15/03/2011
di Gli alunni del IV Aeronautico e IV ITG dell’Istituto Tecnico Salvo D’Acquisto - Bracciano
Popolo, nazione, stato…. Parole che spesso usiamo in occasione di eventi sportivi o durante le commemorazioni, senza riflettere sulla storia che è alle loro spalle, ma per capire il presente è fondamentale conoscere il passato.
Fu proprio l’esaltazione di tali concetti, in epoca romantica, ad avviarci a ciò che oggi siamo. Certo a noi 150 anni sembrano tanti, soprattutto tenendo presenti i grandi cambiamenti che si sono susseguiti, ma se pensiamo agli altri Paesi europei, ci rendiamo conto che l’Italia è veramente una neonata.
Sarebbe troppo lungo elencare i numerosi cambiamenti, ma certe riflessioni su come eravamo e su come siamo sono fondamentali per farci anche apprezzare ciò che abbiamo raggiunto, grazie al sacrificio di chi ci ha preceduto.
Pensiamo a come è mutata la famiglia: i matrimoni spesso erano combinati dalle famiglie, i figli davano del voi ai genitori e i fidanzati si incontravano solo in loro presenza.
Oggi molti utensili nelle nostre case ci sembrano indispensabili eppure un tempo ne abbiamo fatto tranquillamente a meno.
Riflettiamo sui grandi cambiamenti nel mondo del lavoro: eravamo un popolo soprattutto contadino e, non da molto, intorno agli anni ’60, si è trasformato in buona parte operaio, commerciante e impiegato.
Ancora nei primi del ‘900 il commercio si svolgeva per la strada e solo nel 1928 a Verona si aprì il primo grande magazzino UPIM (Unico Prezzo Italiano).
E la lingua? Nel suo primo giorno di vita, l’Italia aveva una costituzione, un re, un parlamento, un governo, un vasto territorio, un esercito, la dignità di un nuovo Stato, ma le mancava solo la parola o meglio una lingua.
Lo stesso re si esprimeva in piemontese e Cavour preferiva il francese. Che babele!
L’italiano era una lingua letteraria e lo stesso “canto degli italiani” (titolo originario del nostro inno nazionale, datato 1847) era ostrogoto per molti in quanto interpretavano erroneamente l’espressione “schiava di Roma” pensandola riferita all’Italia e non alla vittoria. Oggi, grazie anche alla scuola, l’italiano è una lingua viva e comune, che ha rafforzato la nostra identità.
Pensiamo, inoltre, a come si sono evolute le forze politiche parlamentari e a quei trenta milioni di italiani che dal 1861 hanno cercato fortuna all’estero, accolti da quei pregiudizi che oggi riserviamo agli immigrati.
Noi, giovani di oggi, dovremmo far tesoro del lungo cammino che ci ha portati fin qui, grati soprattutto a quei nostri quasi coetanei che, spinti da un ideale comune, lottarono sino alla morte sui campi di Custoza e Novara, tanto per citarne alcuni, o accettarono con coraggio le dure condizioni dello Spielberg. Dobbiamo essere fieri di tutto ciò e sta a noi il compito di passare il testimone alla generazione futura.
Come amiamo la nostra famiglia, così dovremmo amare la Patria che altro non è se non la famiglia di tutti noi, uniti dalle stesse tradizioni, lingua, religione e cultura.
Siamone orgogliosi e non diamo ascolto a chi pensa di dividerla nuovamente.
A tale proposito riflettiamo su queste parole tratte da una lettera di Garibaldi a Mazzini del 1854: “Nella situazione in cui si trova l’Italia, non si può essere né apparire indipendenti: persuadetemi voi d’una migliore scelta, ed io vi seguirò. Io voglio essere italiano, prima di tutto…”