La nuova vita dell’ex manager dopo il Covid: “Tutta la mia famiglia è stata contagiata. Siamo vivi. E facciamo biscotti”

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Federico Massimi è un ingegnere. Quando ha contratto il Covid, insieme ai suoi genitori, alla moglie e ai due figli piccoli, ha pensato di non farcela ma anche che se fosse sopravvissuto avrebbe cambiato tutto. Così ha fatto.

La sua è una storia a lieto fine. E noi vorremmo fosse solo la prima. Potete scriverci le vostre, e saremo fieri di raccontarle

 Questa è una storia di un cambiamento, nata dalla paura e dalla perdita. L’anticorpo di un virus che non ha solo distrutto ma anche creato. Siamo sicuri che ci siano altre storie come queste. Vite mutate, persone riuscite a reinventarsi, a credere in un’idea. Ci piacerebbe ascoltarle. Se vorrete scriverci le vostre (a quest’indirizzo: storieoltreilvirus@repubblica.it) saremo fieri di poterle raccontare.

Federico Massimi ha 42 anni. Quando è stato contagiato dal coronavirus, ne aveva 41. Li aveva compiuti a ottobre. Due mesi dopo sono arrivati i primi casi in Italia, a marzo il primo lockdown. Federico ha chiuso dietro la porta di casa l’intera famiglia: Valentina, sua moglie, Adele, la figlia di 7 anni e Matteo, di 9. Nella zona dove abitano, a Roma 70 Grottaperfetta, i negozi hanno chiuso le saracinesche.

Tutta la famiglia Massimi è stata contagiata, un effetto domino cominciato col nonno, anche lui nella casa. Sono stati separati e ricoverati in quattro ospedali diversi. Federico allo Spallanzani in condizioni gravi, suo padre non ce l’ha fatta, il virus lo ha ucciso in un mese. La moglie e i bambini hanno passato in una stanza tre settimane al Bambino Gesù di Palidoro, la nonna è finita al Campus Bio-medico.

Ingegnere e manager di una multinazionale, la Hilti Italia, Nel momento peggiore, quando pensava che non ce l’avrebbe fatta, Federico ha deciso che se ne fosse uscito avrebbe cambiato tutto. È guarito, si è licenziato. Ha cambiato lavoro, adesso fa biscotti.

L’inizio del contagio

Tutto è cominciato quando suo fratello, Francesco Massimi, poliziotto al Commissariato Casilino, gli ha chiesto: “Prendi tu papà e mamma a casa, io non mi fido qui. Sono sempre in giro per strada e questo virus che ne so, chi lo conosce”. La casa si è fatta più piccola, i due nonni Aurelio Massimi e Mirella Magliacca, si sono trasferiti da Federico. L’illusione del virus, che prima ha riunito le famiglie, poi le ha distrutte.

Ad aprile Aurelio, 75 anni allora, ha cominciato a stare male. “Aveva la febbre alta, non respirava” racconta Federico. “Se lo sono venuti a prendere. Ma al test è risultato negativo, i test in quel momento chissà se funzionavano. Forse no. Perché da Tor Vegata l’hanno dimesso con una diagnosi di polmonite batterica, ma lui non era neanche in grado di camminare”. Dopo qualche giorno quindi Aurelio è stato ricoverato una seconda volta. Al Vannini è risultato positivo al Covid. “L’ambulanza è arrivata il 23 aprile, un giovedì”. Un pezzo di settimana senza tempo durante il lockdown. “È stato l’ultimo giorno, non l’ho mai più visto”.

Quattro ospedali, l’assurdo contagio della famiglia Massimi

L’effetto domino è cominciato a quel punto. Pochi giorni dopo Federico aveva la febbre. “Sapevo di essere stato contagiato, a quel punto ce l’aspettavamo tutti. Io sono stato portato allo Spallanzani. Poco dopo è toccato a mia madre, 74 anni, 75 oggi diciamolo subito. Lei ce l’ha fatta. L’hanno portata al Columbus, era positiva. I bambini vedevano le ambulanze come astronavi che arrivavano con le luci assurde e si portavano via qualcuno di casa. Avevano paura, avevano il terrore”. E alla fine l’uomo nero si è preso pure loro, Adele e Matteo, ricoverati al Bambino Gesù di Palidoro. “Per fortuna erano con la loro mamma, saperlo mi ha evitato di impazzire”. Erano positivi, ma almeno non soli.

La solitudine dei numeri primi

Federico, il capofamiglia, è restato solo. Come padre e come figlio. “Mio papà l’ho salutato la notte del 23 aprile mentre in barella entrava in ospedale, non l’ho più visto. Io ero in condizioni gravi e avevo paura” racconta. Era chiuso in una stanza con un altro paziente “lui non parlava l’italiano, e i medici non riuscivano a capire niente. Era una situazione surreale. Mi provavano la febbre, facevo tamponi. Respiravo male, ero fiacco, stordito. Pensavo che sarei morto, che saremmo morti tutti. Erano proprio i primi tempi, del virus non si sapeva niente”. I dottori dello Spallanzani sono medici eccellenti. Ma in quel momento la degenza era più lunga di com’è ora. Due settimane, tre, di isolamento. Tute, caschi, alieni. “Ho un ricordo sfocato, disperato”, spiega. “Ho detto a mio fratello di parlare con l’ospedale per sapere delle condizioni di papà, io non ce la facevo. A un certo punto mi hanno trattato con l’idrossiclorochina”. Poi il dottor Emanuele Nicastri gli ha detto: “Ci sarebbe un nuovo farmaco, il Remdesivir, ma serve il tuo consenso”.

