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Arriva il federalismo municipale: cosa cambierà?

07/03/2011

di Anna Cavallo

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Tutto è iniziato nel 2001, quando il governo di centrosinistra ha introdotto per la prima volta il principio della proporzionalità diretta: in sostanza le tasse pagate dai contribuenti in un dato territorio dovevano essere spese, almeno per una parte, all’interno del territorio stesso (comune, provincia o regione) e non invece confluire interamente nelle casse dello Stato.
Nel 2009 è stato fatto un passo in avanti verso il federalismo fiscale, col governo Berlusconi-Bossi e una legge che proponeva di premiare gli enti locali con bilanci in attivo, definiti virtuosi.
Nel maggio di quest’anno si dovrebbe concludere – crisi di governo a parte – la riforma del federalismo degli enti locali con l’approvazione cadenzata di una serie di decreti legislativi. Fino ad oggi ne sono stati approvati tre, mentre il quarto, che parla di federalismo fiscale municipale, ha avuto il via libera nei primi giorni di marzo dalla Camera e poi dal Governo.

I primi tre decreti legislativi già approvati sono: il federalismo demaniale, che stabilisce che i beni di un certo territorio (aree pubbliche e palazzi storici) siano patrimonio del territorio stesso e per questo gestiti e valorizzati dall’ente locale in cui si trovano; i fabbisogni standard degli enti locali, cioè i costi efficienti di un servizio che saranno calcolati dalla Sose (Società per gli studi di settore) e da quest’anno al 2013 anche pubblicati sui siti web dei comuni, offrendo al cittadino uno strumento di controllo continuo e trasparente; e Roma Capitale, intendendo un ordinamento provvisorio per la disciplina delle città metropolitane.

Il quarto decreto, da poco votato alla Camera, introduce il federalismo fiscale municipale spostando dallo Stato ai comuni il gettito di numerosi tributi. Le fasi saranno due, una di avvio, dal 2011 al 2013, nella quale gli enti locali riceveranno il gettito dei tributi immobiliari attuale; e una seconda dal 2014 dove ci saranno due nuovi tributi comunali: l’imposta municipale propria (Imu) e l’imposta municipale secondaria o facoltativa. I tributi in questione alimenteranno un Fondo sperimentale di equilibrio, istituito con la finalità di assicurare ai comuni una devoluzione progressiva ed equilibrata della fiscalità immobiliare, la cui durata è fissata per un periodo di cinque anni. Il 30% del Fondo sarà distribuito tra i comuni in relazione al numero di residenti, mentre un ulteriore 20% andrà ai comuni che hanno deciso di esercitare le funzioni fondamentali in forma associata. Inoltre i finanziamenti da parte del Fondo ai singoli comuni terranno conto dei fabbisogni standard, calcolati dal Sose, e dei risultati conseguiti nel recupero dell’evasione fiscale. Per i comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, si prevedono modalità di attribuzione differenziate e semplificate.

Se da una parte i comuni vedranno sottrarsi dalle loro casse ben 11 miliardi di euro, erogati oggi dalla Stato, dall’altra potranno rifarsi usando nuovi tributi comunali e facendo leva su quelli già esistenti. In particolare cambierà la cedolare secca sugli affitti, che sarà applicata ai proprietari con due aliquote, una al 21 per cento per i contratti di affitto a canone libero e una al 19 per cento per quelli a canone concordato. La tassa non varierà in base al reddito, ma la percentuale sarà uguale per tutti i proprietari, di contro gli affitti entrano a far parte del reddito, su cui poi si pagheranno le tasse. Verrà eliminato il bonus di 400 milioni previsto come fondo di sostegno per le famiglie numerose in affitto, ma i proprietari che sceglieranno di pagare le tasse con un’aliquota secca, non potranno chiedere un aumento del canone agli inquilini e nemmeno adeguarlo all’indice Istat.

Per l’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) è prevista una “compartecipazione” del 2 per cento all’Irpef maturata sul territorio, con aumenti selettivi per gli enti che fino a oggi applicavano un’aliquota inferiore al 0,4 per cento, e la possibilità di introdurla per quelli che ancora non l’avessero fatto. Tuttavia il tributo non potrà superare lo 0,4 per cento né aumentare in misura superiore dello 0,2 per cento annuo. Questo punto rimane uno di quelli in discussione pertanto il quadro finale potrebbe anche essere diverso.
Verranno premiati i comuni che aiuteranno lo Stato nella lotta all’evasione sugli immobili, attraverso l’accesso all’anagrafe tributaria e al catasto elettronico. Ben il 50 per cento dei soldi recuperati entreranno nelle casse comunali per la costruzione di opere pubbliche (asili e scuole), a questi soldi si aggiungerà il 75 per cento delle sanzioni per gli immobili fantasma (mai accatastati) entro il 31 marzo di quest’anno.

Sarà introdotta la tassa di soggiorno di circa 5 euro a notte (in realtà da 3 a 5 in base alla categoria degli alberghi) applicabile sia per i comuni capoluogo che per le città d’arte, con modalità di utilizzo molto poco definite (per esempio riguarderà alcuni periodi dell’anno?). Con tale gettito si provvederà alla conservazione di beni artistici, al finanziamento delle opere pubbliche e al turismo, che paradossalmente verrà però pagata da persone non residenti nella città.
Continuerà ad esserci l’imposta di scopo, l’una tantum che il comune potrà imporre per un suo bisogno specifico: rifare una villa comunale, una strada ecc. Anche per questa tassa non si definiscono bene i criteri e soprattutto i limiti nell’utilizzo.

Dal 2014 l’Imu (l’Imposta municipale unica) sostituirà l’Ici sulle seconde case e l’Irpef fondiaria, avrà un’aliquota dello 0,76%, ma i comuni potranno aumentarla o diminuirla dello 0,3%o dello 0,2 se l’immobile è stato dato in affitto. Per gli immobili non produttivi di reddito fondiario o posseduti da soggetti passivi per l’Imposta sul reddito delle società, l’aliquota potrà essere ridotta fino alla metà. Restano escluse dall’Imu le proprietà non di culto della Chiesa cattolica (alberghi ecc). Inoltre i comuni riceveranno il 30% del gettito dei tributi relativi alla compravendita di immobili.
In fieri sul testo del d. lgs si parla anche della possibile abolizione dell’Irap, della perequazione infrastrutturale per il Mezzogiorno, dell’armonizzazione dei bilanci, che dovranno essere elaborati con le stesse metodologie contabili e dell’introduzione di premi per i virtuosi e di sanzioni per chi provoca il dissesto economico di un ente locale. Questi ulteriori punti sono ancora in via di definizione.

In definitiva cosa nel nostro piccolo cambierà è ancora tutto da vedere e il dibattito politico e culturale rimane più che mai acceso, tuttavia il federalismo municipale potrebbe forse essere una possibilità per le nostre amministrazioni comunali di dimostrare quanto valgono e per noi cittadini di valutare più facilmente il loro buono o cattivo operato.