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Caccia alla fiaba (seconda parte)

21/10/2010

di Vespina Fortuna

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Le lettere dorate dell’alfabeto che erano incise su targhe d’ottone attaccate agli scaffali non erano in ordine alfabetico. In che ordine erano state messe, e perché? Perché prima la lettera “A” e poi invece della “B” la lettera “I” e poi invece della “L” la lettera “D” poi addirittura di nuovo la lettera “A”. Dunque: una A, una I, una D e una A e quindi?
Il viso le divenne rosso fiammante il nonno aveva composto il suo nome a lettere dorate sulla libreria che era la cosa alla quale più teneva dopo la nonna e lei, ovviamente, e perché l’aveva fatto? Tornò ancora vicino alla parete di legno e toccò la A leggermente, come per avere una risposta alle sue domande. Con un cigolio si aprì una porticina in fondo alla stanza. Vide che da lì filtrava un fascio di luce che le mostrava tutto il pulviscolo che c’era nell’aria. Con cautela e trattenendo il respiro si avvicinò ed infilò la testa nell’apertura. Una forza delicata ma al tempo stesso vigorosa la sollevò dalla carrozzella e la trascinò all’interno, richiudendo dolcemente la porticina di legno alle sue spalle. Aida era così estasiata che neanche si accorse di stare in piedi senza bisogno di sostegni.
Il prato sotto i suoi piedini malfermi sembra fatto di gomma e non è verde, è bianco e soffice, come un batuffolo di cotone e non ci sono alberi e fiori o uccellini o altro essere della natura solo il cielo e le nuvole… le nuvole! “Sto camminando su una nuvola, non è un prato d’erba, è una soffice nuvola!” Il Sole di poco appresso, al suono di quelle parole si avvicina e la guarda incuriosito: “Ciao, sono il Sole”.
“Ciao, io sono Aida – risponde la bimba in modo naturale – non so come sono finita quassù, però mi piace e tu mi sei simpatico”.
“Io invece lo so perché tu sei qui, ti aspettavo, nonno Francesco mi aveva annunciato il tuo arrivo e mi aveva chiesto, molti anni fa, di raccontarti la storia della mia vita. Siediti pure! Aida si stropiccia gli occhi, il Sole un po’ troppo luminoso glieli fa lacrimare, sente un rumore in lontananza ed ecco che un paio di occhiali dalle lenti scure le calano sul viso, proteggendole gli occhi dalla luce accecante.
“La storia della tua vita? Mi piacerebbe molto ascoltarla ma io non dispongo di tanto tempo tra un’ora al massimo devo tornare a casa!”
“Qui nelle fiabe non esiste il tempo, stai tranquilla, tornerai prima che la nonna rincasi”. Aida si rilassa anche se sente le gambe ancora calde e pesanti ma non importa, quel giaciglio morbido e bianco profuma di bucato. Il Sole si accoccola accanto a lei, su quella nuvola, forse, non farà tanta luce sulla Terra, laggiù penseranno che stia per piovere e invece lui sta solo scambiando due chiacchiere. Aida si allunga come fosse su un’amaca, mette una mano dietro la testa e con l’altra tocca quella morbida nuvola che la accoglie, quasi per avere conferma di dove si trovi. “Sono molto ansiosa di sentire il tuo racconto però vorrei che mi parlassi un po’ del nonno e di come vi siete conosciuti. Vorrei che mi spiegassi come ho fatto a finire quassù. In fine, perché mai hai promesso al nonno di raccontarmi la tua storia.”
“Ehi! Bambina curiosa! Lui scrisse una fiaba che parlava di me e della Luna, e fu così folle da scriverla lettera per lettera sui tetti del paese dove andava a trascorrere le vacanze estive, usando le tegole rosse come quadretti di quaderno. Credo che la scrisse lassù affinché potessimo leggerla sia Luna che io. Mi piacque così tanto che lo ringraziai con un raggio di sole in piena notte, illuminando la sua stanza e fu in quel momento che lui mi chiese di raccontarti questa storia quando lui non ci sarebbe più stato”.
“Che grande nonno!”
“Dai che ti racconto questa favola, è troppo tempo che sto dietro questa nuvola, i metereologi penseranno di aver sbagliato le previsioni dicendo che oggi il cielo sarebbe stato limpido.
