5 Dicembre, 2022
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Italia-Libia, la macchina dei respingimenti alla sbarra

Cinque cittadini eritrei, con il sostegno di Asgi e Amnesty, hanno avviato un giudizio nei confronti delle autorità italiane, dell’Augusta Offshore e del comandante della nave Asso Ventinove. 

Cinque cittadini eritrei, con il sostegno delle associazioni Asgi e Amnesty International Italia, hanno avviato un giudizio nei confronti delle autorità italiane, dell’Augusta Offshore e del comandante della nave Asso VentinoveIl 2 luglio del 2018 i ricorrenti sono infatti stati respinti in Libia dalla nave “Asso Ventinove” della Augusta Offshore nell’ambito di operazioni coordinate dalle autorità italiane con la collaborazione della cosiddetta Guardia Costiera Libica. Ora chiedono che venga dichiarato illegittimo il respingimento operato nei loro confronti che li ha esposti a mesi di detenzione arbitraria e violenze in violazione, fra gli altri, del loro diritto di asilo.

Dai fatti di causa emerge che il 2 luglio del 2018 le autorità italiane hanno richiesto e coordinato l’intervento della “Asso Ventinove” nelle operazioni di soccorso avviate da una vedetta libica. In particolarele navi Caprera e Duilio della Marina Italiana, di stanza a Tripoli, hanno chiesto alla Asso Ventinove di prendere a bordo 150 persone in fuga dalla Libia e provenienti da Eritrea, Etiopia e Sudan. La nave ha ricondotto le persone a Tripoli e le ha consegnate alle autorità libiche. I cittadini in fuga sono così stati nuovamente detenuti illegalmente e sottoposti ad abusi e torture.

Tale vicenda sembra confermare la centralità delle autorità italiane in Libia. Inoltre, fa emergere il coinvolgimento di determinati attori privati, che hanno interessi e attività economiche in Libia, nel contrasto alle partenze dal paese.

Il collegio difensivo è composto dagli avvocati Cristina Laura Cecchini, Luca Saltalamacchia, Salvatore Fachile, Giulia Crescini, Loredana Leo e Alberto Guariso.

“Finalmente un giudice nazionale viene chiamato a valutare la legittimità dello strumento dei respingimenti, utilizzato in maniera massiva nel Mediterraneo e tassello fondamentale delle politiche di esternalizzazione dell’Unione Europea. Politiche oggi confermate e rafforzate dal Nuovo Patto sull’Immigrazione e l’asilo”, afferma Adelaide Massimi del Progetto Sciabaca Oruka di Asgi.

I fatti risalgono all’estate 2018. Questa l’accurata ricostruzione fatta su altraeconomia.it da Luca Rondi: “Il 30 giugno un’imbarcazione con a bordo 150 persone provenienti principalmente da Eritrea, Etiopia e Sudan parte dalla cittadina libica di Al Khum e dopo poche ore di navigazione, a causa delle precarie condizioni del gommone, uno dei passeggeri invia una richiesta di soccorso alle autorità italiane segnalando la posizione. Alle 19 arriva in supporto la motovedetta libica Zwara, già carica di altri naufraghi soccorsi precedentemente, che si accosta all’imbarcazione e trasferisce a bordo tutti i passeggeri. Il peggioramento delle condizioni del mare e il sovraccarico rendono necessario l’intervento della nave Asso Ventinove, un’imbarcazione della flotta della società Augusta Offshore, che riceve precise istruzioni per un’operazione di salvataggio in zona di ricerca e soccorso (Sar) dalle autorità della Marina militare italiana. In piena notte, l’imbarcazione che stava navigando verso la piattaforma petrolifera Bouri Field, una delle più grandi del Mediterraneo, cambia direzione verso la zona di soccorso. Alle 3, concluse le operazioni di trasferimento, l’imbarcazione privata con a bordo i naufraghi comincia il suo viaggio verso la Libia trainando al suo seguito la motovedetta Zwara. Un ufficiale libico salito a bordo dell’Asso Ventinove avrebbe garantito ai passeggeri, 262, che la direzione sarebbe stata l’Italia ma la mattina successiva le coste che si intravedono all’orizzonte sono quelle libiche: intorno alle 10 del 2 luglio 2018, alcune motovedette della flotta del ministero Interno libico trasportano i naufraghi al porto di Tripoli. ‘Il coordinamento dell’Italia -sottolinea Giulia Crescini, avvocata del collegio difensivo- si desume sia dalle istruzioni ricevute dall’Asso Ventinove, provenienti in primo luogo dalla Nave Caprera, di base a Tripoli, che svolge funzioni di coordinamento dei ‘soccorsi’ al posto delle autorità libiche; sia dalla presenza, al fianco dell’imbarcazione dell’Augusta Offshore, della nave militare italiana Duillo che intimò al comandante della Asso Ventinove di attenersi alle richieste provenienti dalla motovedetta Zwara. Inoltre, si evidenzia come, nonostante le organizzazioni internazionali fossero a conoscenza dell’operazione, non hanno denunciato il fatto’. Infatti, sulla banchina del porto di Tripoli i naufraghi sono stati identificati dal personale dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim). Non solo: una volta riportati nei centri di detenzione, l’Unhcr ha intervistato i cittadini eritrei e ricostruito quanto avvenuto durante quella notte.

