca di un accordo con gli ayatollah iraniani sul nucleare, commerci e confronto con l’aggressiva Cina di Xi Jinping o linea di rottura come dichiarava The Donald? Ravvedimenti dopo le figuracce con Maduro in America Latina o politica del “Giardino di casa” come alcuni suoi predecessori in America Latina? E l’Europa? Con questo dossier proviamo a cercare di capire dove porterà il mondo, nei prossimi quattro anni, la Casa Bianca.

Il cambio di passo è oltremodo evidente. Soprattutto nei confronti dell’Arabia Saudita e a seguire dell’Iran e di Israele. Nei giorni scorsi Joe Biden aveva preannunciato: «Stiamo mettendo fine a ogni tipo di sostegno americano alle operazioni militari nel contesto della guerra in Yemen, compresa la questione fondamentale della vendita di armi a Riad». Nelle ultime ore ha rifilato uno schiaffo diplomatico al principe ereditario Mohammed bin Salman, precisando – è la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki a renderlo noto – che l’America «ricalibrerà le relazioni con l’Arabia Saudita: la controparte del presidente è il re Salman bin Abdulaziz, e al momento opportuno avrò una conversazione con lui».

Ma quel kairós, il momento opportuno, è giunto tardissimo nei confronti di Israele: solo ieri. Biden aveva fatto sapere che sarebbe stata la prima delle telefonate ai leader e alleati mediorientali, ma il ritardo con cui il telefono di Benjamin Netanyahu ha squillato a un mese dall’insediamento del nuovo presidente dice molto, considerando che finora Biden aveva già chiamato i leader di Russia, Cina, Francia, Germania, Inghilterra, Australia, India, Giappone, Corea del Sud, Canada e Messico, oltre al segretario generale della Nato. E soprattutto dice che la tela geopolitica e strategica tessuta in Medio Oriente da Donald Trump si va rapidamente disfacendo. A cominciare dall’intenzione di Biden di riprendere i colloqui con l’Iran sul nucleare, conservando l’accordo raggiunto da Barack Obama nel 2015 e accantonando il brutale muso duro di Trump, culminato un anno fa con l’omicidio (ispirato con tutta probabilità da John Bolton e da Mike Pompeo) del generale Qassem Soleimani, dal 1998 alla guida della Forza Quds, la “Brigata Santa” dei guardiani della rivoluzione e figura leggendaria nel suo Paese. Un rientro che alla Casa Bianca potrebbe costare parecchio, visto che Khamenei chiede il ritiro delle sanzioni imposte da Donald Trump («Ma siamo sempre in tempo a ripristinarle», fanno sapere a Washington).

Ma già oggi pomeriggio (venerdì) a Monaco, una special edition della kermesse sulla sicurezza che dal 1963 riunisce i leader del mondo occidentale (l’edizione odierna sarà ovviamente virtuale), Biden – sono voci di corridoio, ma ben informate – potrebbe annunciare qualcosa a proposito del nodo Teheran. Forse non una netta apertura, ma per lo meno un invito al dialogo, un piccolo squarcio nella cortina di reciproche sordità.

Resta il problema di Israele. Il lungo silenzio del presidente è stato a modo suo assordante e perfino pericoloso secondo alcuni osservatori, visto che Israele è storicamente il più stretto alleato americano nella regione. Trump aveva offerto a Netanyahu il più simbolico dei regali, spostando la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme e corredandolo di un piano di pace discusso e discutibile (due Stati, Gerusalemme capitale indivisa di Israele e Gerusalemme Est capitale della Palestina), ma assai articolato. In compenso Biden non si opporrà a quegli “Accordi di Abramo” (siglati sotto l’amministrazione Trump) che hanno visto il riconoscimento diplomatico di Israele da parte di svariate nazioni arabe e l’inizio di relazioni, soprattutto commerciali, fra l’Arabia Saudita, gli Emirati del Golfo e lo storico «nemico sionista». Ciò che probabilmente farà la differenza nel nuovo corso di Biden in Israele è l’atteggiamento che avrà nei confronti dei palestinesi. Trump aveva tagliato i fondi a Abu Mazen in conseguenza del suo ritiro dai negoziati con la controparte israeliana mettendo in crisi l’Autorità nazionale palestinese, stretta fra l’emergenza Covid e la penuria di risorse finanziarie.

E anche qui si intravede un cambio di marcia: «La sospensione degli aiuti al popolo palestinese – dicono al Dipartimento di Stato – non ha prodotto progressi politici né ha ottenuto concessioni dalla leadership palestinese, danneggiando solo palestinesi innocenti». Non è rischioso immaginare come la prospettiva venga accolta da Netanyahu, il quale si avvia alla quarta campagna elettorale consecutiva (si vota il 23 marzo), con prevedibile vittoria del Likud e nuova coalizione di destra. Non esattamente quella ideale per i dem che hanno conquistato presidenza e Congresso. Ma l’aiuto americano ai palestinesi non sarà del tutto gratuito: i dollari di Biden – tutti lo sanno – esigeranno una contropartita politica. Una nuova Road map, per capirci, anche se sicuramente avrà un nome diverso.

Sì, ma la benedetta (e tardiva) telefonata fra Washington e Gerusalemme? «Non è un problema – avevano minimizzato fino a ieri nell’entourage di Netanyahu – l’alleanza è solida». Nel dubbio, però, si erano già andati intensificando i contatti fra Mosca, Pechino e la capitale israeliana. Sarà solo un caso?

(Avvenire)

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