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La pericolosa deriva del nostro Paese

11/02/2011

di Giovanni Furgiuele

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Cari lettori,
penso che la situazione italiana stia precipitando e a noi spetta l’impegno di assumerci nuove responsabilità insieme all’elaborazione di nuove analisi e proposte.
Siamo ancora nel pieno di una nuova rivoluzione tecnologica, scientifica e industriale che ha cambiato il profilo del mondo intero. Nel corso di questa rivoluzione è avvenuto un capovolgimento dei rapporti di forza generali per i noti motivi a partire dal 1989, che ha portato, nel corso di questa rivoluzione, ad una colossale restaurazione economica e politica, una sorta di Congresso di Vienna mai celebrato. La restaurazione economica si è manifestata attraverso un’appropriazione privata di dimensioni planetarie mai avvenute prima al mondo, e riguarda ogni valore: beni, risorse, poteri, saperi, tutto ciò che c’è di materiale e di immateriale. E’ quello, in due parole, che chiamiamo neoliberismo.
Questo non è avvenuto contro la politica, ma attraverso la politica: la politica ha parlato – e in gran parte determinato – lo Stato minimo, la società che non esiste perché esistono solo gli individui, l’utilitarismo estremo. Questi processi politici, economici e di radicale cambiamento dell’organizzazione del lavoro hanno portato progressivamente, in meno di due decenni, a un profondo cambiamento del senso comune in generale, in Europa e in particolare nel nostro Paese, per varie ragioni. Questo profondo cambiamento si è manifestato nella forma di quelli che alcuni chiamano una sorta di rivoluzione antropologica: gli operai del Nord che votano Lega, tanta parte del popolo che vota Berlusconi, e così via. La sinistra non ha capito le trasformazioni strutturali e culturali in atto nel nostro Paese.
Questa colossale appropriazione privata non poteva non portare ad una crisi della democrazia, come sta avvenendo da tempo. Utilizzando il termine “democrazia”, metto l’accento su di un suo aspetto essenziale, e cioè sul suo carattere di sistema costituzionale ed istituzionale che consente una continua tensione fra governanti e governati ai fini di un loro progressivo avvicinamento anche attraverso regole certe di rappresentanza. L’esplosione della bolla e la crisi mondiale che ne è seguita ha messo in discussione il modello neoliberista ma non ha automaticamente determinato un’alternativa a questo modello. La sinistra europea non ha predisposto, com’è invece stato nella sua storia del secondo dopoguerra, le necessarie misure anticicliche per una redistribuzione del reddito e per il rilancio dell’occupazione.
In alcuni Paesi la crisi sta assumendo un carattere organico, perché riguarda insieme l’economia, le istituzioni, la politica, la società, la formazione del senso comune e perciò la cultura. Questo carattere organico della crisi è accentuato dal declino della funzione del Paese nel mondo, o nella divisione internazionale del lavoro.

Credo che sia questo il caso dell’Italia.
L’Italia sta attraversando una crisi senza precedenti di carattere economico sociale, istituzionale, morale. Forse si sta determinando un declino di egemonia come direzione sociale, politica, morale e ideale nei confronti delle classi alleate e subalterne. Credo che sia comune a tutti la percezione che, per vari motivi a cominciare dalla gravità dei problemi del lavoro, si sta estendendo nel Paese un disgusto generalizzato, anche a destra, in questa fase specialmente a destra.
Cresce in tutto l’impressione di vuoto
Il paragone con Tangentopoli è legittimo ma parziale. Diversi erano allora i rapporti di forze, le forze in campo, lo spirito pubblico, lo scenario nazionale e internazionale. Oggi c’è un vuoto nelle politiche, in particolare economico-sociali, nel governo e nelle istituzioni. Recentemente il Presidente della Repubblica, a proposito delle Regioni del Mezzogiorno, ha parlato di “crisi di rappresentanza e di direzione politica”. Ora è ragionevole pensare che tale crisi possa assumere o stia già assumendo una dimensione nazionale.
In questa crisi ci sono due tentativi
Il primo è il tentativo della magistratura di salvaguardare il principio di legalità, a cominciare dalla eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, senza per questo sostituirsi alla politica. Tale tentativo va riconosciuto nella sua essenza, che è quella di impedire uno Stato con due legalità: quella per la società e quella per la politica.
Il secondo è il tentativo del Presidente della Repubblica di salvaguardare la coesione nazionale, che non riguarda solo il rapporto fra Nord e Sud, ma riguarda la tenuta complessiva di un Paese che sembra si stia polverizzando, per alcuni aspetti spegnendo. Le opposizioni non sembrano ancora in grado di riempire questo vuoto per molti motivi: perché sono divise; perché mancano idee forti e conseguentemente progetti e programmi; perché non è chiara la rappresentanza degli interessi sociali; perché manca il pathos, la connessione, il legame diciamo così identitario con parti importanti del popolo del nostro Paese.

Questa crisi può rimanere stagnante, cioè il declino dell’Italia e della sua coesione sociale può proseguire pigramente o velocemente a politica invariata, con questo governo, questo senso comune, questi uomini. Possibile, ma improbabile per la sequenza impressionante di eventi che stanno avvenendo.
Può risolversi con una ulteriore svolta cesarista, cioè con l’affidarsi al potere carismatico di un uomo solo. E questo ovviamente ci deve allarmare. Non è impossibile, anche se tale potere mi pare intaccato. Ma soggettivamente è esattamente questo il disegno da tempo perseguito da Berlusconi, in particolare nella sua alleanza con la lega Nord. Sarebbe la vittoria del moderno populismo autoritario. Un’idea di popolo che sta in piedi solo a condizione di individuare un nemico che impedisce al popolo di stare bene. Il nemico è, via via: i meridionali, gli stranieri, il pubblico impiego, i comunisti, la sinistra, i politici di professione, le élite, per dirla con Brunetta, e così via. Le forze che si oppongono al Cesare di turno sono dipinte sempre in forma cospirativa, come gli autori di una congiura permanente ed universale. L’obiettivo è il presidenzialismo e la caduta dei contrappesi. Va notato che a differenza del fascismo non c’è un’idea totalizzante del partito e dello Stato, ma l’esatto contrario: c’è un’idea privatistica, di appropriazione privata di beni, poteri e competenze, un capovolgimento della res publica in res privata. Sarebbe questo il punto di arrivo della crisi della democrazia costituzionale.
Il problema è che questa forma di populismo funziona se si determina, ha scritto un sociologo, un rapporto di complicità fra il leader e il popolo, normalmente fondato sia sulla semplificazione di soluzioni per problemi complessi sia sulla generalizzazione del modello di vita. Mi pare che per la figura di Berlusconi questo rapporto stia scricchiolando.

Associazione Culturale L’agone nuovo
Il Presidente Giovanni Furgiuele