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Caccia alla fiaba (terza parte)

21/10/2010

di Vespina Fortuna

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La notte passò insonne, eccitata per la storia vissuta e al pensiero di quelle che avrebbe potuto ancora vivere. Solo al mattino riuscì a riposare un poco e quando si svegliò, trovò sul suo comodino la colazione: succo d’arancia e fette biscottate con burro e marmellata di ciliegie, la sua preferita. Un bigliettino scritto dalla nonna le annunciava che si era recata al mercato a fare la spesa, si sarebbe trattenuta un po’ dalla sua amica Laurina. Le raccomandava di mangiare tutta la colazione perché avrebbero pranzato tardi. Lesse distrattamente il messaggio, ancora intorpidita dal sonno, iniziò a mangiare svogliatamente, aveva soprattutto sete, tanta sete, come se il contatto col sole l’avesse prosciugata. Bevve d’un fiato il succo di frutta e si riappisolò, stremata dall’eccitazione che le aveva fatto trascorrere la notte in bianco. Dopo una mezz’ora si riebbe, rilesse il biglietto della nonna e collegò in un attimo la sua assenza con la possibilità di una nuova avventura. Salì sulla carrozzella e si lavò in fretta, portò in cucina il vassoio della colazione e schizzò in biblioteca a tutta velocità, le ruote giravano tanto velocemente per il corridoio, da non poter distinguere un raggio dall’altro. “Eccoci di nuovo nella stanza delle meraviglie”, pensò. Con aria circospetta si avvicinò alla lettera I, la sfiorò ma non accadde niente, allora sfregò più forte, niente ancora. “Vuoi vedere che ieri è stato un puro caso a far aprire quella porticina?” Mentre sentì se stessa pensare ad alta voce, ecco che, improvvisamente, uno scivolo mai visto prima la condusse in uno stretto corridoio. Una porta senza serratura le apparve davanti, provò a bussare con cautela e questa si aprì.
Un’aria calda la invade, in terra non c’è pavimento ma sabbia morbida e soffice come cipria sottile e compatta. Le ruote della sedia non ce la fanno a girare e così Aida prova ad alzarsi e… ci riesce! Le sue gambe sono ancora tanto calde e pesanti ma possono muoversi. Un motivo in più per amare le fiabe del nonno: qui può camminare anche lei. Dove si trova, ora? C’è un gran palmeto in mezzo al quale sorge una pozza d’acqua. Intorno, solo morbida sabbia e nient’altro. Un uomo, scuro in volto e coperto dalla testa ai piedi, cammina stanco tirandosi dietro un cammello. “Un cammello! Non ne avevo mai visti così da vicino, quasi da toccarlo.” Un altro signore gli si avvicina e parlano tra loro, accendendosi una sigaretta, la loro lingua è incomprensibile. “Ma dove mi trovo, sembra… un‘oasi, sembra… – si gira e vede una distesa interminabile di sabbia rosa, immensa come il mare, dune di sabbia e sabbia e nient’altro – sembra… il deserto! Sono in un’oasi, nel deserto!”.
“Aida?” – sente chiamarsi.
Si gira e vede un ragazzino mal vestito e anche un po’ trasandato nell’aspetto: “Sei Aida?”
“Si, e tu chi sei?”
“Kaleb, sai? Vieni a farti il bagno nella pozza, è divertente e io devo lavarmi, mi sono alzato da poco, sai?”
Come per scusarsi del suo aspetto trasandato dice: “qui nel deserto, nel pomeriggio soffia un vento terribile che ti riempie di sabbia dappertutto sai? La sera, poi, quando il vento si placa scende la temperatura che è piacevole ma non dà modo di potersi lavare ed asciugarsi, sai? Solo i grandi alberghi hanno l’elettricità, noi che viviamo nelle case dobbiamo aspettare che ci scaldi il sole del mattino, sai?”
