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Limiti e possibilità nella coppia mista rispetto alla coppia omogena

01/02/2012

di Aurora Capogna - psicologa

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La coppia oggi: quando se ne incomincia a parlare, il discorso diventa immediatamente difficile, poiché la “coppia” e ancor più la “famiglia”, è un sistema delicato e complesso, in cui si devono considerare sia le dinamiche individuali, ossia il sistema di credenze di ciascuno (relativo al prendersi cura dell’altra persona, all’uso del potere nella coppia, ai ruoli legati al genere sessuale, ecc) che le dinamiche esterne, derivanti da tutto il mondo che circonda la coppia e dal quale non può isolarsi, pena l’impoverimento e il decadimento della coppia stessa.
Vista tale complessità, non stupiamoci della difficoltà delle relazioni al suo interno, anche perché la coppia si costruisce su una relazione comunicativa che non può prescindere dal bisogno di intimità, intesa come mantenimento della vicinanza fisica, “rifugio sicuro”, empatia, capacità di sentire l’altro, e, nel contempo, di rispettare la libertà e la diversità di se stesso e dell’altro, capacità non certo facile da esercitare. Infatti, la dimensione dell’intimità dipende dalla nostra capacità di regolare la vicinanza affettiva con l’altro mettendoci nella posizione di confrontarci con paure di separazione, di perdite, o altro. Possiamo dire che il binomio vicinanza/separazione nasce dalla necessità, in ogni coppia, di saper mantenere la propria individualità e identità, condividendo allo stesso tempo degli spazi in comune con l’altro partner. Lo stesso vale ovviamente per una coppia mista, in cui ciascun membro si trova a cercare di mantenere la propria identità culturale, cercando di creare, allo stesso tempo, una zona di condivisione.
Le statistiche sulla coppia oggi non sono affatto incoraggianti: la percentuale di divorzio è del 50%. L’altro 50% sarà soddisfatto? Forse il 20% di questo restante 50% continua a stare insieme soltanto per i figli, o forse non si separa per interessi economici? E del 10% restante, che dire? Quanti hanno relazioni extraconiugali? Quanti sono rassegnati, depressi o somatizzano malattie!
Scoraggiante, lo so. Ma allora perché l’uomo e la donna si cercano, perché si sposano o diventano compagni di vita? Evidentemente siamo di fronte ad un bisogno primario e imprescindibile. Potrei citare l’antico mito platonico del dio ermafrodito in cui il maschile e il femminile erano perfettamente congiunti, poi scisso in due sessi diversi, provocando una ferita: da allora l’uomo e la donna non cercano altro che il ricongiungimento attraverso il binomio femminile/maschile.
Come scrive Crocetti (1997) “la scelta di coppia si basa perciò esclusivamente sulla ricerca regressiva e inconscia di ognuno nell’altro di parti maschili e femminili…una scelta psichica, ma anche fisica: ognuno sceglie nel corpo dell’altro qualcosa che ha connotazioni inconsce significative”.
Potremmo dire, allora, che il rapporto di coppia non segue le regole matematiche dell’uno più uno uguale a due, poiché non è la somma di due individui, ma qualcosa di diverso e di più, ossia un’integrazione del maschile e del femminile, oltre che del bisogno di vicinanza e di separazione.
I caratteri del maschile sono la forza, l’azione, il verbo, il pensiero, che derivano dal Logos; quelli del femminile sono l’indifferenziata e ciclica simbiosi con la Natura, che deriva dall’*Eros*.
A seconda delle culture, Logos ed Eros sono più o meno tenuti separati oppure integrati. Più sono estremizzati i caratteri naturali e primitivi del proprio sesso, più il maschio e la femmina sono dipendenti l’uno dall’altra, in quanto affidano all’altro il compito di agire una parte di se stessi che non conoscono, vivendo nell’illusione, così, che “ogni cosa sia al suo posto”. Ad esempio, nella cultura musulmana questo allontanamento tra maschile e femminile è molto più accentuato che non fra altre culture. In effetti, in un’ottica fortemente patriarcale, come quella della società islamica, la donna è subordinata all’uomo tanto in senso sociologico che giuridico e, conseguentemente, anche psicologico.
In realtà, anche nella cultura occidentale il maschile e il femminile sono spesso enfatizzati e valorizzati come diametralmente opposti: i modelli pubblicitari ci offrono ogni giorni numerosi esempi. In questi casi, gli uomini per le donne e le donne per gli uomini sono soltanto dei “tramiti”, passaggi attraverso i quali accedere alla parte maschile e femminile non riconosciuto in se stessi. Pensiamo, scherzosamente, alla famosa coppia di Tarzan e Jane (peraltro protagonisti di uno spot pubblicitario per la prima colazione): l’uno è il prototipo del maschile in assoluto, l’altra del femminile. Ma né Tarzan, così “macho”, né Jane così “sexy”, sono persone intere, in cui sia avvenuta un’integrazione, come processo di integrazione che è fonte di creatività, senza la quale nella coppia si producono legami simbiotici e di dipendenza.
