22/06/2011
di Maurizio Archilei
L’allarme, lanciato a gennaio da La Stampa per quanto riguardava la realtà piemontese, coinvolge pesantemente anche il Lazio. A farne le spese sono i negozianti che, autorizzati a erogare alimenti senza glutine per conto del Servizio Sanitario Regionale (SSR), non riescono a ottenere i dovuti rimborsi dalle Asl. Ad Anguillara, in un anno di attività, uno di questi esercenti vanta, nei confronti del Servizio sanitario regionale regolarmente moroso, un credito complessivo di circa 15mila euro. Cifra non indifferente per le piccole imprese, e che diventa proibitiva considerando che il negoziante anticipa di tasca propria, tasse comprese.
Il pericolo è quello del fallimento e della chiusura definitiva dell’attività. Un rischio che la Commissione Europea aveva cercato di arginare già a ottobre del 2010, quando approvò una direttiva dal titolo “Lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali”, che con riferimento alla pubblica amministrazione recita testualmente: “Gli Stati membri assicurano che il periodo di pagamento stabilito nel contratto […] non superi comunque in alcun caso i 60 giorni di calendario”. “A luglio la mia attività compie un anno – lamenta il nostro protagonista – è come se per tutto questo tempo avessi offerto da mangiare ai miei clienti”.
Ma se la direttiva europea dovrà essere recepita entro ottobre 2012, solo un mese fa la Regione, in barba alle indicazioni provenienti da Strasburgo, ha proposto ai negozianti un accordo in base al quale, accettando di usufruire di un “supporto tecnico” on-line offerto dalla Pisana, si acconsente che il SSR abbia fino a un anno di tempo per effettuare i pagamenti dal momento dell’invio delle fatture. Nell’evidenza della disparità di trattamento che la pubblica amministrazione opera nei confronti di debitori e creditori il cortocircuito potrebbe innescarsi presto: sono stimate in un 25% le imprese che, in Italia, rischiano di chiudere a causa di ritardi nei pagamenti.