Con naturalezza entra nella pozza e aiuta la sua nuova compagna a fare altrettanto. “Che bello!” – pensa Aida. L’acqua è tiepida e piacevole, da una roccia scende un po’ più violentemente, formando una cascatella. Kaleb si stropiccia il viso e poi esce lasciando la nuova amica sola e senza la possibilità di venire fuori: l’acqua si trova in una specie di catino argilloso e scivoloso, solo l’agilità di Kaleb può farcela. Si guarda intorno con aria un po’ spaesata, i suoi vestiti sono rimasti sull’orlo della pozza, le mutandine e la canottiera sono gli unici indumenti che la coprono e ora sono tutti bagnati. Si sente in imbarazzo ma fa finta di essere padrona della situazione, anche se non sa quanto potrà resistere, senza mostrarsi in difficoltà. Ecco finalmente Kaleb! Irriconoscibile, cambiato, pettinato e pronto ad aiutarla ad uscire. Le prende una mano e con una forza inaspettata la tira su in un attimo e senza strappi. Le ha portato anche un cambio asciutto, l’aiuta a coprirsi con un asciugamano pulito e aspetta che si rivesta.
“Come fai a conoscere il mio nome?” – chiede Aida, curiosa.
“Dovresti saperlo, sono qui per raccontarti una delle fiabe del nonno Francesco. Ti stavo aspettando”.
“Ah si? E da quanto?” – Chiede la ragazzina con fare indagatore, di chi non si fa prendere, certo, per il naso, da nessuno.
“Fai domande trabocchetto?, – risponde un po’ piccato il fanciullo – nelle fiabe non esiste il tempo e tu lo sai come me, ti aspettavo e basta, sai?”
“Che figuraccia! – pensa Aida – Perché non fidarsi di un bambino così gentile e premuroso come Kaleb? Quando si era trovata al cospetto del Sole, non le era venuto il benché minimo sospetto, non aveva pensato che qualcuno volesse ingannarla. Furono, forse, quelle nubi bianche e profumate di fresco che le ricordavano le sue lenzuola a darle fiducia? Fu quella luce abbagliante? Fu il primo viaggio nell’ignoto che, cogliendola di sorpresa, non le dette il tempo di pensare? No, lo sa il motivo. Se una persona è diversa da noi, ne abbiamo paura. Ha un odore diverso, un colore differente ed un differente modo di fare, sia pur esso più gentile e nobile del nostro, automaticamente ci scatta il sospetto. Forse il nonno mi ha condotto qui per insegnarmi a comportarmi bene con chiunque mi trovi di fronte, senza pregiudizi. Me lo ricordo, mi diceva spesso che il pregiudizio e l’arroganza sono i difetti degli ignoranti e che l’ignoranza è la cosa più triste che possa capitare ad un uomo. Non dipende da quanto tempo si è passato sui libri, diceva, piuttosto da quanto si riesca a far tesoro delle proprie e delle altrui esperienze. Mi portava ad esempio i suoi genitori, essi pur non avendo avuto la possibilità di studiare, erano riusciti ad insegnargli l’amore per la cultura ed il disprezzo per la gretta ignoranza.
Tutti questi pensieri le turbinano nella testa facendola sentire sciocca e all’improvviso si sente avvampare per la vergogna. Rialzando gli occhi, vede in Kaleb se stessa, la sua stessa luce negli occhi, il suo stesso sorriso e l’identico suo modo di pulirsi il naso sporco di moccio. Il nonno ancora una volta aveva avuto ragione: “L’esteriorità è solo un involucro e i suoi colori, i suoi odori e i suoi modi hanno solo dovuto obbedire ai voleri del fato”. Casualmente un bimbo è nato in un posto piuttosto che in un altro. La cicogna forse, ha scaricato Kaleb lì perché si era stancata di volare, o aveva bisogno di bagnarsi in questa pozza, o aveva perso l’indirizzo, o chissà per quale altro motivo.
“Scusa, Kaleb, sono una piccola sciocca”.
