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L'ospedale ostaggio della politica

08/07/2011

di Saran Panatta

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Una crisi senza precedenti, un’eutanasia imposta da ragioni extra-sanitarie. I lavoratori dell’ospedale Padre Pio, che serve numerosi comuni della provincia romana e centinaia di migliaia di pazienti, sono allo stremo, pochi, nervosi, sovraccarichi. “Il Tar dà ragione al territorio e salva l’ospedale, la Polverini penalizza i cittadini dei comuni vincitori del ricorso, per la maggioranza di centrosinistra. E se il comune di Bracciano fosse stato manifestamente di centrodestra? Gli aiuti richiesti sarebbero arrivati?”.
Uno dei più strenui portavoce del Comitato per la Salute Pubblica di Bracciano si fa latore accanito ma non polemico di un pensiero comune, serpeggiante in tutti i corridoi del ‘Padre Pio’, alimentato da un pulsante dubbio. Il nosocomio braccianese sta diventando ostaggio di un duello politico? Raccogliendo le ‘voci di dentro’, di dottori, infermieri, portantini, emerge un quadro sconsolante, uno specchio incrinato e per questo fedele della sanità laziale che cola a picco. Molti lavoratori del ‘Padre Pio’ ritengono che il contrasto politico tra la Commissaria ad acta Renata Polverini, (inizialmente) creatura Pdl, e gli amministratori locali, in particolare di Bracciano, il comune capofila sorretto attualmente da una maggioranza targata Pd, sia la causa fondamentale anche se latente del rapido e sfiancante depauperamento che sta sfaldando la struttura ospedaliera in barba alla solenne sentenza del Tar laziale del giugno scorso.
Il Comitato, chiedendo alla Governatrice Polverini se procacciarsi singoli bacini elettorali sia più importante che tutelare la salute dei cittadini tutti, pretende una presa di coscienza e di responsabilità rinnovata da parte della Commissaria. A fornire altra miccia alla protesta dei lavoratori è il recente caso ‘gemello’ di alcuni ospedali del frosinate, che avrebbero ricevuto nuovo personale, quando il Padre Pio lo chiede, senza ottenere risposta, da mesi. Il problema intanto si aggrava di ora in ora. Basta fare un giro di ricognizione nei reparti. Non è Far West, è lotta quotidiana. Chi resta (e resiste) deve quadruplicare energie, fisiche e mentali, e sopportare le legittime lamentele dei pazienti, spesso dirottati verso altre strutture o costretti a interminabili file d’attesa.
Venendo ai numeri: cardiologia e radiologia sono al collasso, ridotta all’osso l’attività ambulatoriale, anestesia fantasmatica, chirurgia in cronica sofferenza, pronto soccorso guidato da un solo chirurgo per turno. Vista la mole di lavoro la sperequazione con le braccia all’opera è ormai insostenibile. Il Comitato si appella alle istituzioni ma anche ai cittadini, per restare, davvero, ‘umani’.