La ricostruzione dei fatti, così come presentata dal collegio difensivo, è stata confermata dai documenti inviati dall’Augusta Offshore e dai tracciati degli spostamenti della nave Asso Ventinove ma non riconosciuta dai ministeri italiani coinvolti”.

La valenza politica

Con il deposito dell’atto di citazione nei confronti del capitano della Asso Ventinove, dei ministeri della Difesa e dei Trasporti e della Presidenza del Consiglio dei Ministri si chiede che venga dichiarato illegittimo il respingimento, ma si apre anche una vicenda dal risvolto politico, come sottolineato nel corso di una conferenza stampa organizzata dalle associazioni. Non si mira solo a un risarcimento economico, ma anche a far luce sulle prassi adottate nel Mediterraneo, anche dopo la storica sentenza del 2012 sul caso “Hirsi Jamaa e altri (e da verdetti successivi) con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato il nostro Paese per aver espulso collettivamente 200 naufraghi intercettati a 35 miglia a Sud di Lampedusa nel maggio 2009. “Le autorità italiane hanno sempre negato coinvolgimenti in interventi di questo tipo ma, a questo punto, bisogna chiedersi se non sia una prassi far fare il lavoro sporco ad altri” spiega a ilfattoquotidiano.it Ilaria Masinara, di Amnesty International Italia. “Anche perché – aggiunge – ora ci troviamo davanti a due versioni dei fatti. Da un lato il Meccanismo di coordinamento della Guardia costiera (Mrcc) di Roma che nega di aver dato ordini, dall’altro la Augusta Offshore che, rilevano le carte, non pare aver agito in modo autonomo”.

Respingimento per procura

“Dal Gennaio 2020 ad oggi – rimarca il rapporto dell’Arci Finanziare il confine – quasi un migrante su due partito dalle coste libiche è stato vittima di una procedura di ‘respingimento per procura” da parte delle ‘guardie costiere libiche’. 10.000 persone respinte verso Tripoli, abbandonate ad un destino di detenzione, violenze e sfruttamento, mentre sono più di 500 le vittime nel Mediterraneo nel 2020, senza contare i naufragi fantasma. La macchina dei respingimenti, che dal 2016 ad oggi ha permesso alla Libia di rinviare al porto di partenza più di 60.000 persone, è il frutto di un’operazione che vede come principale partner l’Italia, con il supporto politico ed economico delle istituzioni europee – principalmente attraverso il Fondo Fiduciario per l’Africa – e, più recentemente, Malta. Attraverso l’esternalizzazione del controllo delle frontiere la politica di criminalizzazione della solidarietà, la creazione di una zona SAR libica e l’inerzia delle navi di salvataggio nazionali, negli ultimi anni si è quindi lasciato il Mediterraneo alla “Guardia Costiera libica” per operare respingimenti, in una sistematica violazione del principio di non refoulement. Dopo l’arrivo in Italia di 11.620 tunisini nel 2020, la risposta italiana si è esplicitata su diversi fronti: la minaccia di tagliare i fondi allo sviluppo se la Tunisia non si fosse impegnata nel bloccare le partenze; l’incremento settimanale di espulsi fino a 500 persone al mese; l’attivazione con la Francia di un nuovo piano di collaborazione con la Tunisia dopo l’attentato di Nizza, che somiglia a un blocco navale e a un nuovo sistema di respingimenti per procura. Chi riesce a scampare da intercettazione e respingimento, in molti casi è destinato ad un altro limbo giuridico: le navi quarantena, nate con il pretesto di contenere l’epidemia da Covid19. Di fatto un sistema discriminante, perché creato ad hoc solo per gli stranieri, che comporta gravi violazioni dei diritti soprattutto nel caso della detenzione di minori e del trasferimento di migranti positivi al test Covid”.

Al neo presidente del Consiglio, Mario Draghi, il compito di fare chiarezza sulla politica estera dell’Italia nel Mediterraneo. I precedenti governi, con tonalità diverse, erano mossi da un’unica ossessione: far fronte all’”invasione” (inesistente) di migranti ed esternalizzare, non importa come, le frontiere a Sud. E allora, ecco spiegati i finanziamenti alla cosiddetta “Guardia costiera libica”, gli ammiccamenti all’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar,  quello che ha tenuto sotto sequestro per oltre 100 giorni 18 pescatori di Mazara del Vallo, il considerare due dei protagonisti esterni della guerra per procura in Libia, il presidente della Turchia Recep Tayyp Erdogan, e il suo omologo egiziano, Abdel Fattah al-Sisi,  soggetti fondamentali per la stabilizzazione del Paese nordafricano e del Mediterraneo.

In tutto questo, il rispetto dei diritti umani era un optional. Sarà così anche per Lei, professor Draghi?

PS Ringalluzzito dal ritorno al Governo, anche se per interposte persone, Matteo Salvini ha già proclamato: “Faremo cambiare rotta” all’esecutivo appena insediato. Quanto Salvini parla di “rotta” si drizzano i capelli e si appizzano le orecchie: cosa intenda per “rotta” colui che ha partorito i famigerati decreti sicurezza, che ha accusato delle peggiori nefandezze le Ong impegnate nel salvare vite umane nel Mediterraneo, lo sappiamo bene.  Che le spacconate dell’uomo del papeete rimangano tali. Confidiamo in Lei, presidente Draghi.

(Agi)

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