22/12/2011
di Sarah Panatta
Quando le ragioni economiche abbattono i diritti civili la crisi la si legge fin dentro le pupille. Quelle di chi viene emarginato dalla cosiddetta civiltà. Che viene privato di un ospedale perché azienda che non produce. Un territorio misurato con parametri capitalistici, persino dal Tar, ultimo baluardo di democratica speranza.
Un sentenza inattesa che ribalta le aspettative e seppellisce la provincia. Con tre agghiaccianti parole: “non è irragionevole”. Che cosa? Il decreto ‘taglia sanità’ 80/2010 della Commissaria ad acta Polverini. La ‘riorganizzazione’, alias delocalizzazione, della rete ospedaliera regionale. La drastica riconversione in Centro di primo intervento, PIT, di una struttura di pronto soccorso che serve un bacino di 120mila persone. Residenti avviliti, che hanno appena celebrato il funerale al proprio diritto alla salute. Dopo l’incoraggiante sospensiva del 20 aprile scorso, giunge come mannaia la sentenza di merito del 20 dicembre. Il Tar rigetta definitivamente il ricorso di sette comuni (Bracciano, Anguillara Sabazia, Ladispoli, Trevignano Romano, Cerveteri, Manziana e Canale Monterano). La riconversione del “Padre Pio” di Bracciano è prossima. I cittadini, rappresentati dal Comitato per la Difesa della Salute Pubblica, si dichiarano allibiti, traditi, “profondamente umiliati” dalla decisione del tribunale amministrativo. Nello sgomento generale, alimentato da una rabbia a stento sopita nell’ultimo anno, echeggiano soltanto domande. Inquietanti.
Oggi il Tar decreta la scarsa professionalità del ‘Padre Pio’, la sua incapacità ad agire come filtro per i ricoveri, la scarsa affidabilità percepita dai pazienti. E contraddice quanto affermato in un non troppo lontano ieri. Soprattutto sostanzia il suo rifiuto con ragioni contrarie e opposte alla sospensiva di aprile. Il Comitato si chiede, con toni da codice rosso, “che cosa è cambiato”. Perché adesso la parola della Regione ha un peso maggiore della richiesta reiterata di decine di migliaia di cittadini. Perché le prove addotte dai ricorrenti sono adesso irrisorie, inutili. La Regione batte e fagocita la provincia su un semplice, manipolabile dato. I famigerati tempi di percorrenza. Paradossalmente alla base del ricorso dei sette comuni suddetti, nonché della loro iniziale, parziale vittoria. Contro i comuni la Regione adduce certificazioni eclatanti.
Tra questi un’analisi storica dei dati del 2010 in relazione ai tempi di percorrenza con i Presidi ospedalieri limitrofi elaborata dalla ISED S.p.a., società che gestisce i Sistemi Informativi di ARES 118, da cui si ricava che il tempo di percorrenza dai Comuni limitrofi sia in media di 35/40 minuti, al di sotto della cosiddetta “golden hour”. Contro i 45/50 minuti documentati dai ricorrenti. 10 minuti ora sottovalutati che falcidieranno vite. Le strutture sanitarie vicine (il Sant’Adrea e il nosocomio di Civitavecchia, notoriamente congestionati) sarebbero raggiungibili sia con i mezzi Ares sia, punto sostanziale, con l’elisuperficie. Dichiarata “idonea” dall’ENAC. Il Comitato ribatte, offeso nell’intelligenza, prima che nella dignità: dei soli 4 elicotteri presenti allo scopo nell’intera regione, quali arriveranno in tempo? Una volta fronteggiata la singola emergenza, quelle successive quanto dovranno aspettare? Senza preventiva diagnosi, quanto dovrà attendere (pur arrivando in tempo) un paziente urgente una volta stipato in coda negli iperaffollati pronto soccorso “limitrofi”? Lontani comunque almeno 45 km. Collegati da strade perennemente trafficate, spesso soggette a gravi disagi per la viabilità, specialmente in inverno. Per non parlare dei 5milioni di euro spesi in ristrutturazioni al “Padre Pio” praticamente gettati al vento. Freddo e pungente in questi giorni di scontento, rammarico, devastazione sociale.
Il Comitato ha ammesso che una strategia migliore, con maggiori e più attendibili documentazioni scientifiche avrebbe forse fatto la differenza. E ha affermato che porterà avanti un ricorso in Consiglio di Stato unicamente da parte dei cittadini. Ingaggiando l’ennesima lotta Stato contro Stato. Dove gli intrallazzi politici ben camuffati complottano per un solerte “omicidio” di massa.