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Alberi monumentali del Lazio

16/12/2010

di Pia Settimi

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Già mi rammaricavo che, con l’inverno alle porte, avrei fatto meno passeggiate nei nostri boschi ed avrei perso un po’ di vista i miei affezionati alberi, quando, nella cassetta della posta, mi sono ritrovata, fresco di stampa e allettante nella sua verde copertina che suggerisce lo stormire delle fronde, un bellissimo grande libro: “Alberi Monumentali del Lazio”, di Valido Capodarca e Eno Santecchia (Aracne editrice).

Solo due persone appassionate della natura e innamorate degli alberi come loro (e come lo sono io, che possiedo solo un modesto albero di cachi!) potevano dedicare tanto tempo e attenzione a questa opera. Il risultato è assai notevole: decine e decine di foto a colori di alberi definiti, appunto, “monumentali”, raggruppati nelle cinque provincie laziali. La descrizione accurata di ciascun albero, completa di misure, è corredata, ovviamente dalla sua foto, ma anche dalla storia dell’albero stesso. Sono aneddoti interessanti e curiosi cui fanno seguito i suggerimenti per trovarli nella estesa Campagna Romana e indicazioni più generali su aspetti culturali e turistici di ogni singola zona visitata. Ci sono anche foto di alberi meno monumentali, ma ugualmente interessanti, come le betulle della Caldara, uniche a questa latitudine ed, ahimè, maltrattate dell’eccesso di umanizzazione del territorio.

Risaltano anche otto tavole inedite del pittore maceratese Davide Giovannini. Sono riproduzioni di altrettante pitture ad olio che trasmettono al lettore, con maggiore emozione, tutto quello che le fotografie talvolta non riescono a rendere.

Il testo si conclude con riferimenti legislativi e con l’invito ai lettori a segnalare altri esemplari meritevoli di essere ricordati in prossime edizioni del testo.

I due autori hanno girato proprio tutto il Lazio, e un anno fa sono venuti anche dalle nostre parti. Sfogliando il libro sono andata subito a cercare quali fossero stati gli alberi monumentali prescelti. Sono tre: un Cerro a Canale Monterano-Montevirginio, “La grande quercia” del Parco Praecilia a Manziana, e un Carpino bianco che, si dice, sarebbe a “Bracciano-Caldara”. Non vorrei qui entrare in una polemica se la Caldara sia in territorio di Bracciano o di Manziana, perché gli alberi, come noto, se ne curano poco dei confini politici e amministrativi. Dove gli piace nascere e mettere radici e svilupparsi, se non vengono disturbati, lì stanno. E neanche mi pare il caso di riportare qui la polemica se la Caldara, o in genere tutto la Macchia di Manziana, debba entrare a far parte del Parco Regionale di Bracciano e Martignano oppure no.

Però mi piacerebbe, questo sì, una amichevole disputa tra i sindaci dei due comuni, presente il Presidente del Parco e le altre autorità, ognuno con una copia di questo libro in mano, attorno all’albero Carpino bianco, che impassibile li ascolta, circondati dai cittadini che tifano per l’uno o per l’altro. Così mi piacerebbe che gli autori venissero qui da noi, in uno dei nostri comuni intorno al lago, a parlarci del loro libro, dei loro e nostri alberi… Strano, “libri” è quasi anagramma di “alberi” e quindi il cerchio si può chiudere.

Ma un altro collegamento, trattandosi di autori marchigiani, mi tocca direttamente. Settimi era, infatti, il mio trisavolo, pastore transumante originario di Sant’Angelo in Pontano, che sposò una ragazza di Anguillara, si stabilì nel nostro territorio… e dopo varie generazioni e traversie, eccomi qui!