18/11/2011
di Aurora Capogna - psicologa
Gardner (1997) definisce la PAS come la sindrome da alienazione parentale, ossia un disturbo che insorge essenzialmente nel contesto di controversie per l’affidamento dei figli. La sua principale manifestazione à la campagna di denigrazione da parte del bambino o dell’adolescente nei confronti di un genitore (bersaglio), denigrazione che non è giustificata da reale carenza, trascuratezza e violenza del genitore stesso, ma dal comportamento del genitore affidatario (alienatore).
La conflittualità che molto spesso accompagna le separazioni coniugali rende ciechi i genitori dei bisogni effettivi ed affettivi dei propri figli: la separazione dei genitori significa per il bambino avere un padre ed una madre che non si amano più, innescando in lui conflitti e domande se sia giusto continuare ad amare entrambi dal momento che loro non si amano più.
Gardner ha descritto tre differenti livelli di sindrome da alienazione parentale: lieve, moderato e grave.
Nel grado lieve, l’alienazione è relativamente superficiale ed il bambino sostanzialmente collabora per le visite al genitore alienato, ma è a tratti ipercritico e di cattivo umore. In questo grado di PAS può ancora esistere una relazione affettuosa con la parentela del genitore alienato.
Nel grado moderato il genitore bersaglio viene descritto come completamente negativo, mentre la figura dell’altro genitore sarà descritta come completamente positiva. Nel bambino l’assenza di senso di colpa, per tutte le espressioni di disprezzo verso l’altro genitore, è così ben radicata che il bambino stesso può apparire psicopatico nella sua insensibilità alla sofferenza provata dal padre.
Nella PAS di grado grave i bambini condividono le fantasie paranoiche del genitore alienante nei confronti del genitore bersaglio. Infatti, nell’incontrare il genitore bersaglio il bambino prova terrore: urla da far raggelare il sangue, è in balia del panico e le sue esplosioni di rabbia possono essere così violente da rendere impossibile l’incontro. Gardner ha rilevato che in questi casi gravi il mantenimento di questa relazione esclusiva con il genitore alienante può essere considerato un potentissimo e diretto fattore di rischio per la salute mentale del minore, in particolare per l’insorgenza di una psicopatologia permanente di stampo paranoideo.
Questi sono solitamente bambini che hanno un’età compresa tra i 9 e i 15 anni al momento della separazione, e che si oppongono con forza e veemenza al genitore alienato senza apparenti espressioni di colpa o di ambivalenza. Essi elencano le proprie critiche e la propria avversione in presenza di entrambi i genitori con modalità ripetitive, sovente utilizzando le stesse parole riferite dal genitore preferito per descrivere le trasgressioni e i difetti del genitore alienato. Il loro linguaggio è quasi sempre pomposo e la scelta dei termini molto ricercata, quasi da adulti. I bambini più piccoli, al contrario, non hanno ancora acquisito capacità cognitive sufficienti per essere buoni alleati e risultano essere meno affidabili sebbene, a livello empatico, possano dimostrarsi più vicini al genitore che si occupa di loro.
Darnall (1998) ha proposto una tipologia del genitore alienante descrivendo la presenza di tre tipi differenti di alienatori:
Gli alienatori naif caratterizzati da un atteggiamento sostanzialmente passivo nella relazione con il minore.
Gli alienatori attivi sono abili nel distinguere i propri bisogni da quelli del figlio minore ma tendono maggiormente ad avere problemi nell’elaborazione e nel contenimento dei sentimenti di odio, aggressività, amarezza o frustrazione dovuti al divorzio.
Gli alienatori ossessivi tendono a percepire se stessi come traditi e ad attribuire all’altro genitore il fallimento del matrimonio, la loro ragione di vita diventa la vendetta per tutti i “torti” subiti, di cui il divorzio rappresenta l’espressione massima. Solitamente accanto a questi problemi sussistono problematiche economiche e sociali.
A mio avviso, quest’ultima tipologia si adatta molto bene alla descrizione psicologica di Matthias Schepp, l’ingegnere svizzero, che ha fatto “sparire” le gemelline Alessia e Livia, di 6 anni.
