03/11/2011
di Massimo De Francesco - Valentina Palumbo
All’inizio, Massimo ed io, avevamo pensato di cominciare questo viaggio assieme in altro modo.
Ma poi, un giorno, mentre passeggiavamo per Bracciano, ci ha fermato una persona che ci ha incuriosito. Ci ha dato un foglietto nel quale ci invitava ad una conferenza sul Campo di Ashraf in Iraq.
Qui, a Bracciano.
Ci è parso così inusuale che lui e il suo gruppo di connazionali iraniani fossero venuti proprio QUI per sensibilizzare la gente su qualcosa di così lontano ed in un contesto così particolare!
Inutile dire che ci siamo andati…e ci abbiamo scritto su un articolo. Forse vi chiederete perché abbiamo deciso di scrivere il PRIMO articolo su questo argomento… noi vi rispondiamo che è un po’ la metafora di quello che vogliamo proporvi in questa rubrica: il Mondo è dentro casa nostra. Inutile negarlo. E quando noi non abbiamo voglia di spostarci fisicamente e con la mente per viaggiare nel contemporaneo, il Mondo ci insegue qui, sforzandoci a rimetterci in discussione.
Il Mondo in casa: cronache dal Campo di Ashraf
Il Campo di Ashraf si trova in Iraq, 100 km a nord di Baghdad, vicino Khalis, e 120 km dalla frontiera iraniana. E’ una realtà comunitaria molto particolare perché pur trovandosi in territorio iracheno, i suoi abitanti sono di origine iraniana. Vi risiedono i Mujahedin del popolo di Iran, nati nel 1965 come gruppo di resistenza allo Shah Reza Pahlevi. Basati su un’ideologia nutrita di elementi di Marxismo ed Islam Sciita, non sono da tutti considerati all’interno dell’ortodossia islamica. Dichiarano di aspirare alla creazione di una democrazia in Iran e di opporsi ad ogni forma di imperialismo.
Con la Rivoluzione Khomeneista l’opposizione ha cambiato destinatario e, negli anni immediatamente a ridosso dell’instaurazione del regime teocratico, agli episodi di resistenza anche armata si è risposto con la repressione del regime e con il confino forzato. Vittime di una persecuzione a tappeto che ha decimato gran parte dei membri, il gruppo ha visto i suoi reduci continuare la propria resistenza in clandestinità o trasferirsi all’estero. Inizialmente da Parigi, hanno sostenuto il regime iracheno contro l’Iran nella guerra del 1980-88. Nel 1986 Saddam Hussain ha permesso loro di risiedere nel Campo che prende il nome di Ashraf Rajavi, uccisa dalle forze di sicurezza iraniane nel 1982.
Dal 2003, con la guerra in Iraq, dopo aver combattuto contro gli occupanti occidentali, si sono adeguati alla smilitarizzazione imposta dagli Stati Uniti. Dopo una prima fase di scontri, gli Stati Uniti ed i Mujahedin sono giunti ad un accordo. In cambio di informazioni in merito al programma nucleare iraniano, essi hanno potuto godere della protezione statunitense ai sensi della IV Convenzione di Ginevra.
Dopo la conclusione dello Status Force Agreement, nel 2008, l’amministrazione Bush e il governo iracheno
Al-Maliki hanno concordato il ritiro delle truppe americane dal territorio iracheno entro il 31 dicembre 2011. Una delle conseguenze della partenza è stata la consegna del Campo di Ashraf alle autorità irachene.
Privati tuttavia della protezione statunitense, dal 2009 sono vittime di attacchi indiscriminati.
Il governo iracheno mira a smantellare l’insediamento, ma i suoi abitanti non possono tornare in Iran perché la loro sorte sarebbe già segnata. Per il governo iraniano sono oppositori politici; una parte della popolazione non ha dimenticato il fatto che si siano schierati con Saddam Hussein, a prescindere dai loro obiettivi.
Nel 2009 tuttavia, i Mujahedin del Popolo hanno conseguito anche un importante risultato. Grazie all’attivismo di molti politici europei, il gruppo è stato cancellato, con sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea, dalla lista dell’Unione Europea delle organizzazioni terroristiche. Ciò ha consentito una maggiore mobilità politica e fisica dei membri del gruppo di resistenza, che possono oggi portare avanti la loro causa a livello politico ed istituzionale.
Oltre alla realtà comunitaria stanziata in Iraq, infatti, i Mujahedin del popolo di Iran dispongono anche di un braccio politico, il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, sotto la guida di Maryam Rajavi. Attivo in molti paesi europei, è riuscito a trovare interlocutori di rilievo. Esso agisce servendosi di tutti i mezzi di comunicazione a disposizione, da Internet (hanno attivato un sito internet tradotto in cinque lingue), alla stampa, agli interventi attraverso rete televisiva e radiofonica fino ai forum di discussione come quello al quale abbiamo partecipato il 23 ottobre 2011, a Bracciano.
Il linguaggio è totalmente cambiato rispetto al passato e rifacendosi ai diritti umani ed ai trattati, chiedono sostegni internazionali ed individuali.
Lo scorso aprile, le forze irachene hanno compiuto incursioni con carri armati nel Campo aprendo il fuoco contro gli abitanti che tentavano di resistere. Sono rimaste uccise 34 persone ed altre 300 sono state ferite. Amnesty International ha denunciato, tra l’altro, le torture perpetrate sui prigionieri, tutt’ora in carcere in Iraq.
I rappresentanti del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana sono attualmente attivi nella ricerca di sostegni per invocare l’arresto delle violenze e per la liberazione dei detenuti, alcuni dei quali versano in condizioni di salute particolarmente difficili.
In Italia, in particolare, la questione ha trovato particolare sensibilità e 160 senatori italiani hanno firmato un appello per frenare i massacri.
Il 23 ottobre, a Bracciano, una delegazione del Consiglio Nazionale della Resistenza, ha testimoniato gli episodi dello scorso aprile.
L’incontro è stato un segnale importante. Ha dimostrato innanzitutto che le realtà locali sono il punto di partenza della sensibilizzazione e della coscienza collettiva. La delegazione ha capito che, con il sostegno delle istituzioni e dei movimenti di opinione, si può fare informazione partendo dal territorio, dai paesi, dai cittadini. Ma ha anche dato prova del fatto che sono lontani i tempi in cui “l’altro” era lontano da noi, in cui il mondo con i suoi conflitti e le sue tragedie era qualcosa di cui si parlava solo in televisione.
La relativa mobilità, la riduzione dei tempi di viaggio si sono ripercossi su un annullamento delle distanze. La lontananza non è più un alibi dietro il quale nascondersi. Il mondo ci chiama e sempre più spesso lo fa bussandoci alla porta di casa.