La vaccinazione nella Striscia. Arrivate a Gaza le prime dosi di Sputnik V

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Entrato un lotto di 2.000 iniezioni donate dalla Russia. Voci su una consegna dagli Emirati: inizia la «campagna elettorale» palestinese. «Situazione pandemica sotto controllo»

Nella Striscia di Gaza è arrivata una prima consegna di 2.000 vaccini Sputnik V donati dalla Russia. La fornitura, spedita dal ministero della Salute palestinese di Ramallah, è entrata ieri nell’enclave attraverso il valico di Erez. Ci sono state molto polemiche quando, a inizio settimana, le autorità israeliane avevano bloccato il lotto. Hamas, il gruppo che controlla la Striscia, aveva subito accusato Israele di «violare le leggi internazionali e gli standard umanitari». Gli ufficiali della Difesa israeliani hanno però spiegato che l’Autorità palestinese, lunedì, ha spedito il camion contenente i vaccini al valico commerciale di Betania (a sud di Ramallah, Cisgiordania) «senza attivare alcun tipo di coordinamento con noi, senza aver ricevuto i permessi». Da qui lo stop.

La partita politica che si gioca in campo palestinese

Stanno poi circolando voci di una possibile consegna di 20mila dosi, sempre di Sputnik, forniti alla Striscia dagli Emirati Arabi Uniti. La fornitura dovrebbe passare attraverso i valichi con l’Egitto, e avrebbe una precisa connotazione politica: si tratterebbe infatti di un’iniziativa di Mohammed Dahlan, ex leader di al-Fatah nella Striscia di Gaza e da sempre acerrimo nemico del presidente Abu Mazen (che lo espulse dal partito nel 2011 dopo anni di tensioni). Dahlan vive in esilio negli Emirati, tra Dubai e Abu Dhabi, ed è uomo molto vicino al principe ereditario Mohammed bin Zayed: uno dei consiglieri più ascoltati. Gli emiratini – che lo scorso anno hanno siglato con Israele gli Accordi di Abramo, poi estesi a Bahrein, Marocco e Sudan – sarebbero pronti a investire somme importanti nella campagna elettorale palestinese che inizierà a maggio. E la mossa potrebbe spostare sensibilmente gli equilibri tra Hamas e Fatah, spingendo i primi a sganciarsi dalle pressioni (e dai finanziamenti) degli sciiti di Hezbollah e Iran per aderire al progetto sunnita che sta alla base dell’intesa regionale. Con quali esiti sarà poi tutto da verificare. Dahlan, presumibilmente, non potrà partecipare alla tornata, ma si parla di un suo possibile rientro in Cisgiordania per maggio. In ogni caso, il messaggio da lui postato sui social annunciando la fornitura vaccinale sa molto di campagna elettorale: «Il nostro popolo merita tutte le cure possibili e il nostro dovere è quello di soddisfare le loro necessità», ha scritto.

Le responsabilità di Israele. Le mosse dei palestinesi

Di certo, per procedere alla campagna vaccinale dei 5 milioni di palestinesi che vivono tra la Cisgiordania e Gaza, un coordinamento tra tutte le parti è necessario. Israele – che ha lanciato il programma di somministrazione più avanzato al mondo e che ha già raggiunto oltre un terzo della sua popolazione di 9,3 milioni di abitanti – è stata accusata di aver “lasciato indietro” i palestinesi. In base agli accordi di Oslo (a cominciare dall’articolo VI dell’intesa principale), la Sanità rientra tra i settori di cui è stato concordato il trasferimento alle autorità palestinesi, vaccinazioni comprese. Ma secondo la Comunità internazionale, Israele, in quanto “potenza occupante”, avrebbe la responsabilità di assistere i palestinesi, rifornendo loro le dosi vaccinali. Le autorità di Gerusalemme hanno detto di non aver mai ricevuto alcuna richiesta formale in tal senso dall’Anp. Per contro, la stessa Anp ha fatto sapere di aver acquisito autonomamente 10mila dosi di vaccino Sputnik V e di attendere ampie scorte da Covax, il programma dell’Oms per un accesso equo ai vaccini. Covax dovrebbe fornire circa il 60% delle dosi necessarie, da distribuire tra Cisgiordania e Gaza. Un lotto di 240mila iniezioni di AstraZeneca e circa 40mila di Pfizer dovrebbe arrivare entro la fine del mese o a inizio marzo.

Sette letti occupati sui 130 posti Covid in uno dei due ospedali dedicati

Nella Striscia (circa due milioni di abitanti) sono stati registrati sinora 53mila casi di Covid e 537 decessi. La situazione non è difficile come alla fine dell’anno scorso, e la pandemia sembra essere sotto controllo, ma va stabilizzato questo trend. Nell’enclave sono stati creati due poli principali per il trattamento dei pazienti Covid: l’ospedale della Cooperazione Europea, a Khan Younis, e l’ospedale della Cooperazione Indonesiana, a Gaza City. Oggi, a titolo di esempio, dei 130 posti letto di Khan Younis, ne risultavano occupati 7, quindi un numero relativamente molto basso.

L’ossigeno, i frigoriferi e l’elettricità

Certo gli standard delle rianimazioni non sono, neanche lontanamente, quelli europei. Ne sanno qualcosa gli operatori di Medici Senza Frontiere, presenti nella Striscia con un team internazionale, che, anche nei momenti più duri, hanno condiviso esperienze con i colleghi palestinesi proprio nella formazione sulla gestione dell’ossigeno. «E’ necessario fornire una risposta rapida a Gaza per evitare chi i numeri tornino a salire – sottolinea Francesco Segoni, Communication Adviser dell’Organizzazione che ha attivato piani di donazione e supporto alla Sanità dell’enclave -. Se non se ne esce tutti insieme, non se ne esce proprio». Il problema, però, è anche logistico. I vaccini (compresi quelli più stabili, come AstraZeneca) richiedono la conservazione costante a bassissime temperature oppure in frigorifero, e la Striscia di Gaza, sottoposta a restrizioni, ha energia elettrica in media per un terzo della giornata.

I palestinesi vaccinati da Israele

Va decisamente meglio in Cisgiordania. Gerusalemme ha tutto l’interesse ad affrontare nel migliore dei modi la questione dei vaccini ai palestinesi: secondo l’Ufficio di Statistica israeliano, sono 133mila lavoratori che lavorano nello Stato ebraico e negli insediamenti, e molti attraversano quotidianamente i confini con la West Bank. Il ministero della Difesa ha già rifornito l’Anp di 5.000 dosi destinate agli operatori sanitari. E sta vaccinando massicciamente i palestinesi in un centro gestito dal Magen David Adom (la Croce Rossa israeliana) vicino al checkpoint Qalandiya. «Possono venire a vaccinarsi i palestinesi che hanno documenti israeliani o documenti di identità dell’Anp o anche solo permessi di lavoro», ha spiegato un portavoce dell’Organizzazione.

(Avvenire)

 

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