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I “segreti” dell'Inno di Mameli svelati in un convegno

24/03/2011

di Francesco Menichini

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“Tutto gira intorno alla musica, è l’anello di congiunzione di tutti i popoli, di tutto il mondo. Gli inni nazionali sono l’esempio più semplice che uniscono milioni di persone sconosciute tra di loro”. Queste sono le parole dello storico Michele D’Andrea, funzionario del Quirinale, che è stato il relatore del convegno “L’Inno svelato” tenutosi ieri alle 18 nel teatro dell’Istituto tecnico Yvon de Begnac di Ladispoli. In sala insieme ai partecipanti era presente il sindaco Crescenzio Paliotta e la banda musicale La Ferrosa che ha dato inizio alla serata suonando prima “Bonder”, poi “Primi passi” e infine l’“Inno di Mameli”.
La discussione del relatore è un susseguirsi di cenni storici e di frasi celebri che ha trasportato il pubblico alla scoperta dell’importanza del nostro inno a confronto con quelli di altri paesi che spesso ci snobbano. La prima affermazione però è una piccola critica fatta a chi sostiene che sia il testo a fare l’inno e non la composizione musicale che l’accompagna.“Le parole non nascondono niente se non quello che realmente dicono, infatti già 160 anni fa era comprensibile anche al 95% della popolazione italiana analfabeta, ma è la musicalità che deve essere analizzata e compresa”, ha detto D’Andrea. “Un inno deve funzionare, non deve essere né bello né brutto”, per questo non era dato per scontato che dovesse essere composto da musicisti del calibro di Giuseppe Verdi o Arrigo Boito. Infatti le parole non sono il nocciolo ma è ciò che le accompagna che le rende uniche e indimenticabili, “se la musica funziona tutto può diventare un sontuoso canto” afferma ancora D’Andrea. Dopo una prima bozza del 1847 intitolata “Inno militare” che durerà solo un mese, nel 1848 viene composto l’inno definitivo scritto da Mameli e suonato da Michele Novaro. Quest’ultimo, sconosciuto al grande pubblico, ebbe enorme successo nei teatri come tenore e vinse la concorrenza con Verdi e Alessandro Botte (primo a comporre una lirica per l’inno).
Il fatto che sia stato scritto da italiani rende il nostro inno ancor più unico: all’estero non è per niente una cosa scontata e sembra sia una rarità. L’inno americano, per esempio, non è altro che la produzione di alcuni membri di un club londinese di fine ‘700. L’inno tedesco è un clamoroso “furto” fatto all’Impero Asburgico dopo la sua caduta nel 1918 e riadattato dalla repubblica di Weimar nel 1922 con parole di un oscuro poeta non noto. Nei 130 anni precedenti i patrioti tedeschi cantavano sulle note di “God save the Queen”, l’inno inglese. La Svizzera addirittura ha usato l’inno d’oltre manica fino al 1961. L’Olanda intona ancor oggi a fine inno le parole di quello iberico, “onore al re spagnolo”.
La nostra lirica è unica e cadenzata perfettamente con le parole ma non sempre si riesce o si vuole riprodurla al modo giusto. “La musicalità del nostro cantico deve essere fluida e senza percussioni – afferma D’Andrea – ma purtroppo ai giorni nostri tutto è accelerato e di questo ne risente anche la nostra massima rappresentazione nel mondo che si sta confinando a contorno di ogni evento”.
Ovviamente, la conferenza non poteva non concludersi con l’intonare collettivo dell’inno così come dovrebbe essere cantato, con vera e pulsante passione.