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Bambini e sport: il diritto di non essere un campione

04/10/2011

di Aurora Capogna - psicologa

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Vorrei introdurre quest’argomento partendo dalla Carta dei diritti dei bambini e delle bambine nello sport (UNESCO, 1992), fatta propria da molte federazioni e società sportive, che tutti coloro che si occupano di sport giovanile, anche a livello folkloristico, dovrebbero rispettare. I diritti sono i seguenti:

Diritto di divertirsi e di giocare come un bambino;
Diritto di fare lo sport;
Diritto di beneficiare di un ambiente sano;
Diritto di essere trattato con dignità;
Diritto di essere allenato e circondato da persone qualificate;
Diritto di seguire allenamenti adeguati ai propri ritmi;
Diritto di misurarsi con giovani che abbiano la stessa probabilità di
successo;
Diritto di partecipare a gare adeguate;
Diritto di praticare il suo sport nella massima sicurezza;
Diritto di avere tempi di riposo;
Diritto di non essere un campione.

In qualità di psicologa, oltre che di madre, vorrei partire dall’ultimo di questi diritti, ossia il diritto di non essere un campione, visto che, nell’ambito della Psicologia dello Sport, sono stata individuate le cosiddette “sindromi specifiche da sport” di cui una, appunto, è la sindrome del campione (Master Syndrome), riconoscibile per i seguenti comportamenti critici: atteggiamenti “paranoici” e recriminatori, perdita del controllo emotivo, eccessiva ricerca di attenzioni, comportamento deviante, instabilità dell’umore, egocentrismo, senso grandioso di importanza (ritiene che tutto gli sia dovuto), bassa tolleranza alle frustrazioni e doping!
Potrebbe sembrare assurdo usare parole così pesanti come “sindrome” e “doping” quando si parla di attività sportiva tra i bambini e le bambine e, in effetti, tanto normale non è a mio avviso.
Basti pensare come sempre più spesso siano richiesti accertamenti diagnostici specialistici e strumentali (elettrocardiogramma a riposo e dopo sforzo, esame spirografico, esame delle urine) per praticare attività sportiva non agonistica, già a partire dalla scuola materna. Eppure, nonostante tali accertamenti di tipo medico, a tutt’oggi non sono state ancora stilate “linee guida” sul piano psicologico per praticare attività sportiva.
In altre parole, la tendenza generale sarebbe quella di privilegiare la dimensione esecutiva del movimento, del controllo e del rendimento motorio, lasciando sullo sfondo la dimensione psicologica del movimento (affettiva, cognitiva e relazionale). In realtà, ogni atto motorio è la fusione di fattori organici e psicologici, in cui discernere quanto sia dovuto al fisico e quanto alla volontà dell’individuo è impresa troppo ardua oltre che inutile: il neonato che chiude gli occhi non appena sente un rumore improvviso non sta semplicemente eseguendo la funzione motoria di muovere le palpebre, quanto quella di difendere gli occhi.
Questa netta divisione tra piano medico e psicologico risente ancora della filosofia cartesiana del 1600, la quale ha estremizzato la scissione corpo mente, scissione alimentata successivamente dall’avvento dell’era industriale, in cui il corpo diventa un mezzo di produzione e l’uomo viene sfruttato per la sua forza lavoro.
Purtroppo nello sport agonistico abbiamo attualmente vari esempi di utilizzo del corpo per la prestazione, di cui il doping ne è l’esasperazione.
In generale, si dovrebbe sconsigliare la pratica sportiva agonistica prima dei 12 anni, poiché prima di questa età non sussistono ancora i presupposti fisici idonei per affrontare sia gli intensi sforzi fisici che le sollecitazioni di tipo psicologico, entrambi generatori di stress, che l’attività agonistica comporterebbe.
Il termine stress è stato introdotto in medicina da H. Seyle nel 1936, per indicare quella reazione biologica caratterizzata dall’attivazione dell’asse ipofisi-corticosurrene. Contrariamente a quanto si può pensare, per Seyle, lo stress è una risposta essenziale per la vita, in quanto “la completa libertà dallo stress è la morte”, a condizione, naturalmente, che il fattore stressante, ossia la “minaccia”, sia di breve durata, di modo che vengano ripristinate le normali condizioni fisiologiche e psicologiche dell’individuo. Inoltre, Seyle definisce Sindrome Generale di Adattamento (SDA) la somma di tutte le reazioni conseguenti ad una prolungata esposizione a fattori stressanti.
La SDA è organizzata in tre fasi consecutive: fase di allarme, di resistenza e di esaurimento.
La prima è una reazione di stress acuto, caratterizzata da sintomi quali irrequietezza, ansia, rabbia, depressione, paura. Nella seconda fase l’elemento stressante viene gestito o attraverso l’attacco oppure con la fuga, innescando sintomi come negazione del sentimento, isolamento emotivo, limitazione degli interessi. Infine, nella terza si verifica se il corpo è incapace di evitare o affrontare lo stress ed esaurisce le proprie risorse fisiologiche in tentativi inutili. I sintomi che accompagnato questa fase possono essere: perdita di coscienza di sé, peggioramento del sonno, comportamento insolito e strano.
La secrezione prolungata di cortisolo (l’ormone dello stress per eccellenza) è responsabile dell’esaurimento fisiologico dell’organismo, che sfocia nelle cosiddette Patologie dell’Adattamento, come, per esempio, ipertensione, danneggiamento del tessuto muscolare, inibizione della crescita, depressione immunitaria e altre.