Devi sapere che in un’epoca lontana nel tempo e nello spazio, anch’io ero un bambino: appena nato, modestamente, ero una meraviglia. Avevo dei riccioli d’oro stupendi che mi incorniciavano il viso paffuto e colorito e una bocca sempre sorridente, sotto al nasino a patata. Passati gli anni, diventai un ragazzo e poi un giovanotto e trascorrevo il mio tempo da solo fra le nuvole. Al mattino mi alzavo di buon’ora, facevo colazione con Aurora, più tardi la lasciavo per scambiare quattro chiacchiere con Alba e poi via, a scaldare la Terra infreddolita dalla buia notte. Adesso in estate mi diverto di più, al mare, sulle spiagge, è spassoso bruciacchiare qua e là qualche bagnante e che risate mi faccio quando alla fine della giornata li vedo rientrare chi col naso tutto rosso, chi a strisce bianche e viola. Non parliamo poi di quanto me la spasso quando arrovento la sabbia, li vedo da quassù saltare come grilli impazziti cercando percorsi strategici per non ustionarsi le piante dei piedi. Li guardo mentre arrivavano alla meta con il viso contratto e sudato per la faticosa passeggiata.”.
Aida si diverte da morire a sentire le confessioni di questo amico impertinente e, mentre non lascia la presa della nuvola soffice e rassicurante con la manina sinistra, con la destra si copre la bocca come chi ascolta qualcosa che non va detto e si vergogna. Il viso del Sole invece è irradiato, sorride rituffandosi in un passato ormai troppo lontano, senza nostalgia, con lo stesso sorriso di bimbo e con l’espressione da birbante di chi l’ha combinata grossa.
“Ma all’epoca di questa storia non esistevano ancora i bagnanti e quei pochi esseri viventi erano già troppo impegnati a cercare il modo di sopravvivere che non era il caso di prendersi gioco di loro! Alla fine della giornata tornavo a riposare in fondo al mare o dietro una montagna o nel blu di un lago. Era una vita serena ed io ero molto orgoglioso del lavoro che svolgevo: da solo, davo luce ad un intero pianeta permettendogli di vivere, ero cosciente di quanto fosse importante la mia presenza, anzi, necessaria, per gli abitanti della Terra. Senza la mia luce e il mio calore non sarebbero potute crescere le piante, i fiori, gli animali e gli uomini. Il mio ritmo era necessario per scandire le ore della giornata e, addirittura, ero importante per il buon umore degli esseri viventi. Non solo io mi diverto qui, ma faccio stare allegri anche voi, laggiù! Ero orgoglioso ma, nonostante ciò, sentivo un senso d’irrequietezza che, crescendo, diventava sempre più grande. Avevo un vuoto allo stomaco, una sensazione di solitudine e di insoddisfazione, un desiderio di fare qualcosa di più e di diverso. Un bisogno di amicizia e di realizzazione. Alba e Aurora erano molto care, ma avevo bisogno di qualcun altro accanto a me. Un giorno provai ad avvicinarmi al pianeta Marte ma, era così irascibile, che non volle sapere neanche come mi chiamavo, si irritò solo sentendo che qualcuno gli si stava avvicinando e me ne allontanai. I giorni seguenti provai con Giove, poi con Urano, ma niente. Non volevano neanche sapere della mia esistenza e mi allontanarono da loro. Provai a conoscere Venere, fu quella più garbata ma, anche lei, con gentile altezzosità mi liquidò: “Sono un pianeta – mi disse – come puoi tu, una comune stella, pensare di fare amicizia con me, la più bella di tutti i pianeti?” Dopo questo discorso andò dagli altri colleghi ed indisse una riunione”.
