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Una maya alla scoperta del vecchio mondo

10/01/2012

di Valentina Palumbo e Massimo De Francesco

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Questo mese abbiamo intervistato Rosa Elena Morales, Guatemalteca. C’è poco da aggiungere a quello che lei stessa ci racconta di sé. Assistente sociale, rappresenta una delle tante figure silenziose che, non solo si prendono cura dei più fragili, ma spesso entrano nelle nostre famiglie a tempo pieno curando i bambini, gli anziani, i disabili. Le sue origini Maya, la sua storia, avvincente e densa, è la dimostrazione, tuttavia, di quanto poco sappiamo di loro. L’orgoglio con il quale descrive i suoi sacrifici, la dignità con la quale ha saputo posticipare ma non rinunciare ai suoi sogni più importanti sono un esempio umano di straordinaria forza. Di fronte al quale non possiamo che provare ammirazione.

Parlami un po’ della tua storia. Quando sei arrivata in Italia? Quali sono state le ragioni del tuo arrivo?
Sono nata in Guatemala nel 1958, in un paese distante circa 30 km dalla capitale. Arrivai in Italia che avevo solo 16 anni con l’intenzione di andare in vacanza e con un passaporto da studente. Partii con l’animo da adolescente: non vedevo l’ora di raccontare il mio viaggio, quella che per me era una vera e propria avventura, alle mie amiche di scuola! Non avrei mai pensato, all’epoca, di rimanerci. Furono le parole di mia zia, la stessa che aveva fatto in modo che io arrivassi in Italia, a mettermi la “pulce nell’orecchio”. Lei mi suggerì di restarci almeno sei mesi, per capire se l’Italia poteva piacermi. Era il dicembre del 1975.
La mia decisione fu senz’altro condizionata dal parere degli adulti e così rimasi. Ma mettetevi nei miei panni! Avevo sedici anni, se fosse stato per me sarei tornata subito nel mio amato paese ed era quello che speravo di fare il prima possibile. Ma il destino voleva evidentemente altro da me. Due mesi dopo, precisamente il 26 febbraio 1976, il mio paese fu completamente devastato da un terremoto. Ricevetti questa notizia dai miei genitori, per telefono, che mi intimarono di rimanere in Italia perché oramai tutto era andato distrutto e non ci sarebbe mai più stato un futuro per me in Guatemala.
Rimasi sola, in un paese che non sentivo ancora mio, giovanissima. Dovevo contare solamente su me stessa.

E poi cosa accadde?
Mi rimboccai le maniche e iniziai a cercarmi un lavoro, anche se per l’età che avevo non potevo vantare alcuna esperienza lavorativa concreta. Pensai di propormi come babysitter: quello lo sapevo fare bene, ero cresciuta badando ai miei sette fratelli più piccoli!
Passai poi all’assistenza agli anziani. Accudii per due anni una signora di età molto avanzata e non autosufficiente. Non fu facile, ero giovane per un lavoro del genere, ma nonostante questo fui molto efficiente, assistendola fino alla morte.
Il mio sogno era quello di completare gli studi che avevo momentaneamente abbandonato in Guatemala. Ma la vita non è sempre tutta rose e fiori, e dovendomi mantenere da sola, avevo assolutamente bisogno di lavorare. Cercai altri lavori presso diverse famiglie italiane come domestica, ma non crediate che fosse una cosa facile trovare persone disposte a darmi una possibilità per l’età che avevo, per l’inesperienza lavorativa, per i documenti che ancora non possedevo. Spesso quelle che trovavo mi ritenevano solo “uno strumento” di lavoro, senza manifestare alcun interesse per i miei diritti e per la mia personalità. Certo tutto per me era nuovo, solo con il tempo avrei scoperto e capito molte cose di cui ancora non ero ancora a conoscenza.
Affrontai i problemi che la vita mi pose davanti, accantonando il mio sogno di studiare.
Erano già quattro anni che lavoravo duramente quando una famiglia finalmente mi prese a cuore e decise di assumermi regolarmente; grazie a loro ottenni il tanto ambito permesso di soggiorno, con il quale avrei potuto completare i miei studi. Lo stesso anno presi il Diploma di Licenza Media.
Realizzai così la prima “tappa” del mio sogno di studio, non vedevo l’ora di poter frequentare la scuola superiore e diplomarmi.

Ci riuscisti?
Ancora una volta il Fato mise il suo zampino, e conobbi colui che in seguito diventò mio marito. Mi sposai e arrivarono i miei tre splendidi figli, e a quel punto non potevo non essere presa a tempo pieno da questa nuova meravigliosa occupazione! Accantonai di nuovo il mio sogno e mi misi a lavorare per mantenere la mia famiglia.