Sorridendo, lui le appoggia un braccio sulla spalla, stringendola col palmo della mano e la bambina, mortificata, capisce di non essere stata la prima ad aver dubitato di lui. Sembra abituato ad un simile trattamento e non se la prende neanche più di tanto, “povero Kaleb” pensa la bimba. Per rompere quel momento d’imbarazzo che si sentiva di aver creato, cambia rapidamente argomento ed esorta il suo nuovo amico: “La storia Kaleb, raccontami la storia, ti prego!”
Il ragazzino si siede su un sasso e la invita ad accomodarsi sulla sabbia morbida, Aida prova una sensazione simile a quella del giorno precedente. La sabbia del deserto è soffice come la nuvola e, anche qui non può fare a meno di giocarci con la manina. “Sai, non è una semplice storia – dice Kaleb – nonno Francesco ha voluto renderla in versi perché era convinto che saresti entrata meglio nella situazione. Sai, qui siamo in Africa, in Egitto esattamente, è la mia terra e per me è il migliore posto al mondo, siamo molto diversi da voi europei. Abbiamo un diverso modo di pensare, un Dio diverso, diverso cibo, diverse bevande, diversi vestiti, gusti differenti e non è facile entrare nel nostro meccanismo, con un semplice salto di realtà”.
“La nonna mi ha già parlato dell’Egitto, una volta, mi ha detto che voi eravate uno dei popoli più colti e potenti del mondo conosciuto ma che, i faraoni non hanno mai voluto divulgare il loro sapere, condividendolo col popolo. Una volta finita la loro dinastia, tutti i segreti e le conoscenze si sono chiusi con loro nelle tombe, per sempre. Per questo ora siete considerati uno dei Paesi Poveri, per non aver ricevuto gli strumenti necessari a crescere”.
“Per questo e per molti altri motivi. Già, ma tutto ciò ormai è passato. Oggi molti di noi studiano e sono istruiti come il resto del mondo. Purtroppo non abbiamo molto lavoro e siamo costretti a spostarci per tirare avanti, ma ormai per noi è diventato normale e non ci pesa più di tanto, sai?”. Tirò un sospiro come per scacciare quei pensieri tristi e passare ad altro: “La storia in versi che ti racconterò è ambientata qui, in Egitto ma io sento tutto il sapore europeo di chi l’ha composta. Ed è giusto che sia così. Sono molto orgoglioso che nonno Francesco abbia voluto parlare dei nostri luoghi. Soprattutto sono contento che ci sia la testimonianza di un uomo che, una volta visitato il mio villaggio, se ne sia innamorato a tal punto da scriverci una fiaba e per di più in versi”.
“La fiaba, Kaleb, muoio dalla voglia di conoscerla!” – insiste Aida impaziente.
“Sai, questa è una delle differenze che ci contraddistingue: il tempo. Noi non siamo mai così smaniosi e ansiosi. Quando sarà il momento, la cosa avverrà, se è giusto che avvenga. Per questo anche la fiaba è più europea che egiziana, il nostro protagonista è un cammello molto europeo, sai?”.
All’ennesimo sai? Aida non ce la fa più, le viene da sorridere e per non mortificare il nuovo amico risponde ridendo: “Kaleb! Rispetta la mia ansia italiana, ti prego!”
Lui le mostra i dentini candidi contraccambiando il suo sorriso e, mettendosi una mano sul cuore, come per rispetto al nonno inizia:

C’era una volta un giovane cammello
costretto a lavorare nel deserto
tirato per il naso da un anello
e da una sella rigida coperto.
Fra le sue gobbe salivano i turisti:
francesi, inglesi e pure americani
sempre diversi, uomini mai visti
che amavano toccarlo con le mani.
Avanti e indietro sulla calda sabbia
col peso addosso di chi non vuoi sia sopra
saliva a dismisura la sua rabbia
seppure, ad ogni ora, sempre all’opra.
Un giorno, che era proprio tanto stanco
gridò ai cammelli, tutti suoi compagni:
non siete stufi di fare sempre branco?
E il più anziano rispose: che ti lagni?
