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Caccia alla fiaba (prima parte)

21/10/2010

di Vespina Fortuna

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Passiflora

Il libro di fiabe seguiva il suo respiro salendo e scendendo sul torace. Erano solo una cinquantina di pagine ma lo sentiva pesante come un mattone. Aida si era appisolata, spossata dal caldo afoso di quel pomeriggio, mentre guardava dal suo letto, l’unico spicchio di cielo opaco e lattiginoso che riusciva a scorgere. La sola via di scampo era stata quella di riuscire a farsi una bella dormita, scappando così dalla realtà e dell’afa, rifugiandosi nella fantasia dei sogni. Li desiderava freschi, fatti di fiumi canterini e laghi tranquilli, prati ricchi di rugiada e alberi frondosi, foreste umide e profumate di funghi e muschio e venticelli leggeri e ristoratori. I capelli lunghi e folti le si erano appiccicati sul viso e sul collo sudati mentre il libro, adagiato sul petto, le aveva disegnato sulla camicetta l’impronta fatta di umido calore.
Dopo un poco lo sollevò, lentamente, per gustarsi quei pochi secondi di frescura che le mandava la stoffa bagnata a contatto con la pelle. Le pagine, intrise di umidità, si erano attaccate le une alle altre. Tutto intorno a lei sembrava molliccio e appiccicaticcio. Lasciando la sagoma precisa del suo esile corpo sul lenzuolo, si sedette sul letto.
“Una doccia!” pensò Aida a voce alta, quasi per convincersi che questa fosse l’unica alternativa a quel momento così angosciosamente statico. Si girò con sorprendente agilità e, aiutandosi con le mani, mise a terra le gambe, ormai intorpidite da anni. Erano sempre calde e stanche e in alcuni momenti non le sentiva proprio più, ma ormai le era diventato agevole muoversi con la sua sedia a rotelle, soprattutto in casa, dove tutto era stato sapientemente posto alla sua portata. Arrivò alla doccia in un attimo, si spostò, facendo leva con le braccia, sulla sedia impermeabile, posta sotto lo scroscio e si lavò. Quella frescura sulla pelle accaldata, la fece rabbrividire e un sorriso di piacere le illuminò il viso. Rilassandosi, piegò la nuca sotto l’acqua tiepida e sentì subito una sensazione di benessere. I profumi dello shampoo e del bagnoschiuma aggiunsero al piacere del corpo anche quello dello spirito, evocandole immagini di freschezza e pulito. Si asciugò con cura i capelli rossi solo con l’asciugamano, facendoseli ricadere sulle spalle, umidi e freschi. Si vestì con gli abiti più leggeri che aveva trovato nell’armadio, si diede una guardata allo specchio e pensò di andare nel posto più fresco della casa, per trascorrerci il resto del pomeriggio. Passò davanti al salottino e vi sbirciò dentro: la nonna aveva ceduto all’irresistibile pisolino pomeridiano. Con il telecomando in mano, si era addormentata, seduta perfettamente ritta, di fronte alla televisione. Gli occhi erano chiusi, a differenza della bocca che, leggermente aperta, russicchiava quasi ad avvisare: “non disturbare, sto dormendo”.
La casa della nonna l’aveva sempre affascinata, era piena di oggetti, di libri, di serenità e d’amore. C’erano un sacco di stanze, molte delle quali inutilizzate. Anche se completamente ammobiliate e tenute in perfetto stato di ordine e pulizia, alcune erano addirittura costantemente chiuse a chiave e stuzzicavano la curiosità che tutte le cose proibite portano in sé. Qualche volta Aida aveva anche tentato di nascosto di guardare attraverso il buco della serratura, ma dentro era buio e non si riusciva a vedere un bel niente.
Una delle sale accessibili più belle, era la biblioteca: enorme, con il pavimento di legno sul quale poggiavano antichi tappeti turchi, morbidissimi. Le pareti erano rivestite di stoffa rosa pallido che s’intravedeva appena, dietro l’enorme libreria. Scaffali da cielo a terra giravano tutt’intorno alla stanza lasciando l’ultima parte, in basso, chiusa da sportelli di legno dalle serrature di ottone, sempre lustre. In ogni serratura una chiave, in ogni chiave una nappina di stoffa rosa e oro. Anche lì dentro c’erano volumi ma, chissà per quale motivo, erano conservati in modo più accurato di quelli a vista. Gli scaffali erano pieni di libri divisi per categorie, una scala infilata in un tubo d’ottone lucente poteva scorrere lungo tutte le pareti.