Aida ha chiuso gli occhi e il Sole, nonostante gli occhiali scuri, se ne è accorto. Per un attimo tace, vuole vedere se la sua nuova amica sta dormendo o se ancora segue il suo racconto. La bambina sentendo il silenzio più silenzioso mai udito apre gli occhi, tira su gli occhiali stringendo le palpebre e chiede: “Perché ti sei fermato? Che hanno detto i pianeti alla riunione?”. “Volevo solo accertarmi che non dormissi – risponde il narratore e riprende il racconto – dobbiamo allontanarlo da noi, sentenziò Venere, prima che nascano problemi di casta. Il Sole sta veramente perdendo di vista il senso della misura! Troppa confidenza, allontaniamolo vi dico, prima che la questione diventi irrisolvibile. Marte e Giove volevano addirittura menar le mani per darmi una lezione e rimettermi al “mio posto”, ma il vecchio Nettuno assieme a Plutone convinsero sia più agguerriti che tutti gli altri pianeti ad una tranquilla ritirata. La Luna, che se ne era stata in silenzio durante tutta la riunione, alla fine disse: Amici, lo so, io sono solo un satellite e forse non ho il diritto di intromettermi in una vostra discussione ma vi prego di ascoltarmi solo un momento. Perché avete tanto rancore verso il Sole? E’ buono e gentile con tutti, da quando è nato non fa che lavorare dando luce a te Terra e tutti voi, Pianeti, che vivete di luce riflessa, non siete forse illuminati da Stelle come lui? Ci ha chiesto solo un po’ d’amicizia per non vivere nella quasi completa solitudine. Non vi sembrano discorsi un po’ vecchi e stantii i vostri? Non vi sembra che sia sciocco avere paura di chi è diverso da noi?
Io non ho paura di nessuno! – gridò Marte.
Non sarebbe più bello – riprese la Luna ignorandolo – vivere armoniosamente tutti assieme?
Alcuni la guardarono sbalorditi, altri con indignazione e altri ancora con incredulità ma tutti concordemente ostili. Il discorso della Luna, non solo era stato fuori luogo, ma anche motivo di divisione fra loro. Le sue parole erano state accolte come un’offesa personale ed essa era stata bandita per sempre dal gruppo, non poteva più meritare la loro amicizia. Si girarono per allontanarsi tutti assieme e videro che la Terra non li seguiva: Beh? – le chiese Giove – tu non vieni con noi?
Come potrei – rispose lei – io risplendo solo perché lui esiste, fino ad oggi non ne ho ricevuto che benefici, sarei un’ingrata se seguissi voi girandogli le spalle. Ormai abbiamo imparato a convivere da tanti anni, è come un fratello per me. Non vi offendete ma io resto con lui e con Luna. Avrei piacere che restassimo tutti insieme ma non posso trattenervi, ognuno è libero di scegliere le proprie amicizie.
Tutti gli altri pianeti si guardarono esterrefatti: un Pianeta aveva preferito l’amicizia di un Satellite e di una Stella a loro, era inaudito! Guardarono la collega con disprezzo. Parlottarono per un attimo, poi ci fu un gran caos, sembrava che bisticciassero anche tra di loro, improvvisamente si sentì un rumore nell’universo simile a quello delle bilie sul tavolo verde. Un boato improvviso e sinistro fu l’effetto dell’esplosione, sbatterono l’un l’altro colpiti dalla forza del rancore e proprio come palline impazzite ruotarono nel cielo.
Alla fine della corsa rimasero in quella posizione. Per sempre”.
Il Sole prende un attimo di respiro, guarda giù dalla nuvola e vede che sulla Terra tutto procede regolarmente.
“Guarda che non dormo” – fa la piccola sollevandosi gli occhiali.
“Lo so – risponde il Sole – sto solo controllando che la situazione laggiù sia a posto. Dunque, dove siamo rimasti? Ah già! Le notizie, si sa, corrono di bocca in bocca, e, in breve tempo, arrivarono al mio orecchio. Fui rammaricato per aver causato, non volendo, l’allontanamento dei pianeti fra loro, ma fui al tempo stesso felice di aver trovato nella Terra una così grande amica. Andai da lei per ringraziarla delle belle parole che aveva usato nei miei riguardi e lì, in quel preciso momento, incontrai Luna”.
