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Quando le crisi coniugali invadono e compromettono la genitorialità

31/08/2011

di Elisa Caponetti - psicoterapeuta

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Ogni giorno nel mio lavoro, ma non solo, vengo continuamente colpita da storie di separazioni giudiziali, in cui purtroppo il conflitto coniugale si riversa e si sposta nella sfera genitoriale. E chi ne fa le spese sono proprio i figli. Per questo, credo che valga la pena approfondire questo fenomeno.
I dati statistici diffusi dalle indagini Istat sul territorio italiano mostrano un aumento delle separazioni e dei divorzi, che diventa anno dopo anno sempre più consistente. Negli ultimi decenni profonde trasformazioni hanno investito la sfera delle relazioni familiari e sociali, i costumi e gli stili di vita nel nostro Paese. L’istituzione familiare, in particolare, ha subito grandi cambiamenti in rapporto all’emergere di nuovi fenomeni demografico-sociali e di nuovi modelli comportamentali, che si presentano con intensità diversa secondo il territorio, l’età, le aree culturali e le fasce sociali. Si sono modificate le forme e le strutture familiari: crescono le famiglie ricostituite, quelle monogenitoriali, i single e le unioni di fatto.
Tali cambiamenti sono stati accompagnati da diversi interventi normativi che si sono susseguiti nel corso degli anni (dalla legge sul divorzio alla riforma del diritto di famiglia, dalla legge sull’adozione e l’affido dei minori fino alla disciplina inerente l’affidamento condiviso dei figli). Purtroppo, però, neanche attraverso tali leggi si riesce sempre ad evitare le conseguenze negative dei divorzi e a tutelare i minori.
Sempre secondo i dati resi noti dall’Istat, nel 2009 le separazioni sono state 85.945 e i divorzi 54.456. Rispetto al 1995 le separazioni sono aumentate di oltre il 64% e i divorzi sono praticamente raddoppiati: più 101%. Tali incrementi si sono osservati in un contesto storico in cui si verifica un calo dei matrimoni, ciò a significare che c’è un effettivo aumento della propensione alla rottura dell’unione coniugale. Ma l’Istat ci dice anche che nel 2009 il 66,4% delle separazioni e il 60,7% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli avuti durante la loro unione. I figli coinvolti nella crisi coniugale dei propri genitori sono stati 97.040 nelle separazioni e 51.907 nei divorzi. Da tenere in grande considerazione che la maggior parte di essi sono minori. “Si stima che circa 1.5 milioni di bambini si trovino oggi nella condizione di figli di genitori separati o divorziati". Questi sono alcuni dei dati di maggior rilievo citati dal sottosegretario alla Giustizia, Elisabetta Casellati.
Quando ci si separa, ci sono ricadute sul benessere psicofisico di tutti i componenti del precedente nucleo familiare e questo è un dato indiscutibile, ma le conseguenze più pesanti spesso si generano nel rapporto genitori-figli, determinando frequenti ripercussioni anche a lungo termine (fino ad arrivare alla loro vita adulta). A pagarne il prezzo più alto sono nella quasi totalità dei casi i figli, spesso vittime dei contrasti genitoriali.
Negli ultimi anni alcune ricerche scientifiche hanno posto particolare attenzione allo studio dei vissuti psicologici dei minori, individuando conseguenze troppo spesso disastrose e lo sviluppo di vere e proprie patologie. Ciò può capitare, purtroppo, quando gli adulti sono così tanto coinvolti nel loro dolore, nella rabbia e nei loro conflitti, al punto da non riuscire a tutelare e salvaguardare i minori. Sono spesso invischiati in realtà familiari caratterizzate da relazioni che diventano così patologiche e bloccanti da spostare la crisi coniugale nella sfera genitoriale. Ci si dimentica che ci si può separare come coppia coniugale, ma non come coppia genitoriale: spesso invece i due differenti livelli tendono a confondersi ed allora i figli vengono utilizzati come arma di ricatto e di riscatto.
E’ così che nelle separazioni conflittuali, i figli possono essere a rischio di danno evolutivo perché possono venire strumentalizzati ai fini di una richiesta di risarcimento economico e psicologico. Quando ciò si verifica, si perde completamente il contatto con la realtà e con i bisogni dei figli. Tutto è finalizzato esclusivamente al voler “distruggere” l’ex coniuge e quindi al bisogno di dover vincere la causa in tribunale, come meccanismo di rivalsa e di vittoria. Esempi tipici di strumentalizzazione, sono quello di impedire di far vedere il figlio all’altro genitore se ritarda nel pagamento del mantenimento o se ha una nuova compagna/o.