La crescita del bambino è caratterizzata dalle cosiddette “fasi sensibili”, corrispondenti ad una maggiore o minore “alienabilità” per determinate capacità motorie, che allenamenti inadeguati o sbagliati, per l’età del bambino, potrebbero compromettere.
Infatti, allenamenti troppo intensi o stressanti possono causare nei bambini danni all’apparato locomotore e influire, in fase pre-puberale, ad alterare gli equilibri ormonali.
Questo introduce il cosiddetto fenomeno del “problem of the match”, cioè la possibilità che ha il bambino di incontrarsi con una sfida mentale e fisica accettabile, che sia finalizzata “all’acquisizione ed al mantenimento dello stato di salute psicofisica…” (FESPAC, 1995), anziché precludere la possibilità, per il bambino, di affrontare una sfida realmente accettabile, con conseguente perdita di interesse e motivazione e, quindi, un precoce abbandono con perdita dei benefici di una sana attività sportiva.
Diversi autori hanno studiato la genesi degli atti motori nel bambino, a cominciare da A. Gesell (1950). Ma è soltanto nell’opera magistrale di J.Piaget che possiamo trovare l’anello mancante tra psicologia e movimento.
Dobbiamo a Piaget il fatto di aver evidenziato quelle strutture motorie universali, che si evolvono in ogni bambino o bambina di qualsiasi epoca e di qualsiasi cultura. Il ruolo dell’esperienza è molto importante, potendo influire positivamente o negativamente sulle future acquisizioni motorie del bambino. Per esempio, certe manifestazioni di incoordinazione motoria sono la conseguenza di mancate esperienza che, ad esempio, una specializzazione troppo precoce nello sport può provocare.
Trovo molto interessante come la presenza di strutture motorie universali o “sincroniche”, comuni a diversi ambienti socio-geografici, possa essere ampiamente dimostrato da certi giochi infantili di movimento che ritroviamo con caratteristiche identiche presso popoli lontani tra loro, sia sotto l’aspetto geografico che culturale. Alcuni di questi giochi, pur assumendo nome diverso a seconda dei paesi, hanno caratteristiche funzionali comuni.
L’esempio classico è il gioco della “campana”, che i francesi chiamano marelle e gli inglesi hop scotch. Il gioco mostra un crescendo di difficoltà gerarchizzate, di modo che può essere praticata sia dai bambini di sei, come da quelli di dieci anni. I problemi motori affrontati nel gioco della “campana” sono fondamentali per qualsiasi cucciolo di uomo: si va dalla valutazione della distanza e coordinazione occhio-mano, al controllo della lateralità, dallo strutturare lo schema corporeo all’equilibrio in appoggio, e altre.
Tutt’oggi viene, infatti, riconosciuto ciò che la ricerca ha ripetutamente dimostrato, e cioè che l’essere umano ha sempre bisogno di movimento e che questo, anche se l’odierna società consentirebbe di ridurlo al minimo, deve essere praticato a tutte le età e nelle forme appropriate. Ciò significa che lo sport, e più in generale il movimento, ha una stretta relazione con il benessere individuale e sociale e, per tale motivo, non si può fare a meno di realizzare programmi sportivi per l’infanzia tesi ad offrire esperienze gratificanti e psicologicamente positive. Tali programmi, ovviamente, andrebbero estesi anche ai diversamente abili.
Detto questo, mi viene naturale aggiungere che, per favorire uno sviluppo armonico nel bambino, lo sport dovrebbe essere offerto come una variante del gioco e non come una variante della “minaccia” da stress (anche se di breve durata); l’aspetto ludico, al contrario, è stato significativamente “rimpiazzato”, negli ultimi trenta anni, da un crescente interesse per l’agonismo sportivo, che pone, però, alcune domande significative sia sui potenziali benefici che sugli eventuali danni fisici e psicologici.
Lo sport, si sa, ha origini dilettantesche, anche se storicamente il campione ha goduto fin dai tempi antichi di benefici maggiori rispetto al perdente; per esempio, mangiava di più e meglio di altri, partecipava di meno alle guerre perché doveva essere preservato.
Con questo non voglio assolutamente dire che la pratica agonistica andrebbe cancellata dallo sport, ma, più semplicemente, che dovrebbe inserirsi lungo un continuum con la pratica ludica sportiva, in particolare, e con il gioco, in senso lato.
Un importante studioso (R. Caillois, 1958), infatti, si è occupato di descrivere la struttura stessa del gioco secondo quattro componenti fondamentali: l’agonistica (gioco in cui domina la competizione), la fortuna ( cui la molla del gioco è il caso), la pantomima (regno dell’illusione, della finzione e del “come se”) e il terrore (gioco costituito dal senso di vertigine, dallo spasmo, dall’angoscia).
Quindi, come possiamo vedere l’agonistica è una componente fondamentale del gioco, ma non l’unica. Del resto i bambini autistici e psicotici mancano completamente di questa componente oltre che della fortuna, poiché i loro giochi mirano alla riproduzione di condotte senza cambiamenti, un universo pietrificato in cui non esiste il caso.
Senza arrivare a casi così estremi, nella pratica clinica si riscontrano di frequente alcune tipologie di bambini, come il bambino “saggio” e quello “ipersaturo”, per i quali la dimensione competitiva e di dominio sugli altri prevale sue quella ludica, oppure il bambino depresso.
Comunque esistono alcune importanti RACCOMANDAZIONI di tipo psicologico per l’attività sportiva tra bambini proposte dalla FESPAC nel1995 (Federazione Europea di Psicologia dello Sport e delle Attività Corporee):

