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Caccia alla fiaba (ultima parte)

21/10/2010

di Vespina Fortuna

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Ormai era quasi arrivata a destinazione, gliene mancava una sola: “la lettera A”, doveva scoprire cosa c’era sotto. Quale altra meravigliosa avventura le aveva serbato il nonno?
Il mattino seguente, di buon ora, nonna Mariuccia entrò nella stanza della nipote, inconsapevole dei suoi viaggi notturni e, preoccupata di trovarla ancora addormentata, la scosse delicatamente. – “Aida, svegliati, dormi da troppe ore ormai, mi stai facendo preoccupare”.
Con uno sforzo sovrumano Aida aprì gli occhi per tranquillizzarla: “Sto benissimo nonna, ho solo bisogno di riposare un poco, la notte scorsa non ho dormito bene ed ora non ce la faccio ad alzarmi. Che ore sono?” “Le nove e mezzo, riposa ancora un poco, ma poi dovrai alzarti, dobbiamo partire”. Che strano, la voce non sembrava quella della nonna ma di sua madre, era così stanca da non distinguerle più. Ripensò alla frase appena sentita: “dobbiamo partire”. Forse era tempo di tornare a Roma, le vacanze erano terminate. Non aveva più tempo per leggere l’ultima favola dedicatale dal nonno. Un turbinio di pensieri sconnessi le confondevano il sonno, poi si lasciò ancora andare all’abbraccio del dolce Morfeo. La nonna si riaffacciò alle dieci e mezza: “Vado a messa – disse – cerca di farti trovare sveglia per il mio ritorno, ho preparato le lasagne per pranzo”.
“Si, mi sto alzando, nonna, ora mi tiro su, quando sarai di ritorno mi troverai lavata e vestita, puoi contarci”. Aveva raccolto le ultime forze per formulare quella frase. Sentì chiudere l’uscio di casa e allora capì che quello, era l’unico momento per scoprire il quarto segreto celato in biblioteca, avrebbe riposato più tardi, non aveva importanza, non poteva lasciarsi sfuggire l’ultima possibilità di completare il libro di fiabe che il nonno le aveva dedicato. In un attimo si lavò, si vestì e a bordo della carrozzella si precipitò nella sua stanza preferita.
Eccola là la sua bella e lucente lettera “A”, la stava aspettando.
Il cuore le batteva forte e provava quella sensazione contrapposta che hai quando le cose belle stanno per finire. Da un lato sei curioso di conoscerle, dall’altro vorresti che quell’attimo non arrivasse mai, desideri restare così, appesa nel vuoto, assaporando gli ultimi istanti prima che tutto finisca.
“Ora, però, basta con gli indugi! La nonna tornerà presto!”
Si avvicinò timorosa e posò la manina sulla targa d’ottone dov’era posta l’ultima lettera del suo nome. Sentì che si muoveva, come se fosse solo appoggiata e non incollata, come le altre. Allora si avvicinò un po’ di più e provò a toccarla con entrambe le mani, sì, era lenta. Forzò, usando la punta delle dita e quella le venne dietro sfilandosi dal legno. Per un attimo ebbe timore di aver combinato un danno poi, però, si accorse che, attaccato alla placca d’ottone, c’era un filo che ad un certo punto si biforcava diventando doppio e, dalle due estremità pendevano degli auricolari. Aida li prese e li infilò negli orecchi ma non sentì alcun suono, guardò dentro al buco, che si era formato togliendo la piastra di ottone, ma non vide nessuna manopola da girare né alcun pulsante da spingere. Tirò leggermente il filo che usciva dal mobile e improvvisamente, sentì un clic. Attese in silenzio qualche secondo poi, come per incanto, la voce del nonno entrò nelle sue orecchie. Si spaventò come se avesse visto un fantasma e d’istinto si tirò via le cuffiette, lasciandole cadere. Il suo viso era rosso dalla paura e il cuore le batteva all’impazzata, forse, senza volerlo, le era scappato anche un grido. La casa era tornata nel silenzio, dopo il trambusto causato dall’inaspettata voce del nonno. L’unico suono che sentiva era quello che continuava ad uscire dall’auricolare. Tirò di nuovo il filo a sé e, con cautela, se lo riavvicinò alle orecchie, ora era