Al centro della biblioteca c’era un’enorme scrivania con il ripiano di pelle verde scuro e una sedia di legno, con il sedile imbottito e foderato come il ripiano. Due poltrone di cuoio scuro, un po’ più in là, facevano da sentinelle ad una lampada a stelo che si accendeva tirando una catenella color oro. Un tavolino basso su cui poggiavano delle riviste stava fra le poltrone e il caminetto, era servito alla nonna, anni prima, per poggiarci il vassoio del tè. Lo prendeva insieme al nonno, nei pomeriggi piovosi quando la cosa più confortevole è leggere un libro assieme a qualcuno che ami, davanti ad una tazza fumante e al tepore di ciocchi crepitanti.
Se li ricordava, Aida, quei pomeriggi, durante le feste di Natale. Se lo ricordava, suo nonno, dallo sguardo severo ma dal cuore tenero come il burro. Quando da piccola, toccava i preziosi volumi con le manine sporche la nonna la sgridava e lui, quasi a scusarsi per la moglie, gliele lavava in fretta e le porgeva un libro di fiabe, più adatto alla sua età. Ne aveva tantissimi di romanzi fiabeschi, era appassionato di tutto ciò che riguardava la fantasia, amava la mitologia e qualsiasi cosa lo facesse sognare. Il nonno stesso, a volte, scriveva storie e poesie ma non le faceva leggere a nessuno, forse per non far sapere che, sotto quello sguardo severo, si nascondeva un cuore tenero. Tanto lo avevano capito tutti, a sua insaputa. Quando morì lasciò un vuoto enorme in casa, in famiglia, fra gli amici e la vita di tutti loro non tornò mai più com’era stata prima che li lasciasse.
La biblioteca sembrava rimasta impregnata del suo profumo e tutto lì dentro parlava di lui: le carte sulla scrivania, le matite colorate con le quali illustrava le sue favole e anche la poltrona sembrava conservarne l’impronta. Certe volte, anche sui tappeti, sembrava di intravedere le orme delle sue pantofole. Per questo era la stanza che Aida preferiva e anche perché era piena di libri di fiabe che, come suo nonno, adorava.
Approfittò del sonnellino della nonna per sbirciare all’interno della biblioteca, non che le fosse vietato entrare, ma il suo sogno nascosto era quello di scovare i romanzi scritti da nonno Francesco. Era certa che se avesse voluto tenerli segreti non li avrebbe certo lasciati nei ripiani bassi della libreria e lei, certo, ai piani alti non sarebbe mai potuta arrivare, essendo costretta sulla carrozzella. Aida, però, non amava solo le fiabe, curiosa, era attratta da tutto ciò che potesse stimolare l’investigatrice che era in lei. Immaginandosi adulta, si vedeva spesso con una lente in mano, il cappello e l’impermeabile.
Percorse la stanza seguendo un corridoio comodo per la sua carrozzella, senza tappeti alti né sedie né altri impedimenti, attenta a non far rumore. Arrivò il più vicino possibile ai libri guardando fra quelli alla sua portata. Cercava in essi un indizio che potesse farle venire in mente un titolo che il nonno avrebbe potuto dare ai propri scritti. “Chissà se li ha mai pubblicati – pensò – magari sono solo delle carte, probabilmente devo cercare un quaderno scritto a mano, o forse un contenitore per i fogli”.
All’improvviso sentì la televisione spegnersi. Ebbe un sussulto, come se stesse facendo qualcosa d’illegale o di proibito, come se stesse rubando. Forse, qualcosa stava rubando: l’intimità di una persona tanto discreta. Non aveva imparato nulla da lui. Diventò rossa per la vergogna e, quando la nonna entrò nella stanza, trasalì nascondendosi il viso con i capelli lunghi. Finse di essere immersa nella ricerca d’un libro posto più in basso delle proprie ginocchia, in una posizione che la tenesse il più possibile a testa in giù. “Cosa cerchi? – le chiese nonna Mariuccia amorevolmente – posso aiutarti?”