In queste separazioni accade frequentemente che un genitore faccia pressioni, inconsce ma anche razionali, al figlio, presentando l’altro genitore come una persona dannosa, problematica e disturbata, valutazioni ostentate davanti al bambino, ma non solo, costringendolo di fatto a scegliere, schierandosi così con il genitore più richiedente (quello “buono”) e rifiutando contemporaneamente l’altro (“il cattivo”). Una scelta che porta inevitabilmente alla perdita affettiva di un genitore e che viene vissuta dal bambino con conseguenze a volte tragiche. Inoltre, spesso non si tiene in considerazione che si può essere stato un cattivo compagno ma un ottimo genitore.
Avviene così una scissione completa: uno è il genitore esclusivamente positivo e l’altro quello totalmente negativo. Così può accadere che il bambino guardi il genitore attraverso gli occhi dell’adulto. Si finisce in questo modo con il separare completamente anche il suo mondo affettivo. Favorendo tali atteggiamenti, in quel momento l’adulto non riesce a rendersi conto del potenziale patologico che sta innescando, né tantomeno a comprendere che quando il figlio capirà i meccanismi usati dal genitore, la sua fiducia in lui sarà danneggiata.
La sindrome di alienazione genitoriale (PAS) e il mobbing familiare sono due esempi, ormai fin troppo diffusi, dei danni che si possono generare nei casi di separazioni estremamente conflittuali. Il perdurare del conflitto ben oltre la separazione comporta il continuo coinvolgimento dei figli nelle dinamiche relazionali e genitoriali disfunzionali. Il mobbing familiare si esplica nel tentativo di emarginare dai processi decisionali tipici dei genitori l’altro coniuge, mediante minacce o aperte campagne di denigrazione e di delegittimazione del suo ruolo genitoriale, estromettendolo dai processi decisionali riguardanti i figli. Attraverso il mobbing familiare, il genitore affidatario tenta in ogni modo di spezzare il legame genitoriale che l’ex coniuge ha con i figli. Spesso questo comportamento sviluppa la PAS.
Negli ultimi anni si è visto come nelle separazioni coniugali contraddistinte da un’intensa conflittualità, questo particolare tipo di mobbing è diventato sempre più frequente: un genitore (alienatore) attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore (alienato) e il bambino fornisce il suo personale contributo alla campagna di denigrazione. Avviene un lavaggio del cervello che porta il figlio a perdere il contatto con la realtà e a mostrare astio e disprezzo ingiustificato e continuo verso l’altro genitore.
Spesso si arriva a distruggere la relazione fra il figlio e il genitore alienato, perché il bambino arriva a rifiutare qualunque contatto, anche solamente telefonico, con il genitore alienato e tutto ciò senza una reale motivazione, con un’assenza di reali mancanze e trascuratezze.
La conflittualità e la separazione genitoriale, inoltre, possono spesso sviluppare nel bambino numerose fantasie e vissuti psicopatologici. Può succedere che il figlio si senta responsabile e che tendi a colpevolizzarsi per la crisi del rapporto dei genitori, così facendo può anche fantasticare una loro riappacificazione, nonostante dati evidenti e contrari, quali la costituzione di nuovi legami affettivi dei genitori con altri partner. Spesso con la separazione nel bambino nasce l’ansia e la paura di essere abbandonato anche dall’altro genitore.
Inutile dire che bisognerebbe sempre dare attenzione alle esigenze dei figli, mettendo da parte i propri contrasti. Un’aperta conflittualità tra i genitori incide sempre negativamente sullo sviluppo della personalità del bambino. Abbiamo visto come fin troppo spesso i figli vengono coinvolti direttamente nei conflitti degli adulti: ciò avviene anche quando il bambino stesso esprime perplessità, ansia o timori per quello che sta accadendo. E’ così che si arriva a vere e proprie somatizzazioni.
I motivi della contesa dei figli, purtroppo, non sono sempre legati al loro interesse e benessere psico-fisico, ma sono più profondi e più complessi. Il figlio – al di là di quello che realmente è – può essere qualcosa che dà significato alla vita e alla stessa identità del genitore, permette di dare ma anche di togliere significato alla vita dell’altro, diventando così oggetto di strumentalizzazione e arma di potere.
La separazione non dovrebbe mai produrre una perdita della propria genitorialità: non si smette mai di essere genitore. Spesso invece si verifica una lesione alla bigenitorialità. Laddove gli ex coniugi sono troppo presi dalla separazione coniugale e non riescono ad elaborare una separazione psichica, sarebbe estremamente utile farsi aiutare. Esistono diversi percorsi possibili (a seconda della fase in cui ci si trova) dalla mediazione familiare alla terapia del divorzio, ad un sostegno per i minori. Va quindi diffusa anche negli ambienti legali e giudiziari (ma non solo), una cultura che promuova e che faciliti l’accesso ad una richiesta di aiuto e alla consulenza psicologica per il disagio dei figli e delle coppie che si stanno separando. L’obiettivo primario deve essere sempre quello di una maggiore tutela dei minori e della salvaguardia, il più possibile, del benessere di tutti.