Ad ogni modo, spesso e volentieri le difficoltà che deve affrontare una coppia mista sono maggiori rispetto alla coppia omogenea, e i conflitti che ne derivano possono avere conseguenze, a volte, anche drammatiche. Pensiamo per esempio, ai matrimoni misti tra cattolici e musulmani, appartenenti entrambi a religioni che coinvolgono l’individuo nella sua identità e personalità profonda. Alcuni ordinamenti, per esempio, prevedono, in caso di scioglimento del matrimonio, la possibilità di impedire alla madre di avere in affidamento i figli piccoli se essa non è musulmana, o vi sia il timore fondato che possa allontanare il figlio dalla religione paterna. Ma non sempre è la donna a subire gli effetti “collaterali” di un matrimonio misto. Per esempio, di recente un giornalista francese è stato costretto dalle autorità municipali ad una “conversione forzata” all’Islam dopo aver chiesto di sposare la sua compagna marocchina e musulmana, con cui ha una figlia; in particolare, gli è stato richiesto di presentare un certificato di “costume” che dimostri la sua fede all’Islam, come prevede la legislazione in Marocco, e a niente è valso invocare come ciò sia “contrario allo spirito della Repubblica Francese”.
Le motivazioni che portano i partner di una coppia mista a scegliersi sono molteplici. Se il sentimento amoroso è la scelta più scontata, subentrano altri elementi che sostengono la scelta e la condizionano.
In diversi casi, il matrimonio misto rappresenta, almeno per uno dei due partner, una possibilità di “riscatto” dalle condizioni di guerra o di povertà che caratterizza il paese d’origine e di inserimento sociale nel nuovo paese.
Un ruolo del tutto particolare, in antitesi col precedente, ricopre, al contrario, l’orgoglio etnico, che si manifesta tendenzialmente come desiderio di conquistare un esponente di una cultura diversa dalla propria.
Altre volte, la scelta di un compagno di diversa cultura nasce da una rottura già in atto con i valori tradizionali e le norme della società e della famiglia d’origine. A livello psicologico, possiamo supporre che l’attrazione per un’altra cultura si accompagni ad un parallelo distacco dalla propria.
Di fatto tale attrazione si traduce di frequente in un’illusione. Come spiega Hellinger, “Non solo abbiamo un padre e una madre, ma siamo nostro padre e nostra madre, siamo storia della loro storia…chi non accetta questa realtà e i propri genitori, nonché le proprie origini, così come sono, non accetta se stesso. Rifiutare questa evidenza, non solo porta a nulla, ma ci rende estranei a noi stessi”.
Anche nelle coppie omogenee l’uso del matrimonio come manovra di svincolo è un indicatore di scarsa individuazione rispetto alla famiglia di origine.
Le motivazioni sopra citate (riscatto, rottura, orgoglio etnico), sembrano essere strumentali alla soddisfazione di bisogni individuali, per cui difficilmente favoriscono un’integrazione delle differenze di cultura e tradizione, anzi, diverrebbero un indicatore di rischio rilevante per la costruzione della coppia.
Un altro aspetto importante nella formazione delle coppie, in generale, è quella che Scabini (1995) chiama presunzione della somiglianza. E’ tipico della fase di innamoramento presumere che il partner sia più simile a se stessi di quanto lo sia realmente: lo si vede più simile nelle aspirazioni, nei valori, nei comportamenti. In tal senso, ciò che una persona ricerca in un’altra corrisponderebbe ad un completamento di aspetti del Sé al fine di mantenere un proprio stato di omeostasi. Come sostiene Zavattini (1997), “le relazioni umane ed in particolare le relazioni duali, sembrano rispondere a precise esigenze narcisistiche”.
Anche nelle coppie miste si verifica questo. Nonostante spesso ad attrarre durante la fase di innamoramento sia la diversità del partner, di questa diversità si vede solitamente l’aspetto superficiale, esteriore, esotico, ma inconsciamente si persevera a vedere l’altro come molto simile a sé, come colui che può soddisfare bisogni inespressi che derivano dall’esperienza passata. Via via che il legame si sviluppa e si stabilizza, si verifica di frequente che le attitudini e i valori del partner non vengano visti come connotazioni culturali diverse dalle proprie, ma come delle carenze, dei deficit, se non addirittura come psicopatologie individuali.
Possiamo ipotizzare, così, che lo sviluppo di un’identità di coppia, in un matrimonio misto, richiederà più tempo proprio in virtù di quella diversità di valori e tradizioni che la caratterizza.