preparata, sapeva cosa l’aspettava. Il nonno continuava a parlare: “…e brava Aida, finalmente sei arrivata alla tappa conclusiva di questa “caccia alla fiaba”, ero sicuro che ci saresti riuscita! Ti sei meritata l’ultima avventura. Ti parrà strano che abbia lasciato alla fine la favola che parla dell’inizio, sì, dell’inizio della storia dell’uomo sulla Terra. Ho voluto che tu l’ascoltassi solo dopo aver compreso quanto si importante la natura che ci circonda per meglio capire quanto poco, noi esseri umani, la ricompensiamo. Desidero che tu cresca con il rispetto per chi ti dà acqua, ombra, luce, ossigeno e tutto ciò che ti occorre per vivere. Desidero che ti renda conto di quanto sia sciocco e insensibile colui, che per il proprio benessere momentaneo, distrugge il futuro delle generazioni a venire. Purtroppo non ci sarò più io ad insegnarti tutto questo, giorno per giorno, ma è come se ci fossi. I tuoi genitori hanno avuto la fortuna di impararlo ed hanno i giusti strumenti per insegnarlo a te. Nel mio piccolo, ho voluto rendermi utile con questa piccola fiaba, una goccia, nel mare delle tue conoscenze, ma anche una goccia, a volte, può essere utile.
Ti porto sempre nel mio cuore, angelo mio.” – Queste ultime parole gli erano uscite mal celando una certa emozione, ci fu un attimo di silenzio nelle cuffie, il tempo per Aida di asciugarsi gli occhi, poi riprese.
“C’era una volta, in un tempo ormai lontano, un mondo completamente diverso da quello da noi conosciuto. L’essere umano ancora non aveva fatto il suo ingresso nell’habitat naturale e così, gli animali e le piante erano proprietari assoluti di tutto.
La storia curiosa che voglio raccontarti e che, forse, pochi conoscono, è che in quel tempo anche le piante, compresi alberi d’ogni grandezza, erano liberi di muoversi, come tutti gli altri esseri del creato. Sì, hai capito bene! Le piante camminavano e correvano insieme agli altri. Le radici, infatti, non erano altro che i loro piedi ed esse potevano giocare e ruzzolarsi come volevano. I vegetali si divertivano dalla mattina alla sera con gli altri animali e, come gli altri compagni di giochi, saltavano spensierati. Ti faccio un esempio, un giorno una scimmietta gridò: “Ehi, Acacia, posso salire sui tuoi rami verdi?” ”Certo” – rispose Acacia, dispettosa e burlona. Così, mentre la scimmietta spiccava il salto, essa correva via, lasciandola ricadere a terra beffata. Scimmietta allora rincorse l’albero e, insieme, si ruzzolarono fra l’erba verde e morbida, che pure partecipava al gioco, solleticando i due e facendoli ridere a crepapelle.
Era uno spasso vedere i fiorellini, tutti colorati, mischiarsi rincorrendosi oppure guardare la mole possente di una quercia correre con caprioli, coniglietti e canguri saltellanti. Il gioco che i fiori preferivano era quello di muoversi in gruppi di colori diversi e formare delle immagini sul prato, come dei pennelli su un’enorme tela. “In fretta, in fretta!” – gridavano l’un l’altro – “prima che quel dispettoso del vento arrivi e ci scombini il disegno!” Le nuvole, nel cielo, scoprivano e ricoprivano il sole, a loro piacimento, conferendo al quadro di fiorellini una luce più intensa o più cupa, divertendosi ad osservare dall’alto il frutto del loro operato. Anche per loro l’amico più dispettoso e beffardo era il vento, le soffiava via, facendole girare in capriole vorticose, su nel cielo azzurro. “Dai, vento, facci giocare!” – gridavano fiorellini e nubi a lui, che rispondeva canzonatorio: “quale gioco più divertante di questo, buttare tutto in aria e obbligarvi a ricominciare d’accapo!”
Tutto ciò durò per molto e molto tempo, durante il quale, piante e animali, si spostavano insieme alle stagioni. Prima dell’arrivo del freddo, infatti, cominciavano ad incamminarsi verso posti più caldi, così le fronde dei rami erano sempre verdi, i fiori non appassivano mai, i fili d’erba non ingiallivano, il grano era sempre d’oro e la frutta, tutto l’anno, matura e succosa.
