Sul Mes Conte si salva ma il premier è sotto assedio di Renzi e del Pd

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La profezia di Conte si è avverata. “Il governo non cadrà sul Mes” disse domenica scorsa: segno che aveva già avuto rassicurazioni dal Movimento 5 Stelle

che gli oltre 50 parlamentari frondisti, un numero sufficiente per far ballare la maggioranza, sarebbero stati ricondotti a più miti consigli. Bastava, ed è bastato, dare tempo per trovare le parole giuste. Come, tra le altre, “logica di pacchetto” rispetto alla riforma del Mes e “utilizzo della linea di credito dopo dibattito parlamentare”. Francamente, due banalità su cui sono state investite fin troppe energie e tempo. Ma la politica è anche questo. E il cammino per i 5 Stelle dal “no al Mes” a “vediamo” è forse più lungo trattandosi di una forza politica giovane, non strutturata e dove la coerenza è ancora un cappio e non l’opportunità di cambiare talvolta idea.

Il premier oggi volerà quindi a Bruxelles col mandato previsto: via libera alle modifiche del Trattato del Fondo salva stati su cui del resto si era già impegnato con il ministro Gualtieri (alla Camera la maggioranza ha avuto 314 voti, al Senato).

Ma il premier che arriva a Bruxelles è un leader “avvisato” e indebolito dalla sua stessa maggioranza. Perché se ha “vinto” la partita Mes, semplificando un po’ ha “perso” l’altra sul Recovery plan. Conte infatti va a Bruxelles senza aver approvato né la struttura del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr, la versione italiana del Next generation eu) né la famigerata cabina di regia e struttura che dovrà gestire l’attuazione dei progetti (di cui si conoscono solo i titoli) finanziati con i 209 miliari europei. Il via libera doveva arrivare lunedì 7 dicembre. Il testo doveva diventare un emendamento alla legge di Bilancio. Doveva nascere soprattutto una tecnostruttura per lo più estranea ed esterna alla maggior parte dei ministri (coinvolti solo Conte, Gualtieri, Patuanelli e Di Maio), del parlamento, delle regioni, della pubblica amministrazione e affidata, sulla base di Dpcm del premier, a sei manager di aziende pubbliche ma anche private.

Tutto questo dopo tre giorni di barricate armate da Italia viva fino a minacciare la crisi di governo, e bozze varie di decreti fatte circolare notte tempo, sembra essere evaporato. Sepolto, almeno fino ad oggi, da un muro di no che ha visto protagonisti non solo Matteo Renzi e Italia viva ma tutto il Pd. O almeno i gruppi parlamentari, i capigruppo Delrio e Marcucci, e presidenti di Commissione come il senatore Dario Stefano e Debora Serracchiani. Prese di posizione che hanno a sua volta un peso politico. Per chi sta al governo e per la segreteria del Nazareno che infatti in serata prova a correggere il tiro per non indebolire la delegazione al governo che in qualche modo aveva approvato la prima ipotesi di governance.

«Trovi una sintesi sul tema della governance ma non esautori il paese, convochi il parlamento, le regioni, i comuni, le parti sociali e poi cerchi una sintesi. Questo vuol dire esercitare la leadership, umiltà e ascolto», gli ha detto Delrio intervenendo alla Camera. Ancora più chiaro Andrea Marcucci, da tempo in modalità di critica costruttiva rispetto all’azione di Conte. «Noi oggi mandiamo Conte in Europa con un mandato chiaro rispetto alla riforma del Fondo salva stati. E questo era l’obiettivo primario. Sulla governance del Recovery plan purtroppo siamo ancora molto indietro e mi aspetto che Conte faccia uscire dal Consiglio dei ministri, magari anche all’alba di domani, una proposta condivisa che coinvolga parlamento ed enti locali e parti sociali.

Che sulla suddivisione delle risorse, ci spieghi ad esempio perché alla Sanità sono stati destinati solo 9 miliardi. Se questo vuole dire che poi si attiverà la linea di credito del Mes, che prenderemo i 37 miliardi, lo si dica una volta per tutte con chiarezza». Ma il Consiglio dei ministri non viene convocato. Il Presidente del Consiglio questa volta ha esagerato. E non perché, come qualcuno ha provato a suggerire, Renzi ha fatto il pierino e ha armato una battaglia per qualche incarico. Bensì perché, come sottolinea un Pd stranamente compatto, c’è un problema di merito grosso come una casa. Se ne riparlerà a questo punto nel fine settimana. Una volta tornato da Bruxelles. Conte lo ha fatto capire nelle sue comunicazioni al Parlamento quando ha invocato “la massima coesione delle forze di maggioranza” perchè “l’importante è trovare la sintesi per non disperdere energie”.

L’intervento di Matteo Renzi è stato il momento più atteso della giornata. E non ha deluso: l’ex premier, teso ed emozionato, ha parlato “con il coraggio che spero abbiano anche gli altri”. Ha confermato che in assenza di una proposta sul Recovery plan condivisa non solo dalle istituzioni ma anche dalle parti sociali del paese, Italia viva voterà no. E voterà no anche se «quella proposta dovesse disgraziatamente entrare, insieme alla nuova agenzia di intelligence sulla cybersicurezza, nella legge di Bilancio per avere la scorciatoia di un’approvazione veloce».

Guardando in faccia Conte e a turno le altre porzioni dell’emiciclo Renzi ha chiarito bene un punto: «Noi non chiediamo alcun posto nella cabina di regia. Anzi, gliene lasciamo tre di posti, Presidente, perché non è immaginabile che davanti a 200 miliardi di debito pubblico noi rinunciamo a fare i parlamentari e prendiamo per buono una proposta che ci arriva per posta certificata alle due del mattino per essere votata alle 9». Sbagliato il metodo, «avevamo chiesto di discutere tutto in trasparenza in Parlamento nei mesi estivi». Sbagliato il merito. «Ma chi ha deciso che alla Sanità devono andare solo 9 miliardi?». «Chi e quando ha deciso la suddivisione dei capitoli di spesa?». Molti applausi. Soprattutto dal centrodestra, ma anche dal Pd. E Salvini si alza e va a stringere la mano al leader di Italia Viva.

I 5 Stelle escono a pezzi dalla battaglia su Mes. Alla Camera 13 deputati hanno votato in dissenso dal gruppo: Maniero, Lapia, Colletti, Berardini, Forciniti, Cabras, Corda. Costanzo, De Girolamo, Giuliodori, Sapia, Spessotto e Vallascas. Dieci non hanno partecipato al voto. Erano 52 i frondisti che hanno firmato la lettera. La metà si è piegata alla ragion di stato. L’altra metà ha usato parole grosse come “tradimento”, “congiurati”, “Di Maio e Crimi dovrebbero spiegare perchè tradiscono il mandato”. Crimi ha minacciato espulsioni per chi voterà in dissenso dal gruppo. “Oggi si sono autograticolati…” ha commentato ieri sera al Senato. Vediamo. Potrebbe però non essere più un gruppo parlamentare su cui Conte può fare affidamento ad occhi chiusi.

(Il Riformista)

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