Rita Bernardini: un mese di sciopero della fame per salvare l’umanità dolente in carcere

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Quando lo ha salutato in quel funerale laico nel quale il requiem di Mozart abbracciava una giornata di sole, Bernardini, di nome Rita come la santa delle cause impossibili, era a Piazza Navona: piazza Marco Pannella. In quel rettangolo allungato, il leader radicale aveva beffato finanche la sfida tra il Bernini e il Borromini, unendo religiosamente il paese nel nome dei diritti e delle libertà. Rita era lì ai tempi delle maratone referendarie, con l’espressione limpida di una bambina. Sono trascorsi quarant’anni da allora, senza che il tempo sia riuscito a scalfirne lo sguardo terso e cristallino. Son fatti così i radicali veri: sono belli e hanno dentro la poetica del fanciullino.

Non l’ha fermata niente e nessuno Rita Bernardini. Né il colpo della strega, né l’infezione alla bocca, né gli 8 chili lasciati sul campo di un mese di digiuno per quella umanità dolente che in carcere rischia la vita: detenuti e detenenti vittime di una emergenza detta “pandemia” e di un sistema mortifero di giustizia penale. Lei compagna – cum panis – ha rinunciato al pane dando a chi governa una lezione antica: non si massacrano i prigionieri. Il suo corpo, come nel discorso della montagna, “non resiste al male”: non imita il male per combatterlo. È un corpo inerme che, mentre digiuna, sfama. Sfama un potere, rinsecchito di diritto, che fa razzia dei vinti. Che diventa terribilità. Finanche nel VI secolo avanti Cristo, il vecchio Priamo abbracciò le ginocchia di Achille, che sfregiava il corpo di Ettore, ricordandogli il senso di umanità. «Pensa Achille a tuo padre, coetaneo mio, sulla soglia della vecchiaia».

Pensi il ministro Bonafede a questi carcerati! Ai loro padri e ai loro figli! Potrebbero essere i suoi padri e i suoi figli! Hanno perso la libertà e sono inermi. Massacrarli non rende giustizia alle vittime ma rende solo gli uomini dello stato carnefici. Non è solo un affare di norme, di tecnica giuridica, di codici e pandette. È questione di solidarietà. Fino a oggi hanno digiunato 2.859 detenuti, 646 liberi, 201 docenti di diritto penale. Non hanno toccato pane giornalisti, scrittori e alcuni deputati. Rita Bernardini si è fotografata qualche giorno fa con il rossetto rosso delle grandi occasioni. Sanguigno, pugnace, cinabro.

Questo è un digiuno di proposta. Non è un funerale. Dalle parti dei radicali, pannellianamente, «occorre volere e potere rischiare la vita contro, non il rischio, ma la certezza della morte del diritto, dei diritti, della speranza democratica, di un minimo di regole civili». Chiosava Maria Teresa di Lascia: «Nessuno che faccia un digiuno per motivi politici o per motivi di salute può fare un digiuno contro qualche cosa o contro qualcuno. Non si può fare, non si regge, si muore. I digiuni irlandesi lo hanno dimostrato. Contro un avversario politico non lo si può fare e immagino neanche contro la propria malattia. Allo stesso modo non si può usare in politica uno strumento come il digiuno senza avere amore per l’avversario senza avere la consapevolezza che la crescita, se ci sarà, avverrà dentro e fuori di noi. Se la malattia, nella lettura vitalista, origina quasi sempre dall’amore negato agli altri o non ricevuto, il successo di un digiuno in terapia come in politica è legato alla capacità di liberare la parte migliore di sé, di perdonare e di perdonarsi, di percepirsi come protagonista autentico della propria vita, in una parola di amare».

Mentre Rita digiuna, continua in Sicilia “Il viaggio della speranza” di Nessuno tocchi Caino-Spes contra spem”. È un viaggio che potrebbe non finire mai, tante sono le cose preziose e le persone straordinarie che si scoprono nel corso del cammino e che ti portano a cercare ancora il bene che pure c’è e a incontrare i buoni che pure abitano nella terra del “male” e degli “irredimibili”. Con i miei compagni di viaggio Sergio D’Elia, Sabrina Renna ed Elisabetta Zamparutti, quanti ne abbiamo incontrati di “cattivi”: politici, imprenditori, sindaci ai quali è stata appiccicata addosso l’etichetta fasulla della mafiosità e comminata la condanna extragiudiziaria di irredimibilità.

Sono le vittime collaterali e innocenti di una “guerra” che in nome della “legalità” crea il deserto e nega la libertà di fare impresa, il diritto al lavoro, la partecipazione alla vita politica e civile, in poche parole, lo stato di diritto. Noi andiamo avanti. Perché senza la speranza, la Trinacria diventa la terra della “morte addosso”. Noi speriamo oltre ogni speranza: “Ce n’est qu’un début continuons le combat”.

(Il Riformista)

 

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