Tu lo sai, anche le cose belle hanno un termine e, persino questo momento di gioia finì ma lo fece in un modo così triste che mi dispiace persino raccontartelo. Sarebbe bello se tutte le storie avessero un lieto fine ma, se avrai la perseveranza di ascoltare sino all’ultima parola, ti prometto che sarai ricompensata. Sì, perché è vero che nella realtà tutto è differente ma, nelle favole, ci è concesso di sognare che le cose siano un po’ diverse.
Un giorno, dunque, comparve l’uomo. Devo ammettere che, in verità, all’inizio era pure un po’ bruttino, così basso e tarchiato. Bello o brutto, comunque, fece la sua entrata sulla scena del mondo naturale. All’inizio era imbarazzato, impacciato e timido, poi, poco a poco, prese confidenza con gli altri abitanti della Terra. Tutti lo misero subito a proprio agio invitandolo a giocare e divertirsi insieme a loro. A volte gli animaletti più agili gli afferravano la mano e con lui spiccavano salti in groppa ai rettili, facendo a gara per chi resisteva più a lungo in piedi, sul loro dorso senza cadere nell’acqua. ”Più forte, più forte” – gridava il castoro da dietro i suoi dentoni, spingendo il coccodrillo giù per le rapide e allora, con la forza della cascata tutti cadevano. Il coccodrillo si ruzzolava ridendo e guardava divertito i suoi “surfisti” bagnati e storditi. Faceva bene al cuore vedere tanta felicità e gioia. Tutti, animali e piante, si prestarono a far conoscere all’uomo nuove cose: gli scimpanzé gli insegnarono a salire sugli alberi, le pecore a mangiare la verdura, le gazzelle a fare grandi salti mentre mille fiorellini gli saltavano in testa adornandogli i capelli e rendendolo quasi bellino. Che giorni di gioia e allegria e che stanchezza la sera! Il sonno arrivava all’improvviso e al mattino, alle prime luci dell’alba, gli uccellini già cinguettavano, ansiosi di ricominciare giochi e divertimenti. L’uomo, felice e spensierato, gioiva di tanta fortuna rimpiangendo di essere arrivato così in ritardo sugli altri.
Finita la bella stagione, Flora e Fauna si preparavano a partire ancora una volta verso terre più accoglienti e calde ma lui non volle seguirle. Volle restare lì e nessuno ne conobbe mai il motivo. L’ipotesi più accreditata è che fu preso dalla pigrizia di mettersi in viaggio, ma, i più maligni pensano che l’uomo avesse già in mente un piano diabolico. Nessuno può dirlo. Ad ogni modo, non volle dare ascolto alle mille preghiere dei compagni che lo esortavano a seguirli: “Tra poco arriverà il freddo! Vieni con noi, ci divertiremo, faremo passeggiate giornaliere, non sarà stancante. Ti faremo vedere il mare, una gigantesca distesa d’acqua salata, talmente grande da non poterla immaginare. Conoscerai gli amici delfini e pesci di tutti i colori ti verranno incontro, ci faremo dei bagni fantastici nuotando e schizzandoci l’un l’altro, ti asciugherai sulla sabbia tiepida ai caldi raggi del sole!”. Ma lui non sembrava interessato a niente, la sua testa si era incaponita a dire no e no e ancora no. Diceva di aver bisogno di concretizzare la sua vita e che i giochi cominciavano a stancarlo. Sentiva il bisogno di starsene un po’ tranquillo e li invitava ad andare, fissando con loro un appuntamento per la prossima primavera. “Vi aspetterò qui – diceva – andate pure senza di me”. Restarono con lui degli abeti anziani, a fargli compagnia, e dei bucaneve, fiorellini forti che non temono le temperature invernali, si sacrificarono per farlo dormire sulle loro corolle morbide e profumate.
Dopo qualche giorno di solitudine l’uomo cominciò ad annoiarsi e a sentire un po’ freddo. Iniziò a cercare un modo per scaldarsi. Tenta e ritenta si ricordò che, strofinando due pietre, uscivano delle scintille, era un gioco che aveva fatto con Ciliegio e che esso, vicino a queste scintille, diventava rosso ed emanava calore. Era un divertimento un po’ pericoloso, tutti gli altri alberi si rifiutavano di provare e addirittura gli intimarono di non farlo più, li impauriva tanta imprudenza.
