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Intervista a Ilario Micheli a Manziana

23/08/2010

di Barbara Conti

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Musei Vaticani

Dal 21 al 31 agosto si terrà, a Manziana, la mostra di Ilario Micheli, artista locale che abbiamo incontrato per conoscerlo meglio.
Ilario, come è nata la sua carriera artistica?
«Quella per l’arte è una passione che ho da sempre. È una cosa innata perché sennò questo mestiere non lo fai. Dopo diplomato non c’era molto lavoro, poi mi arrivò una comunicazione da Ivrea per un colloquio come perito e piano piano iniziai a fare disegni in china. Qualcuno apprezzò e mi disse di trasportarli dalla carta in ceramica».
E poi?
«Da passione ne ho fatto un lavoro quando ho scoperto gli smalti neri e rossi e ho migliorato le tecniche. Prima ne facevo una cosa mia personale poi un signore, che venne una volta a una mia mostra, mi ha detto: “Dio ti ha dato un dono e hai il dovere di esternarlo” e così ho fatto».
Ripercorriamo la sua carriera.
«Nell’’85 ho iniziato con le mostre, che sono la cosa che mi ha dato più soddisfazione. Nell’’89 ne feci un’altra, “l’Iliade e l’Odissea viste attraverso la ceramica etrusca”. Ora sono quasi trent’anni che le faccio e, dopo tre anni di assenza, ho “inventato” questa nuova esposizione ricostruendo, su segnalazione degli anziani del posto, gli oggetti etruschi ritrovati in loco. Mi ha spinto il fatto di poter riportare di questi racconti veritieri qualcosa di reale, gli oggetti appunto. Si tratta di una trilogia: una mostra partita da Canale, che proseguirà a Manziana e che si concluderà a Oriolo a settembre».
Come è andata la mostra a Canale?
«Ho venduto abbastanza bene, sono stati apprezzati circa cinquanta oggetti».
Ha fatto mai lavori su commissione?
«Ho cercato sempre di evitarli perché non volevo deludere. Quando si richiede un oggetto si ha magari una visione, un’idea diversa da come potrei realizzarlo e si potrebbe non rimanere soddisfatti del risultato che propongo in base alla mia ottica interpretativa. Perciò, quando ne ho fatti, anche vasi grandi di 50-70 cm, mostravo sempre prima un bozzetto».
Ma ha scritto anche libri.
«Sì. Nel 1980 ne ho scritto uno “Gli etruschi nel popolo di Manziana”, che sto rivedendo per farlo pubblicare. E poi un altro, “Al di là delle stelle”, che tratta la storia vera di tre ragazzi che trovano un oggetto strano e, da quel momento, uno di loro inizia ad avere visioni. Non esiste niente di scritto sulla ceramica, ogni scoperta viene dalla pratica, per questo mi piace andare anche nelle scuole: ad Oriolo sono stato due volte ad esempio. Ho fatto anche bomboniere per amici».
Progetti futuri?
«Mi sono ripromesso di fare una mostra sull’eros in Etruria e poi, a breve, terrò una conferenza sul battello sul lago di Bracciano dal titolo “I segni del cosmo nella ceramica etrusca”, seguita da una cena etrusca».
C’è un oggetto a cui è più legato?
«Si tratta di un oggetto di importazione greca dove c’è un esperimento riuscito e per questo ci tengo. Sulla figura di Dionisio c’è l’effetto di trasparenza sul velo, che si ottiene con il colore diluito poi inciso con punta di acciaio; solo pochi pittori lo facevano».