Al solo pensiero di quel ricordo è percorso da un lungo e freddo brivido, lui, così caldo. Aida accortasi di quest’attimo di commozione, talmente forte e intenso, tace e l’osserva da dietro le lenti nere. Dopo un attimo di abbandono il Sole, riprendendosi: “Rimasi così estasiato da tanta bellezza che quasi non riuscii più a parlare, diventai ancor più rosso e mi sentii io stesso avvampare dall’emozione, i miei raggi sembravano elastici tirati all’infinito e lasciati scattare indietro bruciando me stesso, tanto erano potenti. Anche Luna arrossì e abbassò lo sguardo, forse per paura dei miei raggi di fuoco o forse per quel candore dolce e femminile che la contraddistingue, ma quel suo sguardo di miele mi sciolse ancor di più. Ci innamorammo l’uno dell’altra, all’istante. Io, come pegno d’amore, le regalai i miei raggi, la feci splendere ancor di più, donandole un chiarore unico ed irripetibile, un chiarore d’argento e di perle di mare. Lei mi donò i suoi sguardi materni ed i suoi seducenti profili. Dopo poco tempo ci unimmo in matrimonio, giurandoci amore eterno. Tutti nel cielo ancora oggi, dopo mille e mille anni, ricordano il giorno delle nostre nozze: lei aveva indossato un abito d’argento, io brillavo come mai prima di allora, mille satelliti volteggiarono illuminati dagli sposi e tutta la Terra partecipò alla nostra gioia. Ogni pesce intonò un canto meraviglioso e sommesso per noi, ogni albero e fiore sibilò suoni soavi attraverso il passare del vento, il mare spumeggiante suonò una musica di sottofondo con dolci note. La brezza marina e la neve dei monti, assieme, spargevano candidi chicchi sui prati che, allegri, si facevano imbiancare. Alla fine della cerimonia, presi per mano la Luna e le promisi: Io continuerò ad illuminare la Terra, nostra madrina e amica, durante il giorno ma a te, mia sposa, dono la notte come pegno del mio amore. Tuo sarà il compito di far luce lì, dove, fino ad oggi, ha regnato solo il buio più cupo. Sarai la regina delle stelle, farai splendere ciò che è sempre nero.
A quel punto, modestamente, tirai fuori uno di quei tramonti mozzafiato, per mostrare le mie capacità artistiche. Chi ebbe la fortuna di partecipare a quell’evento disse che era così luminoso da incendiare il mare. Infine feci scendere una notte, tanto luminosa, che sembrò giorno di nuovo. La Terra fu talmente felice di poter splendere anche nelle ore notturne che cominciò a ballare, girando su se stessa, girò e girò così vorticosamente da non riuscire più a fermarsi. Nuove luci e nuove ombre sulla sua superficie la rendevano ancora più bella e misteriosa. La mia sposa si commosse al punto di piangere di gioia, le sue lacrime finirono in fondo al mare e le ostriche, si aprirono per catturarle e, richiudendosi le trasformarono in preziose perle, da custodire gelosamente. Finiti i festeggiamenti asciugai il dolce viso di mia moglie con un caldo raggio, poi ci fu l’eclissi più lunga che la storia terrena ricordi. Un silenzio discreto scese su tutta la galassia che ci racchiuse in morbide lenzuola, bianche e profumate”.
Aida, rapita dal racconto del Sole, non emette neanche un lieve respiro unendosi a quel silenzio meraviglioso appena descritto, quasi a volerne far parte. Un momento ormai troppo lontano ma che le era stato fatto rivivere in modo così sentito e reale, da sembrarle di esserci dentro. Poi, ingoiato il groppo in gola: “Grazie per avermi raccontato questa storia fantastica!”.
“Aspetta – la esorta il nuovo amico – non ho finito, devo svelarti ancora un ultimo segreto: nacquero tante stelline nuove, da quella lunga eclissi, ed esplose tanta felicità, qui nel cielo. Ma tu sai quanto sporcano i neonati, quanta pioggia hanno dovuto tirar giù le amiche nubi per lavare quelle tutine imbrattate. Povero vento, quante camicine ha dovuto asciugare col proprio soffio! Ma quello che tu non sai, e che ora svelerò solo a te, è che, quando mamma Luna stende il lungo filo di camicie e tutine colorate, tu puoi vederlo anche dalla Terra, lo guardi divertita e gridi felice: l’Arcobaleno!”.
Aida spalanca la bocca, incredula.