Era stato solo un gioco, allora, ma adesso gli tornava utile. Staccò un ramo dal vecchio albero e lo bruciò, scaldandosi per qualche minuto. “Ahi! – aveva gridato l’anziano amico – mi fai male, perché mi stacchi i rami?” Lui non rispose, forse si vergognava. Stava torturando colui che era rimasto per non abbandonarlo alla fredda solitudine invernale. Il giorno seguente iniziarono le piogge e l’uomo si riparò sotto il suo tronco ma si bagnò comunque. Pensò di praticare un foro nella corteccia e di infilarsi nella cavità creata, l’amico lo accolse protettivo anche se, ormai vecchio, tutti quei tagli non li sopportava tanto bene. Qualche tempo dopo, iniziò a nevicare.”
Il nonno aveva fatto una pausa, il suo racconto si era interrotto, Aida aveva l’impressione di sentire il suo respiro, non si era inceppato il registratore, era il nonno che si era inceppato! “Avanti, pensò la bimba, non ti fermerai sul più bello!” Approfittò di quella pausa per provare a muovere le gambe ma niente, in questa fiaba non funzionava quella magia. Erano calde e pesanti, come se un termosifone bollente ci fosse poggiato sopra. Si sentirono dei lunghi sorsi dall’altro capo del filo e dopo poco la storia riprese: “Lì, dentro al tronco però, l’uomo moriva di freddo, non avrebbe resistito a lungo e, durante una notte di gelo, ebbe un’idea. Cercò delle pietre aguzze e cominciò a strofinarle tra loro fino a renderle sottili come una lama, poi, con queste accette, prese a colpire le sue amiche piante. Con il legno dei fusti ci si costruì una piccola capanna e con quello dei rami, il tetto. Aveva ucciso qualche suo amico ma adesso, finalmente, poteva ripararsi in modo decente! I bucaneve l’avevano implorato di non farlo, le grida strazianti delle piante facevano arricciare loro i petali, per il dolore, ma non ci fu preghiera che lo convinse, aveva freddo e se voleva sopravvivere doveva uccidere gli amici Alberi”.
Aida aveva quasi freddo per il dolore che le procurava quel racconto, le sembrava di udire i loro lamenti disperati. Gli occhi gonfi sembravano in attesa di qualche parola di conforto, ma non poteva parlare con un registratore. Non era come tutte le altre volte, doveva ascoltare in silenzio, in attesa di un esito un po’ più confortante.
“Tornò la primavera, e, insieme a lei, anche Fauna e Flora, eccitate all’idea di rivedere i vecchi compagni lasciati in autunno. Durante il viaggio di ritorno si erano proposti di raccontare loro gli episodi più divertenti delle vacanze che si erano persi, convincendo il loro amico a seguirli, l’anno successivo. Al loro arrivo, però, videro i corpi dei vecchi abeti fatti a pezzi e bruciati. Rimasero sgomenti: gli animali emisero ululati disperati e assordanti barriti si levarono in cielo. Tutte le piante, dalle più alte sequoie ai più piccoli fiorellini rimasero atterriti e paralizzati dal dolore. Conficcarono i loro piedi nel terreno senza più muoverli e restarono così, per sempre. Immobili e ammutoliti, rigidi e statici, i piedi diventarono radici profonde e inamovibili. Per loro erano finite le corse, i giochi, i salti e le capriole. Non ci sarebbero state più le trasmigrazioni, si sarebbero lasciati morire d’inverno per rinascere in primavera. Al ritorno dei loro amici animali dalle vacanze, avrebbero pianto resina e rugiada per comunicare con loro e dargli il ben tornato, ma nulla di più. Non servirono tutte le parole di conforto che mamma leonessa volle sprecare per loro, né furono efficaci le battute scherzose del babbuino per farli ridere. Nemmeno i saggi consigli del vecchio gufo a farli riflettere, o il cinguettio allegro dei cardellini a dissuaderli.
