Avvocato di Bologna raggira cliente e le spilla 751mila euro

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La facoltosa anziana di Pesaro aveva 2,3 milioni sul conto. A giudizio per truffa il suo avvocato e un agente finanziario, entrambi bolognesi

Il lavoro della Guardia di Finanza di Bologna ha portato al rinvio a giudizio

Pesaro, 31 gennaio 2020 – Lei si fidava a occhi chiusi. Per un motivo: era il suo avvocato, le aveva risolto in passato un problema tributario con l’Agenzia delle Entrate di Bologna, i modi erano cortesi e sulla professionalità non aveva avuto nulla da obiettare. Così, parlandogli in confidenza di come investire i suoi non indifferenti risparmi (circa 2.300.000 euro) che teneva in un conto corrente in banca, una facoltosa pensionata originaria di Urbino e ora residente a Pesaro, al tempo 70enne, ha accolto i consigli di quel suo legale di fiducia, ossia l’avvocato Andrea Veronesi di Bologna, accettando di fare un “investimento sicuro” con la Finecobank.

L’avvocato Veronesi ha assicurato che avrebbe fatto del suo meglio, avendo conoscenze in quella finanziaria, per garantirle una rendita annuale del 5 per cento, pari a 115mila euro annui. Era il 2015. Tre anni dopo, il 19 luglio 2018, la pensionata pesarese ha querelato (con l’assistenza dell’avvocato Francesco Coli) il legale bolognese per truffa informatica, falso e autoriciclaggio essendosi accorta che il suo conto era passato da 2,3 milioni di euro a 410.767 euro, soldi spariti per pranzi, alberghi, viaggi, vacanze, gioielli, acquisti a raffica di case da parte del legale oltre che per prelievi in contanti pari a 81mila euro, per un totale in tre anni di 4.400 operazioni bancarie. Mai autorizzate.

Tre giorni fa, il 28 gennaio, il gup di Bologna Francesca Zavaglia ha rinviato a giudizio l’avvocato Veronesi per autoriciclaggio, truffa informatica e falso mentre il promotore finanziario della Fineco Domenico Paglianiti risponde, in concorso, di frode informatica per aver lasciato campo libero a Veronesi, dopo aver raccolto i risparmi della donna, consentendogli di sostituirsi alla cliente. Il processo è stato fissato per il 6 maggio prossimo. La signora pesarese si è costituita parte civile.

Dice l’avvocato Francesco Coli che tutela la donna: “E’ una storia che lascia sbigottiti perché parliamo di professionisti del diritto e delle regole, i quali non esitano di fronte ad una signora sola a farle firmare un contratto di investimento con la Finecobank dandole appuntamento in un bar di Gabicce mare.

Le fanno affermare, senza dirglielo, che ha una profonda conoscenza del rischio borsistico, che è un’ottima conoscitrice di azioni e obbligazioni, insomma il profilo di un cliente che accetta la sfida di perdere o di guadagnare con la Borsa. E subito dopo aver fatto arrivare sul conto Finecobank di Bologna i 2 milioni e 300mila euro, il legale si fa rilasciare dalla finanziaria un bancomat e l’accesso all’home banking senza avere alcuna autorizzazione iniziando a prelevare per ogni tipo di spesa, da una girandola di immobili comprati e venduti all’asta a ristoranti, viaggi, vacanze in montagna, per un ammontare di 751.352 euro in soli tre anni. Ha pure dato 50mila euro ad un investigatore privato, amico della mia cliente, che aveva parlato bene dell’avvocato Veronesi con la signora”.

Nella contestazione, la procura di Bologna (sostituto procuratore Rossella Poggioli) accusa Veronesi dell’”appropriazione indebita” degli oltre 750mila euro finiti in spese personali, prelevati grazie ad una truffa informatica e autoriciclati in mille spese. La Guardia di Finanza, che ha eseguito perquisizioni e sequestri a carico dell’avvocato, ha ricostruito tutti i passaggi dei soldi attestando che gli investimenti comunque fatti in vari titoli erano stati redditizi, ma non a beneficio della signora pesarese. La quale ora ha comunque un residuo di 1.241.981 euro tra investimenti ancora in corso (702mila euro) e conto corrente (541mila euro) mentre altri 306mila euro li ha potuti avere sottoforma di “rendita” che Veronesi le ha comunque assicurato “come da contratto”.

Farlo d’altronde non gli costava molto: pagava la “rendita” usando gli stessi soldi della signora. Insomma, era una partita di giro e non il risultato di un investimento. Quando la Finanza andò a perquisire la casa e l’ufficio del legale, questi ha fatto trovare una busta con uno scritto attribuito al padre morto trent’anni prima che parlava di mezzo miliardo di lire suoi ma dati alla donna pesarese che dopo tanti anni il figlio avrebbe dovuto recuperare. Per gli inquirenti, non era un indizio. Era un disperato e fantasioso atto teatrale per giustificare l’ingiustificabile.

(Il Resto del Carlino)

1 commento

  1. Non comprendo l’affermazione secondo cui, se detengo un sapere basilare sui prodotti finanziari, la banca possa associarmi ad un profilo di high risk. Bene o male, potrei conoscere a memoria ogni rivolo dei prodotti finanziari ma non ammettere comunque che i miei risparmi siano investiti in prodotti ad alto rischio speculativo ed alta volatilità.
    Conoscere qualcosa non significa necessariamente avere il desiderio di spingersi oltre una determinate propensione al rischio. Ecco la ragione per cui sono sempre restio a pensare affidabili i prospetti di rischio che le banche tanto scrupolosamente ti fanno firmare.

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