Sia Matthias che la moglie Irina lavoravano nella stessa azienda, la Philip Morris: lui ingegnere, dirigente della società di Bologna, da dove tutti i fine settimana rientrava in Svizzera, aveva un ruolo più defilato. Lei, al contrario, avvocato della stessa multinazionale a Losanna, la cui carriera progrediva velocemente. Quando la moglie chiede la separazione, Matthias inizia la sua metamorfosi: da uomo “defilato” diventa il personaggio in “primo piano”, unico e assoluto protagonista della vicenda, inizia a viaggiare e a fuggire, ma non in modo caotico o impulsivo, bensì lo fa con astuzia e lucidità, intavolando un macabro gioco dell’oca, facendo addirittura un’accurata ricerca via internet sui veleni, scrivendo lettere, ecc; insomma, trasformando l’ascesa professionale della moglie in una discesa verso la disperazione. Infine, Matthias termina il suo viaggio a Cerignola, in Puglia, un luogo dove, pare, non abbia alcun legame precedente, si getta sotto un treno, senza lasciar traccia delle figlie.
In questo tragico viaggio, Matthias dimostra di non accettare in alcun modo la scelta della moglie di separarsi, anzi è ossessionato da un sentimento di vendetta, come si può dedurre da una delle lettere inviate alla moglie:
“Sono già completamente pazzo, malato, allo stremo, distrutto! Aiuto!! Non ne posso più, non ce la faccio più! Invece di un dialogo ragionevole, ho avuto come risposta questi avvocati di m…Tutti volevano aiutarmi, soltanto tu no! Mia moglie! Non hai avuto tempo neanche una volta per parlare, per venire a Neuchatel, era uno sforzo troppo grande per te, ed è per questo che sono andato fuori di testa! Ora non voglio più nessun aiuto, è troppo tardi. Ti ho sempre amata!!!! Tutto ciò che volevo era una famiglia! Perdere te è stata già abbastanza dura, ma poi anche le bambine era troppo. Presumibilmente sono malato, ma non so di che cosa. Ciao per sempre! Non ne posso più! Mi dispiace enormemente, ma non c’è più nulla da fare.”
Forse l’uomo ha trovato nel suicidio la concretizzazione della sua fantasia di vendetta e di punizione nei confronti della moglie, e forse la fantasia di una nuova vita. Infatti, nel mettere fine alla propria vita, Matthias, priva la moglie, oltre che delle bambine, anche dei loro eventuali corpi senza vita. Allo stesso modo, i familiari di Matthias scelgono di non reclamare la sua salma.
Ho riportato questa vicenda di cronaca come emblematico di un caso estremo di PAS.
In realtà, vista l’età delle bambine è improbabile diagnosticare una Sindrome di Alienazione Parentale, poiché, come abbiamo visto, prima di 8-9 anni non esistono quelle capacità cognitive per figurarsi come buoni alleati del genitore alienante contro un genitore “bersaglio”. Inoltre, La PAS non è una patologia del genitore alienante, ma una patologia instillata nel bambino, per cui appare importante il contributo personale del bambino nella vittimizzazione del genitore “bersaglio”. L’espressione PAS si riferisce soltanto alla situazione in cui il “lavaggio del cervello”, da parte del genitore alienante, si combina alla rappresentazione da parte del bambino del disprezzo nei confronti del genitore denigrato. Quindi, la campagna di denigrazione implica la suddetta combinazione dei due fattori, anche se i sintomi sono descritti solo nel bambino.
Tuttavia, io aggiungerei un altro fattore contributivo, forse più inafferrabile, sicuramente non misurabile, ma non per questo meno pervasivo: mi riferisco alla natura umana dell’individuo, ossia al perché un essere umano possa mettere in atto comportamenti così estremi, risvegliando in tutti noi qualcosa di molto atavico, già raccontato attraverso miti, leggende, racconti, fiabe, ecc.
Per esempio, come il mito di Edipo è stato di aiuto per comprendere le fantasie parricide dei figli, così, a mio avviso, il mito di Medea potrebbe aiutarci di trovare un senso alle fantasie infanticide da parte dei genitori. Per chi volesse approfondire questo mito, mi permetto di consigliere la versione antica di Euripide oppure quella “moderna” di Pier Paolo Pasolini del 1969, nel film Medea.
