Napoli: troppo web per i bambini, al Santobono boom di ricoveri per atti di autolesionismo

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Sono circa venti i bambini che dal mese di ottobre a oggi – in coincidenza con l’inizio della seconda ondata di pandemia – sono arrivati al Pronto soccorso dell’ospedale Santobono in preda a gravi disturbi psichiatrici.

Dopo l’allarme lanciato da Stefano Vicari – responsabile del reparto di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza del Bambin Gesù di Roma – anche a Napoli si registra una vera e propria impennata di psicopatologie collegate, drammaticamente, anche ad alcuni tentativi di suicidio.

L’ultimo – racconta Vincenzo Tipo, direttore dell’Unità operativa di Pronto soccorso dell’ospedale Santobono – risale a qualche giorno fa quando una mamma è arrivata in reparto portando con sé una ragazzina di circa 12 anni. In seguito alla minaccia dei genitori di sottrarle il cellulare durante le lezioni a distanza, aveva aperto improvvisamente la finestra cercando di buttarsi giù. «Per fortuna – spiega meglio il primario dell’ospedale pediatrico napoletano – si è trattato di una azione dimostrativa, un gesto messo in atto verosimilmente per attirare l’attenzione familiare: la madre è riuscita a distoglierla dall’intento e a portarla in salvo. Bene ha fatto ad accompagnarla qui al Santobono dove la piccola è stata subito affidata alle mani esperte della nostra equipe di psichiatri e psicologi infantili».

 Malesseri gravi, adolescenti che per autoaffermarsi tirano fuori un’aggressività inaudita, fanno male agli altri e fanno male anche ai loro genitori diventando irascibili e intrattabili. E poi: disturbi dell’umore, atteggiamenti ossessivo-compulsivo e rapporti sregolati con il cibo che – insieme con le ore trascorse davanti a un computer – viene consumato senza più controllo a tutte le ore. E il primario conferma: «Talvolta si feriscono con un oggetto affilato o si provocano bruciature e ustioni su braccia e gambe. Soffrono, in molte occasioni, di sindromi depressive dalle quali non riescono a venir fuori da soli. In questi casi vanno assolutamente aiutati e sostenuti dagli specialisti». Su un punto i medici sono tutti d’accordo: la pandemia sta facendo aumentare lo stress e lo stress facilita la comparsa di una serie di disturbi che si amplificano nei soggetti più fragili come gli adolescenti e i preadolescenti.

«Dai dodici ai sedici: un’età già molto difficile – spiega ancora Vincenzo Tipo – vissuta così diventa davvero complicata. E i danni che l’isolamento può causare sono sotto gli occhi di tutti». Il lockdown, la didattica a distanza, l’attività sportiva bandita da mesi e i rapporti sociali ridotti a zero, hanno provocato, soprattutto nei piccoli, l’anello più debole della catena, fobie, ansie e in alcuni casi inquietanti segni di squilibrio. «È chiaro che le cause di tali patologie sono multiple e meriterebbero un’analisi più approfondita. Ma forse basta una considerazione per capire la gravità della situazione in cui ci troviamo. Quale? In pochi mesi – aggiunge il primario del Santobono – si è letteralmente triplicato il numero di ore che questi ragazzi trascorrono davanti a un monitor. Scuola, gioco, comunicazione, intrattenimento: tutto passa attraverso un dispositivo elettronico. Semplice immaginare il danno che un simile modo di vivere può provocare dal punto di vista psicologico».

Senza contare, poi, un secondo aspetto, strettamente collegato al primo, ma forse ancor più pericoloso e allarmante: le chiamano “sfide estreme”, quelle che circolano sui social network – TikTok sembra essere il canale più utilizzato – e fanno presa, manco a dirlo, sui giovanissimi. Ora è il turno delle “hanging challenge”, competizioni assolutamente folli che consistono nel soffocarsi in qualche modo e poi cercare di resistere, senza respirare, il più a lungo possibile. Sarebbe proprio questa la pista che stanno seguendo gli investigatori siciliani per spiegare l’orrore al quale si è assistito l’altra sera in un quartiere popolare di Palermo: una bambina di dieci anni è stata portata dai genitori in ospedale in condizioni gravissime dopo essersi strangolata con una cintura per partecipare a chissà quale assurda gara. Nessuno sapeva niente, mai la madre aveva avuto sentore di questi giochi ai quali la figlia invece si appassionava. D’altronde un adolescente, salvo rare eccezioni, parla poco con la mamma e il papà. Se ha qualcosa da raccontare preferisce confrontarsi con un amico, con il compagno di banco o di sport. Ora questa interazione in presenza non c’è più e a distanza non è la stessa cosa. «Il mio appello va anche alle famiglie – conclude il primario del Santobono, Vincenzo Tipo – i bambini hanno bisogno di parlare, devono essere ascoltati e oggi più che mai è necessario farlo se vogliamo evitare che finiscano preda di depressioni, ansie e attacchi di panico. Quando non peggio».

(Il Mattino)

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