“Mi ricordavo di aver visto, qualche tempo fa, un libro di favole giapponesi da queste parti, te lo ricordi? Quello illustrato con disegni di dame e di guerrieri dipinti con colori pastello. La copertina era rigida e grigia con una donna giapponese in kimono rosa, un libro grande quasi come un quadro ma con poche pagine…”. Le era uscito così, tutto di corsa, aveva soffiato parole come si fa con le bolle di sapone, prendendo fiato e poi spingendo forte e, proprio come le bolle di sapone, avrebbe voluto lasciare le parole lì nell’aria il più a lungo possibile, per prendere tempo. La nonna se lo ricordava, quel libro, ma sinceramente dove fosse non lo sapeva proprio, bisognava guardare fra le fiabe esotiche, c’era uno scaffale apposta. L’avrebbero fatto dopo, se adesso le andava di farle compagnia con un bicchiere di tè freddo. Aida accettò, levandosi d’impaccio. Non era contenta di se stessa, non le piaceva mentire, soprattutto con chi era così ingenua da non comprendere una bugia.
In cucina, la nonna poggiò sul tavolo di marmo il contenitore di vetro pieno di tè fresco nel quale aveva immerso delle profumatissime pesche.
“Buono! – si complimentò Aida – è bello stare qui con te”.
Con un mestolo forato, l’altra tirò su le pesche dal tè e le posò, delicatamente, su un tagliere di legno. Le divise a metà ed estrasse il nocciolo, avendo cura di non schiacciare la polpa morbida; dal frigo prese una teglia dove aveva adagiato della pastafrolla già cotta in precedenza, vi versò sopra uno alto strato di crema pasticcera e ce la mise sopra, vi adagiò le pesche e pose il tutto nel forno e lo accese: “Avremo un po’ più caldo con il forno in funzione però, vedrai, ne sarà valsa la pena”.
“Quante ricette segrete conosci, nonna?”- chiese Aida.
La vecchia signora la guardò con severa amorevolezza e rispose: “io non ho segreti, né in cucina e né altrove e ti dirò di più, trovo molto sciocche le persone che ne conservano. Mi ricorda i faraoni che avevano paura di divulgare il loro sapere perché fossero i soli a beneficiarne, guarda com’è finito uno dei popoli più intelligenti e colti della storia! Sono passati millenni e ancora oggi non riusciamo a svelarne tutti i misteri. Gli egiziani moderni, oggi vivono nel ricordo di un antico Paese ricco e prosperoso, accontentandosi di vivacchiare alla giornata o addirittura sono costretti ad emigrare all’estero in cerca di un po’ di fortuna”. Controllò il tempo di cottura, mancava ancora qualche minuto ma si chinò a guardare dal vetro, sullo sportello del forno, per accertarsi che tutto procedesse al meglio e si sedette su una sedia accanto al tavolo, in attesa che il timer suonasse. Fece tutto con molta calma dando il tempo alla nipote di incassare il colpo.
Arrivò il trillo dell’orologio: era cotta. Tirò fuori la torta fumante e la depose in un angolo del piano di marmo. Una nuvola profumatissima colpì le narici della piccola, ma un pugno troppo forte le aveva già centrato lo stomaco e non riuscì neanche a sorridere di piacere. Aveva sottovalutato l’intelligenza e l’esperienza della nonna, non era poi così ingenua come aveva creduto. Si era accorta, eccome, che poco prima stava frugando, in cerca di qualcosa. Per un attimo sperò che le parole della nonna le fossero sembrate delle accuse perché sapeva di essere in fallo, magari non alludeva al suo comportamento in biblioteca… poi, in un attimo, ogni dubbio fu fugato: “vogliamo ancora cercare quel libro di fiabe giapponesi o ci sediamo in salotto e parliamo un po’?” Aida deglutì, mandando giù quel rospo che le bloccava la respirazione, tutt’a un tratto si sentì meglio, liberata dall’ansia di essersi presa gioco della persona che adorava di più al mondo e di averle mentito, sì, ho il vizio d’indagare – pensò – ma non sono una bugiarda e non voglio iniziare ad esserlo ora, soprattutto con la nonna.