Medea è la famosa maga, figlia del re della Colchide, la quale, usando le sue arti magiche, ruba il vello d’oro che serve a Giasone, di cui è perdutamente innamorata, per aiutarlo a riconquistare il trono di Iiolco, in Grecia; uccide suo fratello, ancora fanciullo, gettandone i pezzi in mare, per non essere raggiunta dal padre, re della Colchide e agevolare, così, la fuga degli Argonauti, condotti da Giasone; si lascia portare lontano dalla terra che è sua per arrivare ad un’altra che è nuova e le è ostile, si lascia spogliare dei suoi abiti sacerdotali e rivestire di vesti greche; sottopone Pelia, lo zio di Giasone che ha usurpato il trono del nipote, ad una morte crudele: induce le figlie del vecchio re a sgozzarlo e a bollirne le membra, dicendo che sarebbe risorto più giovane di prima. Poi, a distanza di dieci anni, Giasone si innamora di Glauce, la bella figlia del re Creonte e ripudia Medea. Costei, pazza di gelosia, per vendicarsi, manda in dono alla futura sposa una tunica e un diadema che, essendo in realtà avvelenati, provocano la morte di Glauce tra atroci spasmi. Ma la vendetta più tragica è l’uccisione dei due figlioletti, Memero e Fere, avuti con Giasone. Il padre vorrebbe almeno i cadaveri dei bambini ma la madre, implacabile, afferma che sarà lei ad occuparsi del rito funebre.
Immagino che appaiano evidenti i punti in comune tra il mito di Medea e la vicenda di Matthias.
Entrambi vivono ossessionati dalla vendetta. Entrambi riflettono il tipico “eroe” tragico come Edipo, Elettra, Aiace, ed altri che portano all’estremo (fino all’autodistruzione) in un misto di eroismo e di ferocia, le scelte scaturite dallo loro physis, cioè dallo strato più profondo della loro natura. Entrambi risultano essere una combinazione tra cieca violenza e fredda astuzia. Per esempio, Matthias in modo scaltro riesce ad intavolare un macabro gioco dell’oca rendendo difficile e disperata la ricerca delle bambine, per poi metter fine alla propria vita in modo tragico e violento.
Un altro aspetto che Euripide mette in risalto nel dramma è espresso chiaramente dalle parole di Medea:
“Nessuno deve considerarmi un’incapace o un debole o una persona mite. Altro è il mio carattere: violenta con i nemici e con gli amici buona”.
Nel momento in cui Medea e Matthias si sentono traditi, disonorati o offesi da persone ritenute loro “amiche”, queste automaticamente si trasformano in “nemici” senza soluzione di continuità con il passato, meritevoli di una vendetta immensa.
Questo comportamento potrebbe essere spiegato, almeno in parte, dal fatto che Medea, come Matthias, rinunciano alla propria identità originaria per perdersi nell’amore di un’altra persona: Medea si lascia spogliare dei suoi abiti sacerdotali, mentre Matthias ricopre una posizione professionale più “defilata” rispetto alla moglie, spogliandosi del ruolo maschile attivo e dominante. A queste condizioni, perdere i rispettivi “oggetti d’amore” significa perdere letteralmente se stessi, per cui trovano nell’annientamento della persona amata una ragione d’essere, come a cancellare definitivamente un passato inaccettabile, e per far questo bisogna, paradossalmente, sacrificare i figli, che sono l’incarnazione di un legame d’amore, prima, e di un’angosciosa frattura, dopo.
Nella tragedia di Euripide, il padre vorrebbe almeno con sé i cadaveri dei bambini, ma la madre, implacabile, afferma che sarà lei ad occuparsi del rito funebre. Allora Giasone la maledice ancora e il Coro chiude la tragedia affermando l’imprevedibilità dei casi della vita umana. Nella vicenda “moderna”, invece, Matthias invia una lettera alla moglie dove scrive:
“Le bambine riposano in pace, non hanno sofferto”.
Sia quel che sia, è evidente tanto nella cronaca attuale come nella tragedia antica, che i figli sono stati strumentalizzati nel modo più feroce e inimmaginabile da un genitore per punire l’altro, e che perdere dei figli per mano del coniuge è un atto di punizione estrema, che non permette via d’uscita.