Abbiamo da mangiare tutti i giorni,
possiamo bere quando abbiamo sete,
quando arriva la notte se vuoi, dormi.
Qual’altro desiderio, voi, c’avete?
La libertà, rispose il cammellino,
di non andare sempre avanti e indietro
di togliermi dal naso l’anellino
di non sentir la frusta sul di dietro.
Un gran silenzio di disapprovazione
cadde, d’un tratto, nell’oscura notte
ma lui sapeva di aver proprio ragione
e le amicizie con gli altri furon rotte.
Sentì d’essere solo, all’improvviso,
doveva prendere una decisione.
Con la bocca fece un gran sorriso
avrebbe abbandonato la prigione.
Pensò di liberarsi dalle corde
usando i denti sani e assai potenti
ma neanche il più forzuto non si morde
se ti stringon la bocca, pure i denti!
Doveva fare un atto di coraggio
strappare l’anellino con la forza
alle sue carni doveva fare oltraggio,
l’unico modo di toglier quella morsa.
Chiuse gli occhi, si concentrò sicuro
attese che salisse il suo coraggio
diede uno strappo e vide intorno scuro
colò giù il sangue come pioggia a maggio.
Ci fu un momento che non capì più niente
non poteva neanche lamentarsi
sembrava tutta vuota la sua mente
silenzio, alcuno non dovea svegliarsi.
Due grosse gocce giù dai neri occhioni
lavarono il suo sangue ormai rappreso
aveva ricevuto due bei doni:
la libertà e niente anello appeso!
Si mosse piano, senza far rumore
allontanandosi senza mai girarsi
entrando nel deserto con il cuore
di chi non sa più dove andrà a trovarsi.

Di notte fu sì facile il cammino
sabbia morbida, fresca e niente sole
e i primi giorni felice, da bambino
andava con la gioia di chi vuole.
Ma a poco, a poco arrivò la sua stanchezza
sentì la bocca arsa dalla sete
comprese del deserto la grandezza
e tutt’intorno non vedeva mete.
Sentì le proprie forze abbandonarlo
e sempre continuava col suo passo
fermarsi, non poteva farlo
ma il corpo ora lo sentiva lasso.
A un certo punto si sentì leggero
pensò d’essere morto e in paradiso
di sé comunque andava ancora fiero
stramazzò in terra col sorriso.
Non era un sogno, era proprio l’Eden
di quelli che si trovan nel deserto
son veri e da vivi li si vede:
oasi, come atolli in mare aperto.
Praticamente era arrivato morto
se non fosse passata lì una rana
che vide a terra un essere ritorto
secco e sbucciato, come una banana.
Per prima cosa, l’acqua, a prender corse
se ne riempì la bocca e il ventre a più non posso
ma ritornando piena, ora s’accorse
la bocca di lui chiusa col morso.
Pensa e ripensa, alla fine vide un taglio
fra le due gobbe e vi entrò di corsa,
sputò lì dentro acqua e, non per sbaglio,
per i cammelli le gobbe son la borsa.
E’ come se abbian la borraccia dietro
pian piano l’acqua e il corpo se l’assorbe
e il corpo suo, che prima era di vetro,
da buccia di banana sembrò sorbe.
Avanti e indietro la rana lo riempiva
senza stancarsi mai, come una mamma,
senza fare mai sosta, l’accudiva
sentendo la tragedia di quel dramma.
A poco, a poco, il nostro si riebbe
la rana se ne avvide e fu felice
le gobbe di due, una si crebbe
e venne al mondo il dromedario, dice.
La leggenda racconta questa storia:
messa tropp’acqua dentro alle due gobbe
il dromedario fu, che a lor memoria,
prima di allora, mai non si conobbe.
Narra la gente che li vide andare
una notte insieme nel deserto
e un incantesimo li fece tramutare
in due ragazzi dall’aspetto incerto:
lui bellissimo ma con un che di strano
con lunghe ciglia e labbra di cammello
con i capelli gialli come il grano
e al naso un taglio, forse di un anello;
lei piccolina, rotondetta e bella
con guance gonfie quasi come rana
se resta indietro non corre ma saltella
se le sorridi, i grandi occhioni sgrana.