Come ci spiega Hellinger, quando ci si sposa, bisogna rendersi conto di non sposare solo una persona, ma anche le sue origini (famiglia), che continueranno ad esistere nei figli. Dicendo di sì al partner si dice sempre sì anche alle sue origini, con tutte le difficoltà che vi possono essere. Entrambe i partner dovrebbero stimare anche la rispettiva famiglia d’origine dell’altro, anche se è diversa dalla propria. Se un partner denigra la famiglia dell’altro/a, si mette fra esso/a e i suoi genitori, da cui deriva un’immediata solidarietà interiore con la propria famiglia d’origine e quindi una spaccatura nel rapporto di coppia, mettendo a repentaglio i cosiddetti “ordini dell’amore”, come li ha definiti Hellinger (2003): “i vecchi legami influiscono su quelli nuovi, ma questi ultimi hanno sempre la precedenza. Senza la precedenza del nuovo, non è possibile un’evoluzione. Per questo bisogna abbandonare la vecchia famiglia quando si instaura un nuovo legame”.
L’avvio della costruzione della coppia, infatti, non coincide necessariamente, come comunemente si crede, con la scelta del partner. Essa si verifica in realtà, nel momento di separazione emotiva del giovane adulto dalla famiglia di origine, separazione che influenzerà la definizione dei confini del proprio sistema di coppia, oltre che di quella interpersonale in relazione al partner e all’ambiente sociale.
Come spiega Hellinger (2003) “è possibile lasciare la casa paterna, perché la si ha completamente dentro di sé”.
In diversi casi, Byng-Hall (1998) ritengono che la scelta del partner avvenga in base alla complementarietà dei copioni familiari dei due partner.
Un partner può, infatti, offrire la possibilità all’altro di mettere in atto “copioni ripetitivi”, che garantiscono così una continuità ai modelli relazionali familiari di riferimento; in questo modo viene garantita alla propria famiglia di origine una certa “lealtà invisibile”. Nel caso delle coppie miste, l’equilibrio tra la lealtà nei confronti della propria famiglia d’origine e la lealtà verso la propria famiglia d’elezione sarà più difficile da ottenere perché spesso succede che un coniuge scelga di rinunciare al legame con la propria famiglia d’origine per dedicarsi totalmente alla famiglia d’elezione. A livello psicologico, si potrebbe stabilire una relazione rigidamente complementare, dove la negoziazione tra il bisogno di appartenenza/affiliazione e il bisogno di emancipazione/autonomia da parte di ciascun partner è qualcosa da evitare, così, ogni partner affida all’altro il compito di manifestare un bisogno che non riconosce e delega, in quanto pericoloso per la coppia.
Infine, se la nascita di un figlio è per una coppia l’evento critico per eccellenza, è presumibile che lo sia ancora di più per una coppia mista. Si sa, che quando si diventa genitori, si tende a riproporre il modello educativo appreso all’interno della propria famiglia d’origine. Queste condizioni diventano cruciali nelle coppie miste, nelle quali i genitori non hanno un modello di comportamento abbastanza condiviso a cui riferirsi, quindi ognuno tenderà a crescere il figlio secondo la propria cultura e le proprie tradizioni o, in senso lato, secondo la propria visione del mondo, per cui il concetto di “padre” o di “madre” può cambiare molto sia all’interno di una coppia omogenea, ma ancor più in una coppia mista.
Già nella scelta del nome da dare al figlio entrano in gioco strategie e dinamiche che evidenziano il tipo di relazione che vi è tra i membri della coppia. La scelta del nome, infatti, permetterebbe di fare delle buone previsioni su come sarà educato il figlio, ossia se la scelta verterà sull’assimilazione (in cui la cultura di uno dei due coniugi viene accantonata perché si ritiene che potrebbe essere un ostacolo all’inserimento del figlio) oppure su un’impostazione di educazione biculturale.
Per concludere, sembra che nel progressivo elaborarsi di miti e leggende in cui sono segnati i destini dell’uomo e della donna, la “ferita” sia sempre presente.
Ma la ferita è anche una “feritoia”, come la chiama Carotenuto, ossia “un minuscolo varco che ti consente di tenere d’occhio il tuo mondo interiore, di scrutare e indagare la parte più misteriosa e segreta di te stesso, la parte sommersa, perché si apra la via al processo di trasformazione: dalla coscienza ingenua alla coscienza di sé” (citato da Napoleone, 2002).

Bibliografia
Nelles Wilfried, Costellazioni familiari, una sintesi del pensiero di Bert Hellinger, Ed. Urra – Apogero Srl, Milano, 2004
Patrizia Napoleone, L’uomo, la donna e l’ermafrodita, www.humantrainer.it, ottobre 2002
D. Norsa; G.C. Zavattini, Intimità e collusione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997
E. Scabini, Psicologia sociale e della famiglia: sviluppo dei legami e trasformazioni sociali, Bollati Boringhieri, Torino, 1995
M. Tognetti Bordogna, Legami familiari e immigrazione: i matrimoni misti, L’Harmattan, Torino, 1996
G. Crocetti, Legami imperfetti, psicodinamica delle relazioni d’amore, Armando Editore, Roma, 1997

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