Bisogna spezzare il legame tra flessibilità e precarietà e creare un mercato del lavoro più equo

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Oltre quello (tanto) che possono fare direttamente le parti sociali (vedi l’accordo Alitalia sul trattamento economico variabile e legato alla produttività individuale, l’accordo di Banca Intesa sul trattamento di ingresso dei nuovi assunti nelle aree depresse, l’accordo Fiat sull’orario del lavoro e sul recupero di produttività), il vero ammodernamento del welfare (più giustizia sociale, più competitività) passa per una riforma coordinata delle misure di sostegno alla famiglia, degli ammortizzatori sociali e del mercato del lavoro.
Gli interventi su famiglia ed ammortizzatori sociali richiedono l’utilizzo di spesa pubblica (alzare l’età pensionabile?) e per evitare ragionamenti meramente teorici è quindi necessario poterne parlare avendo prima quantificato le risorse disponibili.
Per la riforma del mercato del lavoro è diverso. Questa riforma non richiede l’impiego diretto di spesa pubblica ma sconta la difficoltà di trovare un punto di equilibrio accettabile da sindacati ed imprese ed è proprio per salvaguardare la pace sociale che, ritengo a torto, il Governo ha sino ad oggi ritenuto di lasciare che il dibattito si sviluppasse pigramente in parlamento senza indicare, apertamente, una via riformatrice (pur essendo acclarata, per unanime consenso, anche dello stesso Ministero del lavoro – vedi il libro bianco del 2009 -, la necessità di un intervento).
Con il discorso di Mirabello il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha con forza rivendicato la centralità della questione sociale e senza volere entrare nella affascinante complessità tecnica della materia ecco qualche primo spunto di riflessione per un percorso di riforma che porti ad un patto generazionale fortemente improntato ai valori liberali e sociali della destra moderna.

L’obiettivo primario è quello di riuscire ad invertire, ed anzi spezzare, il legame tra flessibilità e precarietà e ciò è possibile facendo in modo che il grado di flessibilità sia inversamente proporzionale al valore del compenso pattuito tra datore di lavoro e lavoratore. Nella sua proiezione più netta e comprensibile il meccanismo porta a vietare l’utilizzo di contratti caratterizzati dal massimo grado di flessibilità per coloro cui il mercato riconosce un compenso inferiore ad una soglia di sopravvivenza che dovrà essere convenzionalmente fissata.

Ne deriverebbe un immediato contenimento delle sacche di precariato duro, una radicale semplificazione degli accertamenti condotti dagli ispettori del lavoro (resi mille volti più efficaci dalla semplicità della regola di cui devono accertare il rispetto), una forte incentivazione all’incremento dei salari ed all’investimento nelle produzioni ad altro valore aggiunto (qualità, innovazione, ecc..) dove il costo non è più l’unico parametro di competitività.

Soprattutto in una fase di rivoluzione industriale com’è quella odierna l’incremento dei costi necessari a coprire l’emersione del precariato dovrebbe essere in primo luogo bilanciato dando più certezze alle imprese nell’attuazione dei processi di adeguamento delle organizzazioni aziendali alle esigenze del mercato. L’imprenditore è oggi teoricamente libero di (ed anche costituzionalmente garantito dall’art. 41 Cost. di) definire tempo per tempo l’organico necessario al funzionamento della sua azienda ma, in concreto, l’attivazione degli strumenti a tal fine previsti dalla legge (procedure di cassa integrazione, mobilità, ecc..) richiede tempi lunghi (spesso più lunghi di quelli che impone il mercato), presenta margini di incertezza (e quindi di rischio) troppo elevati ed, infine, espone l’azienda ad un’eccessiva discrezionalità dell’amministrazione e dei sindacati.

Sotto altro profilo un mercato del lavoro più equo dovrebbe anche valorizzare le diverse fasi del ciclo professionale del lavoratore (l’apprendimento dei primi dieci anni, la massima produzione dei successivi venti e l’accompagnamento alla pensione degli ultimi dieci). Ciò al fine, ad esempio, di attribuire alla fase dell’apprendimento un livello di trattamento coerente con l’apporto produttivo di chi ha appena avviato un percorso professionale. Ma anche e soprattutto al fine di attuare percorsi di solidarietà generazionale (in parte già regolamentati nel vigente impianto legislativo con strumenti risalenti ai primi anni ottanta ma di fatto dimenticati) nell’ambito dei quali scambiare la riduzione assistita dell’orario di lavoro dei più anziani con l’ingresso agevolato nel modo del lavoro dei giovani.

Ma quando sarà possibile quantificare le risorse disponibili, magari in un rinnovato patto di legislatura, sarà prioritario per tutti esercitarsi anche su famiglia ed ammortizzatori sociali in un disteso confronto di idee che, a prescindere da tutto, non deve avere mai fine.

Fonte/Autore: Marco Marazza (Generazione Italia)