Erano troppo dispiaciuti per i loro amici, massacrati e fatti a pezzi, avevano troppa paura dell’uomo per muoversi e giocare ancora con lui, erano troppo indignati per ciò che aveva commesso. Tutti assieme, gli animali della Terra, li incoraggiarono con mille e mille parole: “Ricordate che bei giochi facevamo assieme? Fili d’erba! Almeno voi, staccatevi dal terreno!” Non risposero. Passò il vento leggero a smuovere le loro corolle e sembrarono dire no! Tutti insieme e per l’eternità. La loro immobilità fu irrevocabile e ferma.
Ora, però, ti svelerò un segreto.
Dopo qualche giorno di tristezza e desolazione, tutti gli animali si riunirono, parlarono dell’uomo, che nel frattempo avevano abbandonato al suo destino: “Nessuno ha il diritto di uccidere” – gridò il leprotto.
“Già, e non mi fiderò mai più dell’uomo, un essere che si approfitta di un povero vecchio che non sa difendersi” – replicò l’elefante muovendo nervosamente le grandi orecchie avanti e indietro. “Non giocherò mai più con lui – squittì il topolino – ho paura e, quando lo vedrò arrivare, mi nasconderò”. “Anche io mi nasconderò” – gridò la volpe tutta rossa. Ogni animale inveiva contro l’uomo e, col passare del tempo, anche la rabbia aumentava e cominciarono a coniarsi parole nuove, mai sentite prima. Parole sconosciute, incitanti alla violenza e alla vendetta, finché:
“Basta – tuonò l’orso – è giusto che l’uomo, artefice di questo scempio sia punito e lo sarà!” I fiumi inonderanno la sua casa ed il cielo libererà dei gas velenosi e il sole lo arrostirà e altro e altro ancora. Noi, però, abbiamo il dovere di infondere un po’ di gioia ai nostri amici, solo su questo dobbiamo concentrarci, su come poter essere loro d’aiuto. Non voglio sentir più parlare di ritorsioni o vendette! Voglio restare ciò che sono e non desidero diventare vendicativo né che lo diventino i miei compagni di gioco. Fermiamoci un attimo a riflettere, farà bene a tutti!”
Si diresse verso uno degli alberi più possenti ed iniziò a strofinarsi la schiena, un tempo era la pianta che lo grattava, ora lui doveva muoversi per ottenere lo stesso effetto. Gratta che ti rigratta e pensa che ti ripensa alla fine, con un ululato, radunò i compagni: “Ho meditato a lungo senza riuscire a trovare una soluzione, credo sia il caso di chiedere consiglio al nostro amico gufo”. -“Sìììì” gridarono tutti in coro e, sempre in coro, cominciarono ad urlare: “Gufo, gufo, gufo!”
“Sono qui, sono qui – disse con calma – purtroppo sono troppo scosso e non riesco a pensare, l’unica cosa che mi viene in mente è di rivolgerci alla Fatina dei Boschi, lei sicuramente potrà aiutarci”.
–“Sììì”, – fecero, di nuovo, tutti in coro. Dal più grande animale al più piccolo insetto, cominciarono a correre verso la dimora della Fata e, col fiatone, arrivarono sudati e stanchi. I più veloci presero sulle spalle i più lenti e la tartaruga e la lumaca, che mai avevano corso tanto, ebbero dei giramenti di testa per la velocità che presero sulle groppe del ghepardo e dello struzzo. In men che non si dica, giunsero tutti trafelati. Si aspettarono l’uno con l’altro e quando furono certi che anche il bradipo fosse giunto, bussarono alla casetta incantata.
”Chi è? – chiese una dolce vocina – avanti, entra, chiunque tu sia!”
”Siamo un po’ troppi, Fatina, esci tu, dobbiamo parlarti”.
Il gufo, al quale era stato conferito l’incarico di portavoce, raccontò la triste storia alla loro benefattrice, la quale pianse lacrime di cristallo che si andarono a posare sul suo abito, rendendolo ancora più lucente.
“Tutto ciò è terribile – esclamò con il nodo alla gola. Stette due minuti in silenzio pensierosa, tutt’intorno nessuno fece alcun rumore, sembravano trattenere persino il respiro, per non distrarla dai suoi pensieri.