Che tipo di professioni hai svolto e svolgi ora? Che corsi di formazione hai fatto?
Ho svolto svariati lavori, dalla ristorazione all’assistenza agli anziani senza mai rinunciare alla mia voglia di imparare: ho contemporaneamente conseguito molti diplomi, da quello di estetista e parrucchiera a quello di pizzaiola! Ciononostante, il lavoro di mio marito, arruolato nella marina militare, ci portava a spostarci spesso per l’Italia. Non era facile in queste condizioni diventare veramente esperta in qualcosa, perché ogni volta che iniziavo un nuovo lavoro e cominciavo ad impararlo era l’ora di trasferirsi di nuovo. Cercai così di capire e d’impegnarmi in un unico settore specifico, che mi permettesse da un lato di realizzare me stessa e dall’altro di stare di più con la mia famiglia. Scelsi così l’ambito sociale, nel quale riuscii, finalmente, a conseguire il tanto desiderato diploma di scuola superiore. Ciò mi permise di lavorare con una qualifica di Operatore e di Tecnico dei Servizi Sociali e mi diede anche la base per poi specializzarmi in molti settori affini come coordinatrice di servizi, manager di cooperative e nell’ambito della sicurezza sul lavoro.
Successivamente, non sentendomi ancora completamente realizzata, decisi di ultimare il mio percorso formativo con un’ulteriore diploma in Mediatore Interculturale Territoriale, che mi ha permesso di fare un tirocinio presso il comune di Bracciano.
Attualmente lavoro in una cooperativa di Roma come assistente per i disabili.

Quali sono le ragioni della scelta di questo settore di lavoro?
E’ stata un po’ l’esperienza che ho vissuto sulla mia pelle a spingermi verso questa scelta. Quando arrivai in Italia ero giovane, ero straniera, non conoscevo né lingua né cultura locale, ero sola e fragile. So cosa significa appartenere alla categoria dei “vulnerabili” e ho cercato di indirizzare la mia vita aiutando gli altri, mettendomi al servizio di tutte quelle persone che hanno bisogno di aiuto dai giovani agli anziani, dai bambini agli adulti, sia italiani che stranieri.

Sappiamo che svolgi anche attività di volontariato…
Attualmente presso il comune di Bracciano, allo sportello immigrazione. Negli anni precedenti ho prestato servizio presso diverse Caritas, come volontaria per la distribuzione dei pasti, presso il reparto di oncologia pediatrica dell’ospedale di Villa S. Pietro, dove svolgevo attività di animazione e presso l’ospedale S. Eugenio sempre nel reparto pediatrico.

Com’è stata accettata la tua professione in Italia?
Ci sono mai stati episodi nei quali ti sei sentita trattata diversamente dal resto dei tuoi colleghi?
Penso che trovare un lavoro inerente ai propri studi sia già difficile per i cittadini italiani figuriamoci per quelli stranieri. Di persone poco sensibili o addirittura ottuse purtroppo ce ne sono molte e naturalmente anch’io ne ho trovate nel mio percorso lavorativo.
Molto spesso sono stati i miei datori di lavoro a crearmi problemi; molti hanno cercato di sminuirmi, di trattarmi come se non capissi, approfittando della mia ingenuità o del fatto che non sapessi determinate leggi quando ero più giovane. A volte, e soprattutto successivamente, ho avuto come l’impressione che fossero in fondo solo invidiosi della grinta con la quale avevo conquistato il mio sapere.

Ci sono molti stranieri che svolgono la tua stessa professione? C’è una ragione precisa per cui ciò accade?
Al giorno d’oggi, con le nuove normative vigenti in materia d’immigrazione e di integrazione, il numero di stranieri nel mio settore sta aumentando; sono professioni molto richieste e per le quali le leggi sembrano essere più flessibili in materia di riconoscimento lavorativo e dei documenti. Nella cooperativa in cui lavoro, tanto per fare un esempio, su 80 dipendenti 20 sono stranieri.

Come vedi il tuo futuro e quello della tua famiglia?
Vedo il mio futuro sicuramente più rigoglioso di prima, un futuro dove sono riuscita finalmente a realizzare gran parte dei miei sogni nel cassetto! I sogni saranno anche desideri, ma per realizzarli bisogna rimboccarsi le maniche!
Il mio primo figlio, Luis, si è arruolato, come suo padre, nella marina militare italiana, e sono molto orgogliosa di lui perché è anche la dimostrazione di come abbia conquistato non solo un buon posto di lavoro ma anche la piena appartenenza a questo paese, l’Italia. Il mio secondogenito, Nikolas, è capo cuoco presso un’azienda ristorativa di Roma, sono altrettanto orgogliosa di lui perché nonostante la sua giovane età si è saputo distinguere assumendo ruoli di responsabilità nel campo in cui ha studiato. L’ultimo dei miei figli sta attualmente ultimando gli studi e sono certa che mi renderà fiera intraprendendo la professione che vorrà.
Sono felice anche per tutte le persone che mi circondano attualmente, tra le quali Roberta e Silvia, fidanzate dei miei primi due figli, che fanno parte ormai della famiglia, che sono loro molto vicine e che vedo crescere assieme e bene.
Infine non posso non citare lui, mio marito Franco, al quale devo il coronamento del mio sogno più importante, quello di avere sposato l’uomo che amo e di aver creato questa magnifica famiglia.