Arrivata in biblioteca sentì subito il beneficio dell’aria più fresca: la carrozzella, nonostante la seduta fosse di cotone, le faceva sudare le cosce e appiccicare i vestiti alla pelle. Le bastò rimanere cinque minuti in quell’ambiente e sollevare leggermente le gambe per sentirsi già più a suo agio. Con naturalezza si spostò dalla sua sedia alla poltrona di cuoio e per un attimo sentì un piacevole fresco addosso. Era contenta di stare con le persone che conosceva e che sapevano quali fossero i suoi limiti e le proprie capacità. Non aveva bisogno di dire continuamente: “no, grazie, ce la faccio da sola”, sentendo più del dovuto la sua frustrazione per non essere come tutte le persone normali con due gambe, due braccia e tutto il resto funzionante. La ramanzina tanto temuta non arrivò, parlarono piuttosto del nonno e della sua indole di eterno bambino, la nonna fece cenno più volte al rispetto delle volontà altrui ma alla nipotina sembrò di percepire dalle sue parole una specie di lasciapassare sottinteso come di chi dà il consenso ma non vuole sapere se l’altro lo usi. Aida era felice, anche oggi aveva trascorso un pomeriggio bellissimo, diverso da quelli passati in città, fra televisione e videogiochi che a casa le sembravano indispensabili. Con la solita destrezza si rimise sull’inseparabile sediamobil, come ogni tanto la chiamava scherzando, passò vicino ai libri e per un attimo cercò con lo sguardo quello scritto dal nonno, poi tornarono in cucina e lavarono i bicchieri del tè. Era presto per preparare la cena, se non le dispiaceva, la nonna l’avrebbe lasciata sola un’oretta, sarebbe andata dalla vicina per una partitina a scala quaranta. Da quando Aida era arrivata aveva un po’ trascurato le sue amicizie e questo non era giusto, non le piaceva frequentarle soltanto quando si sentiva sola, altrimenti che amicizie erano?
Ad Aida non sembrò vero. Fu percorsa da un brivido di piacere misto ad ansia, tra poco sarebbe rimasta sola e avrebbe avuto “un’oretta” per cercare il tanto agognato libro. L’eccitazione era così forte che, in breve tempo, aiutò la nonna a pulire il vassoio sporco di briciole e il tavolo umido di gocce di tè, asciugò velocemente i piattini e tutto quello che c’era da asciugare. Prese la scopa per pulire persino le briciole a terra e accelerò il lavoro di pulizia a tal punto che l’anziana donna si ritrovò, fuori dalla porta di casa, senza neanche avere il tempo di rassettarsi i capelli.
Una volta rimasta sola si diresse velocemente in biblioteca ripercorrendo la strada senza intoppi, che ben conosceva, e ricominciò la ricerca del libro di fiabe del nonno. Ogni sportello fu aperto, controllato, guardato e riguardato, ma niente, cosa doveva cercare? Un taccuino? Un libretto? Un quaderno? Un vero libro con tanto di dedica alla persona amata? Doveva essere grande o piccolo? Voluminoso o sottile? Che cosa stava cercando? Finiti gli scaffali chiusi dagli sportelli non poteva arrivare più in alto, le gambe non glielo permettevano, avrebbe dovuto arrampicarsi su per la scala ma proprio non era possibile. In quel momento sentì forte la frustrazione di handicappata e odiò le barriere architettoniche di cui tanto si parlava, ma alle quali le persone sane non prestavano mai attenzione. Poi pensò: è mai possibile che il nonno, che tanto mi amava abbia potuto nascondere un libro di favole scritto da lui, così in alto da non poter arrivare a prenderlo? Non può essere! Deve trovarsi in un posto facile da raggiungere per me. Starà qui, in biblioteca? Sì, era qui che trascorreva i momenti più belli della giornata! Starà fra i libri? Sì, qualsiasi scrittore, vuole che un suo manoscritto sia in mezzo ad altri libri. Ma allora dove l’ha nascosto? Potrei chiederlo alla nonna, ma ho paura che mi dica che non posso ancora leggerlo e poi, una volta chiesto e negatomi, non potrei più mettermelo a cercare neanche di nascosto. Finché non lo chiedo non avrò un diniego e, se anche lei mi sorprendesse ancora a cercarlo, non sarebbe così grave, non sarebbe una disobbedienza. Ma non divaghiamo!
Aida ripercorse la strada a ritroso evitando ostacoli, tappeti e lampade da terra e si mise lontano, al centro della stanza, girando lo sguardo a poco a poco, cercando di scoprire qualche indizio che le facesse scattare una molla, aprire una scatolina della memoria, qualche antico aneddoto, qualche frase detta… e, intanto, girava la testa e la carrozzella lentamente. Niente. Tornò pian piano indietro con lo sguardo e si accorse…. ma sì!



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