Alla fine ci fu la sentenza. Con la sua bacchetta magica fece un cerchio nell’aria e pronunciò queste parole: “tutte le piante di questo mondo dovranno giocare, muoversi, saltare e rincorrersi rispettando quest’orario: dal tramonto all’alba. In questo modo non verranno in contatto con l’uomo, la luna sarà la loro compagna di giochi mentre il sole dovrà accontentarsi di scaldarle di giorno. Tutti gli animali notturni potranno unirsi a loro, ovviamente potranno farlo anche tutti gli altri, se disposti a fare le ore piccole”. Sorrise e sparì lasciando una scia azzurra nell’aria.
Molte ore dopo scoprirono dove la Fatina si era diretta. Era andata a preparare dei cartelli da mettere fuori dei cancelli dei parchi e su ognuno di questi aveva inciso a lettere gigantesche: ”Dal tramonto all’alba: vietato agli uomini, solo animali e piante”.
Poi un clic, la fiaba era terminata. Ora capiva il perché di quei cartelli fuori dei parchi giochi! Ma non può finire così – pensò Aida – cosa ne fu dell’uomo? A chi poteva rivolgere le mille domande che aveva nella testa?
Il caldo era insopportabile, le lenzuola le si appiccicavano sulla pelle e le gambe erano roventi, non riusciva a muoverle. Inconsciamente cercò di rientrare in una delle sue favole dove camminare era così semplice e leggero, ma per quanti sforzi facesse non ci riuscì.
Le sembrava di sentire delle voci in lontananza, quelle della mamma e del babbo forse. No, non può essere, lei era dalla nonna. Eppure sembravano proprio loro che discutevano per l’ennesima volta con suo fratello: “deve averne combinata un’altra” – disse, sentendosi le labbra appiccicate, la lingua pesante e il suono della voce lontano. Dei passi rapidi e nervosi si avvicinarono, sentì la porta aprirsi e la voce dolce della mamma: -“Aida, basta dormire, è quasi ora di cena, e tu Bracco, scendi, quante volte devo ripeterti che non devi salire sui letti! Dai, Aida, tirati su, stanno arrivando i nonni, poi si partirà tutti assieme per Petracandida, facciamoci trovare pronti!” Aida sentì il peso sulle sue gambe sparire e il calore improvvisamente diminuire, le mosse senza problemi. Aprì un occhio solo, poi l’altro ma tenendolo un po’ strizzato come quando in un film ti capita una scena che hai paura di vedere.
La sua stanza, a casa sua! Sentì il cuore rattristarsi, aveva sognato tutto! Per un attimo si sentì persa, come se stesse volando via dalla sua vita o come se stesse tornandoci dopo un coma di mesi. Dalle labbra, involontariamente, uscì un grido disperato: “Mamma!”
La mamma si avvicinò e la vide madida di sudore, bianca e tremante, le si sedette accanto e la tenne stretta fra le sue braccia, carezzandole i capelli bagnati dall’angoscia. “E’ stato solo un brutto sogno, amore, solo un brutto sogno”. “No, è stato bellissimo – rispose Aida con la voce strozzata e piangendo si strinse alla mamma – è stato il sogno più bello della mia vita e non lo dimenticherò mai. Restarono ancora un po’ così accoccolate, quando sentì che si era tranquillizzata, la mamma la esortò ad alzarsi e prepararsi. Uscì, lasciandola sola con il suo risveglio. A poco a poco risistemò tutte le idee e i ricordi, le sembrava un puzzle, la sua testa, ad uno ad uno tutti i tasselli presero la giusta collocazione: lei camminava benissimo, il nonno era vivo e vegeto e tra poco sarebbe arrivato con la nonna. Tutti i luoghi che aveva sognato non esistevano. E Kaleb? E il Sole? E Stellina? E gli amici elefanti? E la caccia al tesoro che il nonno le aveva dedicato? Tutto un sogno! Eppure sentiva che qualcosa in lei era cambiato e che d’ora in avanti avrebbe visto la vita in modo diverso. D’ora in poi sarebbe riuscita a vederla come chi si sta seduta su una nuvola, così come le ha insegnato il nonno: senza dare troppo valore al tempo e riuscendo a comprendere il senso della realtà, attraverso la fantasia.



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