Evitare la specializzazione precoce nello sport;
Educare all’autonomia e non alla dipendenza;
Lo scopo ludico dello stesso;
I bambini non sono mini-adulti;
Frequenti contati tra allenatori e genitori;
Allenatori e genitori sempre più attenti ai bisogni alle necessità di sviluppo e di crescita del bambino;
Individuare eventuali segni psicopatologici del bambino ed invio ad un esperto in caso di necessità.

I segni psicopatologici nel corso di un’attività sportiva non agonistica sono legati prevalentemente alla capacità o meno di giocare del bambino e di relazionarsi con i coetanei, di possedere un’adeguata autonomia personale, una buona autostima, di distaccarsi dalle figure genitoriali.
Quindi la proposta di invio dell’allenatore dovrebbe mirare verso uno Psicologo dell’Età Evolutiva che procede ad uno screening evolutivo, valutando, in un contesto calmo e rilassato, le diverse competenze (intellettive, affettive, sociali, linguistiche, di organizzazione spazio temporale, psicomotorie, visuo-percettive) oltre alla personalità e al temperamento del bambino inviato. Dopo di che l’esperto propone la terapia più adatta a seconda della specifica carenza (es. terapia psicomotoria, logopedia, ecc) o, più semplicemente, si ridefinisce il momento attuale di crescita del bambino insieme ai genitori (spesso si tratta di una crisi evolutiva fisiologica, destinata a risolversi spontaneamente) e si “prescrivono” delle direttive educative.
Inoltre, vorrei sottolineare come, sul piano psicologico, lo sport andrebbe inteso anche come percorso terapeutico, ossia un veicolo molto importante per la cura e la prevenzione di svariate forme di disagio psicologico nel bambino, specie nei casi di carenze di tipo socio-affettivo.
Quando si passa dall’attività ludico sportiva a quella agonistica, possiamo individuare due gruppi di patologie.

Sindromi non specifiche da sport
La causa di una prestazione sportiva scarsa oppure discontinua può essere legata alla presenza di disagi psichici più o meno gravi, una condizione medica sottostante, oppure un sospetto uso di sostanze psicoattive.

sindromi specifiche da sport

Sindrome del campione;
Nikefobia (paura della vittoria);
Ansia preagonistica;
Depressione da successo;

In questi casi, entra in gioco un’altra figura specialistica, ossia lo Psicologo dello Sport, che, prima di tutto, sa come prevenire questi sindromi, guidando le fasi della gestione evolutiva dell’atleta attraverso vari passaggi: dall’approccio iniziale alla specialità sportiva, all’avviamento verso un training intensivo fino ai livelli più alti dell’attività sportiva.
L’obiettivo prevalente dello Psicologo dello Sport è l’ottimizzazione delle abilità mentali (processi cognitivi e motivazionali coinvolti nella prestazione sportiva) degli stati dell’umore, della gestione dello stress (coping), attraverso la consapevolezza dell’interazione mente-corpo in funzione del gesto sportivo.
In questo modo, si permette al giovane atleta di sviluppare un reale e duraturo interesse verso l’attività fisica in età successive, mantenendo viva la fiducia nelle proprie capacità personali.