Dicono che ora stanno in un castello
meraviglioso, tutto fatto d’oro
senza né chiave, senza chiavistello
libera entrata a tutti, a detta loro.
Si sa, la gente racconta, parla e dice
forse non stanno davvero in un castello
e a ben pensarci sarei più felice
se lei fosse ancor rana e lui cammello”.

Kaleb guarda la bambina ed entrambi si scoprono con gli occhi umidi di commozione. Le ultime parole erano state pronunciate con voce di tremante turbamento. Il ragazzo conosce a memoria quella fiaba ma, questa volta, sa di recitarla alla persona giusta. Sta finalmente realizzando il desiderio del suo vecchio amico Francesco. E’ come se avesse parlato per sua bocca, si sente fiero e felice di aver mantenuto fede ad un’antica promessa: l’aveva recitata con il cuore.
Le manine che per tutto il tempo erano state strette fra loro, ora sono stanche e intorpidite, entrambi le lasciano cadere, infine Aida, in uno slancio, abbraccia Kaleb e si lascia andare ad un pianto sommesso.
“Grazie, amico mio, tramite te ho conosciuto un altro pezzettino dell’animo di mio nonno, era un vecchio-bambino pieno di entusiasmo e amore”.
“Grazie a te, per aver ascoltato ogni parola senza mai interrompere, lasciandomi la possibilità di non dimenticare neanche una strofa”.
Ancora frastornata, Aida si alza dalla morbida sabbia che l’accoglie e fa qualche passo, come per imprimere nella sua memoria ciò che ha sentito. Poi torna indietro e si guarda le gambe, è in piedi e sta camminando, anche se la sabbia è morbida e calda e le sue gambe sono sempre pesanti come massi. Si porta una manina sulla fronte per coprire gli occhi dal sole accecante e guardando l’orizzonte chiede se l’Africa è tutta così, un mare di sabbia e basta.
“No – risponde Kaleb – il deserto non è l’Africa e l’Egitto non è il deserto. E’ un grande Stato in un enorme continente, ma tu, non guardi mai l’atlante?”
“Credo di sì, ma quando entro nelle fiabe del nonno è come se tornassi piccola come quando lui mi ha lasciato e non riesco a ricordare molto, è come se stessi vivendo in un sogno di tanti anni fa”.
“Io so che nonno Francesco avrebbe voluto lasciarti le sue esperienze e so che non si fermò solo in Egitto in questo viaggio. Forse potrai conoscere un altro pezzo d’Africa attraverso le sue storie ma sono solo l’ambasciatore di una sua fiaba e non so altro”.
Come in un sogno, l’immagine di Kaleb diventa eterea e trasparente, lo vede fare un saluto con la mano e, improvvisamente, si ritrova in Italia, nella casa della nonna, in biblioteca, sulla sua sediamobil.
L’anziana donna era già in casa, e Aida la sentiva parlare con qualcuno, sentiva il vociare e il rumore di stoviglie di chi rassetta o forse prepara il pranzo.
- “Oddio, che ora sarà? il Sole e Kaleb mi avevano assicurato che nei miei viaggi il tempo si ferma, ma non è così, allora. Mi avrà già cercato dappertutto, adesso cosa dico? Come mi giustifico? – pensò preoccupata – questa storia dei viaggi fantastici mi sta prendendo la mano. Basta! Questo è stato l’ultimo – disse a voce bassa con poca convinzione e poi riprendendo a parlare fra sé e sé: non posso vivere con l’angoscia di tradire la fiducia della nonna. Per giustificare le mie assenze dovrò inventare una serie di bugie da cui, lo so, non ne uscirò più fuori. Non sono una bugiarda, non sono capace a ricordare ciò che invento di volta in volta, senza cadere in contraddizione. Basta! Mi spiace nonno, mi stai chiedendo veramente troppo!”



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