“Ora è proprio tempo di lasciarci”- conclude il Sole tendendole uno dei suoi raggi, per aiutarla ad alzarsi. Aida, ancora stordita, ci si aggrappa fiduciosa tirandosi su. Che strano, nonostante sia stata per tutto il tempo con le gambe dolcemente appoggiate sulla nuvola, se le sente ancora calde e stanche però ora è in piedi e può camminare, anche se a fatica. Il Sole le fa un inchino di saluto, lei sta per rispondergli allo stesso modo, poi, col rossore sulle guance di chi sa di chiedere più del dovuto: “Tu mi hai parlato di un paesino diventato famoso per essere una fiaba vivente perché il nonno ha scritto una favola sui suoi tetti. Posso avere un ultimo regalo, in questo giorno così meraviglioso e incantato? Puoi dedicarmi altri cinque minuti facendomeli vedere, dall’alto di questa nuvola?”.
“Francesco mi aveva avvisato che sei una bimba curiosa e che non ti stanchi mai. Ho degli impegni – sbuffa il Sole, dando uno sbirciata dall’alto – bisogna che esca da questa nuvola”.
Aida lo guarda delusa, allunga la manina per salutarlo ma lui, troppo sensibile alla tristezza umana, l’avvolge delicatamente con uno dei raggi più leggeri. Le circonda la vita e la fa sporgere dalla nube. La bambina si aggrappa felice al raggio con una manina e con l’altra prende un cannocchiale che il Sole le porge. “Ecco – suggerisce lui, indicandola con un raggio – guarda in quella direzione!”-
La bambina cerca con lo sguardo e, infine: “E’ incredibile! Sembra la pagina di un libro immenso! Ma quello è il borghetto dove viveva la nonna!”
“Certo – risponde secco, il Sole spazientito – l’aveva scritta per lei!”
“Ho capito, non trattarmi male, lasciami godere quest’ultimo momento di gioia quassù, ti prego, non mettermi fretta!”
Il suo amico s’infiamma a quelle parole, le dispiace non soddisfare fino in fondo il desiderio della piccola. A pensarci bene, la sua richiesta non è così incredibile. Gli sta domandando di dedicarle un attimo ancora dell’immensità infinita di attimi che gli restano della sua vita. La gioia di Aida e la riconoscenza di Francesco contro un po’ di cielo coperto sulla Terra. Decide di assecondarla, senza fretta, lasciandole godere ancora un po’ questa esperienza magica, unica ed irripetibile.
“Hai ragione, piccola, non voglio rovinarti questi momenti incantati – la risistema sulla nuvola, sciogliendo il raggio intorno alla sua vita, lei si siede felice – guarda con calma”. La bimba osserva incredula e orgogliosa e alla fine, felice, restituisce al Sole il cannocchiale.
Un attimo di silenzio, utile ad entrambi a riprendersi dalla commozione, al termine del quale il Sole conclude: “Ora devo proprio andare, ti saluto, mia nuova amica e, ogni tanto, guardando in cielo, pensa a chi sta quassù”.
“Anche il Sole si commuove – pensa Aida – che forza, mio nonno!”.
Lui le toglie gli occhiali scuri dal naso, le dà un buffetto con un raggio, strizza un occhio e riapre la porticina.
In un attimo Aida fu catapultata nella biblioteca, sulla sua sediamobil e senza neanche il segno degli occhiali da sole, avvolta dallo stesso pallore di…. chissà quanto tempo fa? Ancora stordita dalla fiaba per un attimo perse il senso dell’orientamento. Si guardò intorno, era tornata chissà come nella biblioteca stralunata ma felice. Non solo aveva conosciuto una delle fiabe del nonno ma l’aveva vissuta in prima persona, raccontata dal protagonista e soprattutto aveva scoperto il mistero delle lettere d’oro. D’ora in avanti avrebbe potuto leggere le altre storie solo sfiorando le altre lettere che compongono il suo nome e forse, chissà.. avrebbe potuto prendervi ancora parte. Stanca si appisolò un poco e si risvegliò al rumore della chiave nella toppa. La porta si richiuse e lei, quasi sentendosi colta in fallo, si precipitò attraverso il suo percorso senza ostacoli verso l’ingresso.
“Ciao, che hai fatto durante tutto il tempo che sono stata via?” – le chiese la nonna.
“Niente, ho visto un po’ di televisione” – mentì lei con tono annoiato, da perfetta attrice.



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