L’addio a Aurelio. Cura, guarigione (e idea)

“Capirai. Puoi immaginare quando ho letto le controindicazioni.. Però il dottor Nicastri mi ha detto che se fossi stato suo figlio me l’avrebbe dato”. E così l’ha preso, di nuovo figlio, e ha cominciato a star meglio. “Mio papà è morto l’8 maggio. Io sono stato dimesso il 13, lo stesso giorno di Adele, Matteo e mia moglie. A Palidoro il dottor Andrea Campana ha organizzato una sorpresa e ci ha fatto vedere con un tablet”.

“Era un mese che non stavamo insieme. Siamo tornati a casa e mia madre, che nel frattempo era stata dimessa, ci ha raggiunto. Lei non sapeva nulla di quello che era successo. Le ho detto che papà era morto, stavano insieme da 50 anni. Però le ho detto anche che noi eravamo vivi. Di guardare questo, perché nel momento peggiore avevo capito una cosa, che avrei ringraziato. Ringraziato di essere tornato a casa, ringraziato per l’aiuto ricevuto, ringraziato chi aveva portato a spasso i nostri due cani che erano rimasti soli, e poi chi mi aveva curato, pensato, portato cibo in ospedale, chi mi aveva sorriso dietro la mascherina. Ringraziato soprattutto chi ora non c’è più”.

Il manager e i biscotti della nonna

Dal Covid non si esce come prima, qualcosa resta dentro, e muta. La paura non si dissolve, lascia una scia. “Però tra le cose che restano c’è anche la consapevolezza di quello che hai. Io nel momento più buio ho deciso che avrei cambiato vita. E l’ho fatto”.

Federico ha messo a frutto le sue competenze come manager contestualizzandole al lockdown e ai negozi chiusi. “Ho aperto un negozio di biscotti su strada”. Una strada che non c’era, ma che aveva immaginato. Ha trasformato una parte della casa in un laboratorio dove cucinare. Era costretto comunque a starci a casa, dopo essere stato dimesso, per aspettare che tutti gli altri membri si negativizzassero. Ora a casa ci resta comunque. La Forneria di Nonna Mirella è operativa.

I tortiglioni della nonna contro il Covid

“Le ricette sono quelle di mia madre. Certo, lei faceva quelle che chiamavamo le ricette ‘q.b.’ quanto basta, ingredienti a occhio, a assaggio. Con mia moglie le abbiamo messe a punto, rese matematiche, fatto prove. Produciamo crostate e diversi tipi di tortiglioni che sono tipici del paese da dove vengono i miei, Jenne, in provincia di Roma. Usiamo ingredienti artigianali e ricercati, e questo ha un costo che abbiamo calcolato. Pistacchi di Bronte, cioccolato monorigine del Brasile, farine di tipo 1 e una attenzione maniacale al dettaglio. Realizzare il progetto di ‘impresa alimentare domestica’ è stato più facile del previsto, con la Asl e l’ufficio attività produttive del Comune di Roma è andato tutto liscio. Ho fatto i lavori a casa in una stanza grande che usavamo per i pranzi ma ora chi li fa più… Abbiamo chiesto i permessi per il forno e redatto tutti i protocolli secondo le linee guida HACCP (un insieme di procedure mirate a garantire la salubrità e tracciabilità alimenti, basate sulla prevenzione anziché l’analisi del prodotto finito, ndr), garantendo l’igiene nell’ambiente di lavoro. Mia madre all’inizio mi ha detto che ero un pazzo, ma invece era contenta. Quest’idea gira intorno a lei che ha sempre cucinato come Jimi Hendrix suona la chitarra, senza pentagramma”.

Federico ha la passione per la musica e suona la batteria. “Mi sono detto che dovevo guardare avanti, avere un obiettivo nuovo. Come dice De Andrè, ‘dal letame nascono i fior’. La verità è che questa scelta ci ha dato nuova energia”.

La sua biscotteria l’ha promossa sui social. “Ho dovuto studiare tutto. Ma io sono testardo. Ho studiato l’indicizzazione di Google, mi sono fatto aiutare per Instagram dai ragazzi più giovani di me, mi sono dato da fare. E ora le cose stanno andando bene. Stanno andando davvero bene. Esco di casa con la mia Cinquecento del 1969 che ho restaurato con mio padre e mio fratello per fare le consegne ma le richieste stanno arrivando da tutta Italia. Anche molte aziende ci hanno contattato perché hanno scelto un prodotto artigianale fatto da una famiglia. Sono stato fortunato, o forse mi sono mosso al momento giusto”. O più probabilmente ha reagito. San Valentino e i biscotti al peperoncino, gli uffici che chiedono pacchetti per regali. I sogni hanno un buon sapore. Ora Federico ha gli anticorpi, almeno per un po’. E una casa che odora di biscotti appena sfornati.

(La Repubblica)

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